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Mauro Gervasini dice che I dannati e gli eroi è il film da salvare oggi in TV.
Su Rete4 alle ore 16:30.

Dal 1° aprile sbarca su Netflix una delle comedy più stratificate e divertenti degli anni dieci: dal Dan Harmon che poi creerà Rick & Morty, la vicenda di sette outsider diversissimi che stringono amicizia formando un gruppo di studio nella scalcagnata università pubblica di Greendale. Qui vi riproponiamo la recensione della quinta stagione, che ne ripercorre la faticosa e altalenante vicenda produttiva.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato ora so ne sono certo: non ci sono mai stato. (Giorgio Caproni - Esperienza)»

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News


11 Febbraio 2020

Cosa abbiamo imparato dagli Oscar 2020

Addio e grazie per tutte le news #224

E anche quest'anno l'Oscar ce lo siamo tolto di torno. Solo che, al posto del lieve fastidio per aver assistito alla vittoria di un film banale che verrà dimenticato nel giro di pochi giorni, quest'anno ci ritroviamo a celebrare la prima vittoria come Miglior film, in 92 edizioni di Academy Awards, di una pellicola non in lingua inglese – che, come bonus aggiuntivo, è anche un'opera magnifica: Parasite. Per fare il miracolo ci voleva un Bong Joon-ho, con la sua capacità di conquistare tutti, umanamente e professionalmente, anche all'interno di una comunità come quella hollywoodiana, tendenzialmente chiusa su se stessa e autoreferenziale. Eppure, per quanto affascinante possa essere l'idea che a portare in vetta Parasite siano stati gli dèi pagani del cinema con un intervento miracoloso o il solo talento sconfinato di Bong, dietro a questa vittoria c'è una visione programmatica e un processo piuttosto ingrato. Il percorso di selezione e votazione dell'Academy, infatti, assomiglia più a un'estenuante campagna elettorale che a un dono della provvidenza come premio alla qualità cinematografica. Prima di tutto, bisogna convincere un sacco di persone a vedere il film; poi si prende il regista e lo si comincia a far girare per feste e proiezioni, per oliare le pubbliche relazioni; poi si cerca di accumulare copertura stampa e clamore mediatico, cercando di far bene durante la giostra di premi satellite che porta agli Oscar. Quindi ci si veste in maniera scomoda e si passano sei ore chiusi in un teatro pieno di americani in fibrillazione da sostanze psicoattive, sperando che tutto sia andato per il verso giusto e qualcuno abbia votato per te. Insomma, per avere una speranza di vittoria serve portare un bel film, ma serve anche qualcuno che lo promuova nei giusti ambienti e con le modalità corrette. Dalla loro parte, Bong e Parasite avevano Tom Quinn, ex dirigente di Magnolia Pictures (con cui ha distribuito in America The Host e Mother) e Radius (Snowpiercer), che pochi anni fa si è messo in proprio, ha fondato la casa di distribuzione indipendente Neon e si è messo al lavoro. Dopo la campagna Oscar che ha portato una meritata statuetta sugli scaffali di casa Allison Janney per la sua interpretazione in I, Tonya, Quinn è volato a Cannes, dove ha ottenuto i diritti di distribuzione internazionale del vincitore della Palma d'Oro 2019, Parasite. Da lì in avanti è cominciata la lunga scalata per dare a Bong la possibilità di farsi conoscere non solo al grande pubblico statunitense, ma anche agli addetti ai lavori che faticano con i pregiudizi sui film non americani, gli stessi che poi votano per gli Oscar. Interpellato da IndieWire, Quinn ha dato la sua versione sull'evoluzione, all'interno dell'industria cinematografica, che i film non in lingua inglese hanno sperimentato negli ultimi due decenni: “L'unico contesto che posso dare dopo 25 anni di lavoro in quest'ambito è il seguente: la prima volta che ho visto Il favoloso mondo di Amélie ero su un aereo di ritorno negli Stati Uniti. Il film non era ancora uscito in Nord America. L'ho guardato quattro volte di fila, non avevo visto mai niente di simile, così vivo e così fantastico. Era un film enorme. Occupava così tanto spazio nella mia testa, anche più di altri grandi film come Il labirinto del fauno o La tigre e il dragone. Era un vero film artistico, realizzato da un autore che aveva già firmato un film del genere in precedenza, Delicatessen. Ero convinto che, nella mia vita, non sarebbe stato più possibile che qualcosa del genere succedesse di nuovo. Quindi faccio fatica a realizzare che, con Parasite, siamo effettivamente riusciti a superare quella strana pietra miliare, sorpassando (lo scorso weekend) gli incassi americani di Amélie. Abbiamo superato anche La favorita, presto succederà la stessa cosa con Il labirinto del fauno. Sono bloccato dallo stupore. A maggior ragione con tutto questo rumore che c'è intorno a noi, con tutto questo parlare di come il sistema sia rotto e niente funzioni, di come il pubblico non vada più al cinema: tutto quello che ci è successo nega questo pessimismo”. Su quello che succederà dopo la vittoria di Parasite, Quinn aggiunge: “Ci sarà uno sciocco tentativo di Hollywood di inseguire ogni singolo film straniero conosciuto all'umanità? Verranno spesi fantastiliardi di dollari oltre a grandi dichiarazioni che questo o quel film saranno i nuovi Parasite? Assolutamente sì, succederà esattamente questo. Ed è un'ottima notizia. Ma ogni film è a sé stante, e ogni piano di distribuzione dovrebbe essere unicamente adatto per quel film in particolare. Noi, per Parasite, ci siamo ispirati ai colleghi di Cinema 5 e alla loro distribuzione di Z - L'orgia del potere, il capolavoro di Costa-Gavras che nel '69 ha vinto l'Oscar per il Miglior film straniero e il Miglior montaggio. Quello è stato il nostro modello, e il nostro obiettivo. E ha funzionato, nonostante i tempi diversi. Si può dire che i metodi comprovati di distribuzione in sala funzionino ancora dopo più di 30 anni”. Dunque, quali sono le conclusioni di un distributore che ha appena contribuito a una delle serate degli Oscar più sorprendenti degli ultimi anni? “Bisogna che tutti si diano una cazzo di calmata e imparino a capire cosa è meglio per ogni singolo film. Il modo migliore di vedere The Irishman era al cinema, senza dubbio. Io l'ho visto al cinema, e ha avuto la mia più totale attenzione. Andare al cinema è un grande impegno per lo spettatore. Ma una volta che sei lì, la ricompensa è enorme. E questa è una cosa che conta”. 

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