Intervista a Carlos Conceição

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Ilaria Feole dice che Non è mai troppo tardi è il film da salvare oggi in TV.
Su Premium Cinema 2 alle ore 21:15.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Quando la leggenda diventa realtà, si stampi la leggenda (John Ford)»

scelta da
Emanuela Martini

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News


5 Giugno 2021

Intervista a Carlos Conceição

Al Sicilia Queer Filmfest di Palermo presenterai in anteprima nazionale il tuo ultimo film, Um fio de baba escarlate, che ha vinto il premio come migliore regia europea al festival di Sevilla ed è una specie di indagine postmoderna che si misura con diversi generi cinematografici.

Volevo fare un film che mostrasse una giornata nella vita di un personaggio, avevo in mente Jeanne Dielman di Chantal Akerman in cui osservi tre giorni della vita di una persona: la vedi mentre pela le patate o mentre pensa a niente, seduta per terra. Ammiro molto questa sorta di atteggiamento punk. Volevo ragionare sull’importanza dei social media per la società contemporanea, proporre una critica nei confronti del modo in cui governano le nostre vite e quelle delle nostre società. Ho immaginato che il protagonista, un serial killer, si sarebbe dovuto stancare della sua fama e cercare un sosia, qualcuno che gli somigliasse molto e con cui scambiare la sua identità, perché con questo atteggiamento ossessivo che hanno le persone nessuno avrebbe fatto davvero attenzione al suo volto o a quel che avesse da dire permettendogli così di modificarsi di volta in volta fino ad arrivare alla persona della fine, che non ha niente a che vedere con la persona che era all’inizio. Questa l’idea di partenza che poi in qualche modo è rimasta sullo sfondo, anche se continua a stimolarmi e forse la utilizzerò per un altro film... All’inizio c’è un riferimento a Ted Bundy, forse l’esempio più celebre di serial killer trasformatosi in caso mediatico, probabilmente a causa del suo fascino. Era un bell’uomo, di buone maniere, dall’ottimo eloquio; di qui la stranezza del suo processo, all’interno del quale divenne una vera e propria star. Questo è successo nell’anno in cui sono nato, ma le cose non sono poi cambiate così tanto. Mi sembrava interessante creare un piccolo parallelo tra le due storie all’inizio del film.

La sfida di questo film è anche quella di costruire una storia senza uso di parole. Anche in Serpentario, il tuo film precedente, rimani in qualche modo legato a un intreccio, pur facendo un cinema sperimentale, o amando sperimentare con il cinema.

Credo che la trama sia il contenitore per l’idea. Siamo gli unici esseri viventi capaci di astrazione e quindi capaci di creare della finzione: abbiamo questo superpotere che neanche animali intelligentissimi come le scimmie o i delfini hanno. I film sono uno strumento potente quando vogliamo parlare di qualcosa: la finzione, che è il luogo in cui si creano ipotesi, può permetterci di esprimere un punto di vista. Ma la trama è uno strumento che non dovrebbe essere considerato più importante rispetto alla forma del film. Per Um fio de baba escarlate avevo scritto dei dialoghi, ma poi mi sono reso conto che il film non ne aveva bisogno, che tutto era chiaro e comprensibile anche senza dialoghi; l’assenza di ogni altra scena parlata avrebbe poi dato maggiore risalto a quell’unica parola del film che non sentiamo davvero, che pensiamo essere qualcosa ma che poi vediamo da un’altra prospettiva. L’assenza di dialoghi fa risaltare tutto questo e mi sembrava interessante fare così.

A partire dal piano sequenza iniziale, il film crea un’atmosfera di gioco con diversi generi cinematografici, che forse più che al giallo italiano rimandano per certi versi al cinema di Cronenberg o di Lynch, se non addirittura al cinema classico americano. La tensione della scena sul molo ricorda quella di Macao con Robert Mitchum, o ancora la scena dell’automobile in cui il serial killer si toglie le bende fa venire in mente L’uomo invisibile di James Whale.

Certamente, il personaggio prova a nascondersi e a camuffare il suo volto, ma nella scena del bendaggio c’è una sorta di ironia e un riferimento diretto a L’uomo invisibile di James Whale. La sequenza iniziale invece è più legata a una sorta di filone post-classico del cinema europeo – penso ad autori come Béla Tarr. Con quell’inizio volevo dare allo spettatore la sensazione che tutto sarebbe successo in un numero di ore limitato, dal momento in cui il personaggio diventa una star fino al punto del tracollo. Nello stesso tempo volevo fare un film che si attardasse sugli eventi, un film in cui i momenti di sospensione hanno più importanza dei momenti di azione, anche perché il protagonista è una sorta di animale selvaggio, un rapace, che nel corso della storia è adorato quasi come un santo, fino al momento in cui una prospettiva diversa non lo fa cadere in disgrazia. Ma anche il momento in cui perde la Grazia è come se fosse il picco della sua adorazione: i segni del sacrificio sono quasi un sigillo su quella che è la sua immagine instagram, quella che è venerata da tutti. Per questo ci si avvia verso una conclusione che ha una tonalità religiosa e ironica.

Ad agosto cominci a girare un nuovo film. Di che si tratta?

Il titolo del film è Naçao Valente (Tommy Guns), ovvero “nazione valorosa”, che è una strofa dell’inno nazionale portoghese. È un film che guarda alla guerra dal passato e dal presente, ed è una critica dei sistemi totalitari e di qualsiasi tipo di destra, ma in particolare del fascismo. Il film comincia in Angola nel 1973 ma che si estende poi in un panorama più internazionale e meno storicamente definito.

Hai appena finito di girare un altro film.

Si chiama Body Hackers, è un film sul malaffare legato alla chirurgia plastica. I personaggi sviluppano una dipendenza nei confronti degli effetti fisici della chirurgia plastica, del processo di guarigione, e riguarda il fatto che la ricerca della bellezza non è veramente tale perché la bellezza non esiste (non esiste come modello unico). Qualcosa dell’universo di Fellini ha alimentato il film, è una sorta di incrocio tra il suo universo e quel che ho scritto. È una specie di rivisitazione dell’universo felliniano nel senso che il protagonista si cala in questo sottobosco che diventa un viaggio sullo stile di quello di Mastroianni in La dolce vita o La città delle donne. Sono sempre stato molto interessato anche al Viaggio di G. Mastorna, che non credo sarebbe diventato un buon film (e forse per questo Fellini non lo ha mai girato): il modo in cui quella sceneggiatura ha influenzato i suoi film da allora in avanti lo fa esistere in qualche maniera, spalmato su diversi progetti, da Roma ad Amarcord e così via fino alla fine: mi interessa molto come determinate idee che in qualche modo abortiscono trovano comunque una via di manifestarsi in altri progetti.

Sappiamo che ti piacerebbe anche lavorare su Pasolini, di cui ricorre il centenario il prossimo anno. È solo un’idea o hai un progetto concreto?

Per adesso è solo un’idea, e non sono sicuro che riuscirò a farlo; ma c’è una sceneggiatura di Pasolini, che si chiama La nebbiosa e da cui non è mai stato tratto un film, di cui mi piacerebbe un giorno fare un adattamento. Non ho mai lavorato in questo modo ma è una cosa che mi incuriosisce molto, ne sarei davvero felice. (A CURA DI Andrea Inzerillo e Giorgio Lisciandrello)

 

 

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