Delle serie e delle suore

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Francesco Foschini dice che Non si sevizia un paperino è il film da salvare oggi in TV.
Su Italia1 alle ore 02:45.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Se una rana avesse le ali non sbatterebbe tante volte il culo per terra (John McCabe)»

scelta da
Emanuela Martini

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News


3 Luglio 2020

Delle serie e delle suore

Fuori(le)Serie #053

Settimana di serie nuove (Warrior Nun, Il club delle babysitter), vecchie (Glee e Mad Men sono comparse nella loro interezza su Prime Video) e nuove, anche se vecchie (JU-ON, la serie ambientata nell'universo The Grudge, e Hanna).

 

NETFLIX

 

BNA: Brand New Animal (Giappone, 2020) - dal 29/06/2020
C'è un mondo giapponesante in cui, dieci anni prima rispetto al presente della narrazione, si è scoperto che alcuni esseri umani possono trasformarsi in esseri zoomorfi e ottenere alcune o tutte le caratteristiche degli animali di cui assumono la forma. Spaventata dal diverso, e tanto per cambiare, la società umana continua a non imparare dai suoi innumerevoli errori passati e decide di ghettizzare i beastkin (gli uomini-bestia) in una città a loro riservata, Anima City. Proprio dove si sta dirigendo (o meglio: dove sta scappando) la giovane Michiru Kagemori alla ricerca di risposte. Ché di solito, infatti, gli uomini-bestia sono tali dalla nascita. Michiru no: ha sviluppato la capacità di trasformarsi in una tanuki (cane procione) in seguito a un incidente stradale e dopo aver ricevuto per sbaglio una trasfusione di sangue beastkin. Non solo scatta la corsa alla disperata ricerca di una cura, ma bisogna anche tenere l'anomalia Michiru nascosta all'opinione pubblica: se si dovesse venire a sapere che il sangue degli uomini-bestia è contagioso, gli umani darebbero l'assalto ad Anima City. 

Deadwind (Finlandia/Germania, 2018) - dal 01/07/2020
C'è un mondo scandinaveggiante, invece, che è assolutamente identico a quello vero, solo che la metà della popolazione è composta da detective della omicidi che sorridono solo quando l'ennesima crudele ironia della vita li manda definitivamente fuori di testa. Qui la protagonista è Sofia Kaarpi. È tornata al suo lavoro come sbirra della omicidi di Helsinki dopo una pausa per riassettarsi in seguito alla morte accidentale del marito, che l'ha lasciata sola con due figli da crescere. Non bastasse dover (voler) tornare al suo lavoro di investigatrice poco dopo aver seppellito il marito, a Sofia tocca pure badare al nuovo partner di indagine. L'imberbe Sakari, fresco di trasferimento dall'unità crimini finanziari, è tanto esperto di scene del crimine quanto Sofia è entusiasta di averlo fra i piedi: in entrambi i casi potrebbe andare meglio. La prima indagine a cui devono lavorare insieme si presenta, in apparenza, come un normale caso di sparizione, aperto dal ritrovamento di alcuni vestiti femminili, rinvenuti ordinatamente piegati all'interno di un cantiere. Gli indumenti conducono i detective fino a una spiaggia, proprietà di un importante ente di ricerca sull'energia eolica, dove trovano il corpo di una donna, Anna, seppellita con in mano un mazzo di fiori. Non ci vuole un detective della omicidi di Helsinki per capire che Deadwind ha il realismo, l'allegria e la scrittura puntuale dei migliori noir scandinavi in circolazione. 

Warrior Nun (Usa, 2020) - dal 02/07/2020
Dice, sai di cosa si sente davvero il bisogno? Adesso come nel 1994, sia chiaro, non è solo una necessità relativa all'hic et nunc bensì un qualcosa di legato allo spirito contemporaneo. In questi tempi lunghi di lieve oscurantismo e tifo da stadio, di complottismi carpiati, di lenta ridiscesa nella superstizione e nell'analfabetismo di ritorno, si diceva, si sente davvero il bisogno di un modo per rendere la chiesa cattolica più figa di quello che è, farla diventare l'unico baluardo contro il male del mondo non solo a livello morale e teorico, ma anche con le bombe che fanno esplodere i crani ai demoni. È anche vero che è abbastanza complicato prendere Warrior Nun letteralmente. Tratta dalla serie a fumetti di culto - americana, ma disegnata e scritta in stile manga - pubblicata da Ben Dunn a partire dal 1994, Warrior Nun è la storia di un'orfana spagnola 19enne, prima paraplegica e poi morta, che si risveglia sul tavolo dell'obitorio con un manufatto sacro incastonato nella schiena: scopre di essere accidentalmente diventata la Warrior Nun del titolo, guerriera sacra che difende il cattolicesimo dai demoni in Terra grazie a un potere (non quello del cristallo di luna, apostati!) che si tramanda di suora in suora e che, per circostanze fortuite, è finito nelle sue mani (o sulla sua schiena, che dir si voglia). Alla giovane combattente scelta dal fato, il suo nome è Ava ed è interpretata dalla portoghese Alba Baptista, tocca il classico percorso dell'eroe involontario e riluttante. Con il bonus che Ava, in quanto ex orfana cresciuta dalle suore, non ha mai avuto grosse esperienze positive con la chiesa cattolica. Al di là di tutte le possibili interpretazioni di anacronistica apologia sulla chiesa - il fumetto originale si prende davvero sul serio nella creazione di una mitologia in cui le suore sono l'unico baluardo contro le forze demoniache - e nonostante la serie sia stata scritta da quel guercio di Simon Barry (Van Helsing), Warrior Nun è una delle cose più divertenti e folli su cui poserete gli occhi questa settimana. 

JU-ON: Origins (Giappone, 2020) - dal 03/07/2020
Pensate intensamente a Takashi Shimizu. Figuratevi un giovane regista giapponese che nella seconda metà degli anni '90 sta lottando per trovare il suo posto nell'industria, ed è una lotta che, diciamo, sta andando bene ma non benissimo. Non è vero, non sta andando nemmeno bene. All'improvviso, è il 1998, l'intuizione: l'horror di fantasmi rancorosi con elementi di folklore nipponico accennati così superficialmente che anche il più americano degli americani ci si può approcciare senza timore di imparare qualcosa di nuovo su un'altra cultura. Un'ideuzza buona per un paio di corti che possano attirare l'attenzione di qualche produttore, direte voi. Takashi Shimizu la pensa diversamente e nel corso degli ultimi 22 anni ha supervisionato alla proliferazione di una saga multimediale partita da un'idea sottilissima e proseguita con il piglio del maniaco compulsivo che strizza il tubo del dentifricio fino all'ultima stilla di prodotto. I fantasmi incazzati giapponesi di Shimizu sono stati protagonisti, sempre più o meno nella stessa salsa poco rivisitata, di 2 cortometraggi, 13 lungometraggi (tra cinema e tv), sette romanzi, tre graphic novel e un videogioco. Mancava all'appello solamente una serie tv Netflix, e chi siamo noi per rinunciare a un'opportunità del genere? I figli dello spirito vendicativo della serva? Fortuna che JU-ON: Origins, la cui esistenza viene giustificata con l'idea di creare una narrazione corale per spiegare l'origine (fra fine anni '80 e inizio anni '90) della maledizione in una casa di Tokyo che non è particolarmente ospitale con i suoi inquilini, dura appena sei puntate (di mezz'ora l'una) e non si intrattiene troppo. Contando anche che poco tempo fa è uscito il reboot americano (The Grudge, scritto e diretto da Nicolas Pesce) del primo film giapponese della saga. Ma lasciate un po' in pace i fantasmi e andate a zappare la terra piuttosto. 

Il club delle babysitter (Usa, 2020) - dal 03/07/2020
Ann Matthews Martin come esempio assoluto di vita vissuta al massimo, ma con il giusto sforzo. Proprio come il suo omonimo sul Trono di spade: dov'è l'ultimo libro George R. R., dov'è? Martin, si diceva, è la scrittrice americana che nel 1986 ha colto lo spunto della sua casa editrice e ha cominciato a sfornare The Baby-Sitters Club, una serie di libri che parlano di ragazze in entrata nell'adolescenza dal punto di vista di ragazze in entrata nell'adolescenza e pensati esclusivamente per essere letti da ragazze in entrata nell'adolescenza. Di quei libri qui, Martin ne ha scritti 36. Che già sono parecchi. Dopodiché si è guardata intorno, ha visto che con i suoi personaggi Nickelodeon ci ha fatto una serie tv (nel '90) e Columbia ci ha fatto un film (Il club delle baby sitter del '95), e ha ben deciso di pagare un ghostwriter che continuasse a raccontare le storie delle intraprendenti ragazzine di Stoneybrook (Kristy, Claudia, Mary Anne e Stacey) che mettono in piedi quello che, a tutti gli effetti, è il più tenero racket nella storia della letteratura. Al povero ghostwriter non è andata bene: da quando Martin ha appeso la penna al chiodo, sotto l'egida della serie sono usciti altri 95 (novantacinque) romanzi iscritti al canone, 15 storie speciali (di solito con le baby sitter in trasferta lontano da casa), e una quarantina di gialli in cui le eroine del club sono chiamate a risolvere i misteri più disparati. In totale fanno quasi 180 milioni di copie vendute in tutto il mondo, ma scrivili tu 150 romanzi su un gruppo di ragazzine in entrata nell'adolescenza e dopo dimmi come va. Poteva Netflix restare fuori da tutta questa bonanza per pre-adolescenti? Non sia mai. Ma c'è da dire che la nuova versione di Il club delle babysitter ha il merito di non cedere – com'è successo a riprese televisive di altri titoli per ragazzi provenienti da diversi medium, vedi Riverdale o Le terrificanti avventure di Sabrina - al processo forzato di maturazione dei toni: la serie rimane fedele alle sue origini, una storia di ragazzine pensata per le ragazzine. 

Le ragazze del centralino (Spagna, 2017) - Seconda parte della quinta stagione dal 03/07/2020
Lidia che in realtà si chiama Alba ne ha passate tante da quando è arrivata a Madrid e ha infaustamente perso di vista il suo amato, è sempre divisa tra l'amore di Carlos e quello dell'anima gemella perduta che risale al paese mio che stai sulla montagna Francisco, ha avuto una figlia Eva, si stava sposando con Carlos ma la chiesa è andata a fuoco e la suocera ha rubato la figlia Eva a Lidia perché INTRIGHI, poi gliel'ha fatta credere morta, Francisco si è preso una pallottola per salvare la bambina, è sopravvissuto al piombo ma è in coma, nel 1931 (a qualche anno dall'inizio della serie) Lidia vive more uxorio (scandaloso) con Carlos (noooooo), ma nel frattempo c'è anche l'amica e collega di Lidia che si chiama Carlota e decide da un giorno all'altro che vuole diventare sindaca di Madrid nonostante sia il 1931 e insomma complimenti per essere avanti anni luce, ma Carlota deve affrontare INTRIGHI che la portano in carcere con accuse ignominiose ma che noi sappiamo non essere vere (#FreeCarlota) e comunque alla fin della fiera è tutto un riempitivo in attesa di sapere cosa succederà tra i piccioncini divisi dal fato Lidia e Francisco. Oh mamma, continua a essere complicato stare dietro a certe cose. Ma è splendido avere un dramma in costume che spinge tutti i tasti corretti sulla plancia del punto di vista femminile, anche se sarebbe stato più onesto abbandonarsi completamente allo smarmellamento senza agghindare troppo a festa quella che, a tutti gli effetti, è una soap opera un po' più pettinata del normale. In ogni caso, se avete seguito i 37 episodi di Le ragazze del centralino già pubblicati in tempi record da Netflix, vedete di non andare proprio da nessuna parte che questa settimana arrivano le ultime cinque puntate della serie e finalmente potrete avere la soddisfazione che la vostra fedeltà nel seguire una trama tanto incasinata merita.

 

PRIME VIDEO

 

Glee (Usa, 2009) - dal 01/07/2020
È la serie che ha definitivamente transustanziato Ryan Murphy nel reuccio della serialità commerciale americana che oggi conosciamo. Ma a posteriori - Glee ha terminato il suo corso dopo sei stagioni nel 2015, anche se le sue uniche annate umanamente (e non fanaticamente) tollerabili sono le prime due - l'unica cosa davvero buona che lascerà negli annali del piccolo schermo sono le incalcolabili parodie che ha ispirato, a partire da quelle (al plurale) in Community. Le parodie e il personaggio malefico interpretato in tuta rossa da Jane Lynch. È pur vero che Glee, nelle sue premesse, aveva una serie di bellissimi messaggi inclusivi, una filosofia spensierata di lotta alla marginalità tramite la positività, un tentativo di sfruttare gli archetipi della narrazione liceale americana per ribaltarli e aggiornarli a una nuova sensibilità. Ma nella sostanza, poi, era giustamente più attenta alla ciccia che portava il pane in tavola: le canzoni (quasi 700 cover nell'arco di sei stagioni) e le coreografie. Tanto che gli spezzoni più discorsivi del racconto sono finiti (già dalla terza stagione) in un dimenticatoio confuso e a tratti infuriante, costruito con pigrizia e per accumulo, con la fiducia che lo spettatore si concentrerà sulle superficiali atmosfere gleetterate senza troppo badare a una narrazione che fa acqua da tutte le parti. Io sono solo contento che, dopo quell'ottovolante di bruttura umana che è stato Nip/Tuck (gran serie, troppo spesso dimenticata), Ryan Murphy abbia preferito scagliarsi sull'ottimismo a tutti i costi (forzato?) di Glee piuttosto che darsi a una carriera da ladro di reni. 

Mad Men (Usa, 2007) - dal 03/07/2020
Nell'ambito dell'eterna lotta fra tifosi d'alto bordo su quale sia la miglior serie tv di nuovo millennio - da quando, cioè, il linguaggio del piccolo schermo si è evoluto ed elevato verso picchi che non hanno nulla da invidiare al miglior cinema -, la curva degli ultras di Mad Men è una delle voci più rumorose. Ora, non c'è bisogno di giocare a chi ce l'ha più lungo (o a chi c'è la più dorata). I Soprano, The Wire, Breaking Bad, Battlestar Galactica, Buffy, Lost: sono tutte serie speciali, a ognuno il suo a seconda della tazza di tè che preferisce. Mad Men però... Mad Men guarda all'umanità e alla storia recenti attraverso il prisma degli agitati anni '60, quando (similmente a quello che sta succedendo negli ultimi anni) l'obsoleto cominciava a essere percepito come tale e il nuovo (diritti civili in primis) cominciava a farsi largo. E una grande agenzia pubblicitaria di New York, nell'epoca in cui la pubblicità era uno degli agenti sociali più influenti e pervasivi, pare un buon posto da cui partire per una disamina dei tempi. Ma al di là di tutto, Mad Men ha quella caratteristica bellissima e impossibile di essere riuscita a buttare fuori sette stagioni eccellenti senza mai abbassare il livello di qualità, senza scendere a compromessi per cercare l'ascolto facile. Matthew Weiner, il creatore della serie andata in onda su AMC fino al 2015, si è fatto le ossa nella stanza degli sceneggiatori de I Soprano e si sente. Si percepisce nell'attenzione ai dettagli, nella pazienza di dare il tempo ai personaggi di reagire alle situazioni e farle stratificare, nel coraggio di seguire i ritmi della vita piuttosto che quelli prestabiliti dal linguaggio televisivo. Mad Men mette in fila 92 episodi che, anche presi singolarmente, sono da manuale della narrazione moderna, studi di carattere e di periodo quasi autarchici di per sé, ma che acquistano ulteriore valore se inseriti nella mitologia creata dagli episodi precedenti. 

Hanna (Usa, 2019) - Seconda stagione dal 03/07/2020
Hanna di Joe Wright è uscito nel 2011 e aveva proprio quella faccia lì da buon film, di quelli che non diventano il preferito di nessuno, di quelli che non cambiano la vita a nessuno, ma anche di quelli che sollazzano tutti i possessori di un paio d'occhi funzionanti e di un cervello sull'attenti. Proprio un buon film. Una buona regia, con l'inglese Wright che al suo quarto lavoro tenta la mano con il genere dopo gli exploit letterari (Orgoglio e pregiudizio, Espiazione) e dopo lo sbaglio tratto da una storia vera strappalacrime di Il solista. Un buon cast! Con la giovanissima Saoirse Ronan che, dopo la nomination all'Oscar per Espiazione, conferma che il mestiere le piace e ha voglia di restare a lavorare da quelle parti. In più, bonus per aver fatto lavorare quel pezzo di pane di Eric Bana, che oggi pare se lo siano dimenticati tutti. Ah, giusto, c'era anche un'ottima colonna sonora elettronica, composta dai The Chemical Brothers. Dunque Hanna, anno domini 2011, buon film. Otto anni più tardi, uno dei due sceneggiatori di Hanna (virgola buon film) decide che il mutuo non si paga da solo e va in giro a proporre una versione a puntate di Hanna (virgola brutta serie). Gli amici di Prime Video abboccano e mettono in produzione una delle serie più insensate degli ultimi anni, che non solo non si spiega in relazione al film (la prima stagione è praticamente la stessa cosa, ma fatta peggio), ma non si spiega nemmeno in una realtà parallela in cui il lungometraggio di Joe Wright non esiste (sottotrame abbandonate per strada, rese dei conti infinitamente annacquate, tutti che si prendono terribilmente sul serio). E ora arriva questa seconda stagione, spinta quanto se non più rispetto alla prima, sulle ragguardevoli avventure della 15enne modificata geneticamente e addestrata fin dalla tenera età dal padre putativo ex agente CIA. Magari, costretti ad allontanarsi definitivamente dal film, gli autori di Hanna (virgola brutta serie) sorprenderanno con qualcosa di nuovo. Chissà. 

 

- questa rubrica settimanale esce il venerdì per consigliarvi come distruggervi di binge watching intensivo durante il fine settimana -

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