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Pier Maria Bocchi dice che Stregata dalla luna è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Romance alle ore 21:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

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L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

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Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Solo chi lascia il labirinto può essere felice, ma solo chi è felice può uscirne (Michael Ende - Lo specchio nello specchio)»

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News


19 Maggio 2020

Schermo familiare #010

Le gabbie sono state aperte, il concetto di congiunto ha raggiunto la sua massima potenza, la vita ricomincia. Ma magari facciamo con calma, cosa dite? Per alleggerire il ritorno alla prassi, vi proponiamo una settimana di Schermo familiare con una dose tripla di Will Smith: ne trovate due in Gemini Man e uno solo (ma blu) in Aladdin.

 

Aladdin (2019) (Disney+)
È sempre complicato parlare di questo nuovo corso Disney, quello della riproposizione in live action dei classici del canone animato, giudicando solo l'aspetto cinematografico. È vero che continua a non esserci niente di più facile e rodato da guardare per grandi e meno grandi tutti insieme. Ma i meccanismi cominciano a farsi davvero troppo visibili e davvero troppo arroganti per far finta che si tratti di cinema. Questi remake assomigliano molto di più – per concezione, realizzazione, promozione e fruizione – a delle versioni itineranti delle attrazioni a tema dei parchi divertimenti Disney. C'è stato il cartone, che ha creato una mitopoiesi, che viene sfruttata anche in carne e ossa dai suoi padroni intellettuali e che adesso viene anche riproposta nei cinema. Un rigurgito messo in piedi con estrema professionalità e gran dispendio di risorse, sia chiaro, ma vuoto come l'anima del figurante di Disneyland costretto tutto il giorno nel costume da tappeto volante. Detto questo, in un'eventuale classifica che mette in ordine i remake in live action da “Ho venduto l'anima al diavolo e mi è piaciuto” a “Ho prestato l'anima a Satana e me l'ha restituita solo un po' sgualcita”, questo Aladdin di Guy Ritchie ne esce con le ossa rotte ma non polverizzate. Non per merito del regista, super professionale ma svogliato e abbastanza fuori luogo; e nemmeno grazie ai due perfetti bellissimi protagonisti che sono lisci come due bambole di porcellana e altrettanto vitali. L'unico tocco di personalità in un film che fa dell'assenza di personalità il suo marchio distintivo è il tanto vituperato Will Smith, che se la spassa come un matto senza nemmeno provare a imitare Robin Williams (il doppiatore originale del Genio), nutrendosi del paradosso di un personaggio in CGI e sopra ogni riga possibile che è anche il solo a donare un po' di umanità a un film manichino.

 

Gemini Man (Prime Video)
Qualcosa che fai molta fatica a capire quando sei ragazzo o ragazza è quell'esaltazione fanciullesca e un po' ossessiva che hanno i papà tutte le volte che acquistano un nuovo strumento all'avanguardia tecnologica. Valeva a metà dell'Ottocento, quando il burbero capofamiglia ritrovava un accenno di sorriso all'arrivo del nuovo semiasse rinforzato per il calesse; vale tuttora, quando Amazon consegna al babbo l'ultimo salcacchiocosa che collega inutilmente il termostato al telecomando del garage. Piccole gioie inani. Dev'essere quella sensazione di potenza che ti viene dalla consapevolezza di saper ancora maneggiare degli aggeggi che sono sul pezzo (quando tu non lo sei più da un po'), da cui deriva la sicurezza di non essere ancora un elemento superfluo per il menage familiare nonostante l'incipiente, oggettivo sopraggiungere della terza età, allontanando dunque gli spettri di una morte sempre più incombente e inevitabile. Il temporaneo elisir di lunga vita che hanno consegnato nelle mani di Ang Lee, per esempio, è una macchina da presa che gira in 3D+, vale a dire che gli hanno regalato un ammennicolo cattura immagini che poi vengono proiettate in tre dimensioni e a 120 fotogrammi al secondo. Siccome normalmente di immagini al secondo ne vengono proiettate 24, ne consegue che Gemini Man dovrebbe trasmettere una fluidità di movimenti molto più vicina al reale rispetto al cinema e alla televisione a cui siamo abituati. Siccome questo film lo state per vedere in streaming, ne consegue che di Gemini Man non apprezzerete la sostanza  – un giocattolone acrobatico che esiste per il sollazzo di Ang Lee – ma giusto la cornice, che è quella di un discreto thriller fantascientifico (scritto così così, girato un po' meglio) in cui Will Smith fa il sicario governativo che vorrebbe andare in pensione e per tutta risposta si trova a essere braccato dal clone più giovane di se stesso.

 

La cattedrale del mare (Netflix)
Sei spagnolo di Barcellona, quindi hai il sole, il mare, il pesce buono e pure i turisti da fregare se ogni tanto ti annoi (“per la Rambla di là” e indichi dalla parte opposta, pazzariello che non sei altro). Sei un avvocato, e sei pure civilista quindi puoi toccare i tuoi figli a pelle senza temere di prosciugarne la purezza con la sola imposizione delle tue mani malvagie. Diamine, sei anche stato benedetto dagli dèi dell'onomastica con uno dei nomi più da gran visir di sempre: Ildefonso Falcones. Una cornucopia traboccante fortune e, nonostante tutto, questo pezzo d'un caballero di fango ha pure voluto tentare la sorte come romanziere. E gli è andata di lusso al furbo Ildefonso, che nei primi anni 2000 ha scientificamente valutato la mancanza di offerta nel reparto feuilleton storici di ampio respiro (qualcosa sul solco de I pilastri della Terra di Ken Follett) e nel 2006 ha creato a tavolino il suo romanzo d'esordio, La cattedrale sul mare, premiato con un successo fuori scala. È la storia di un pezzo di Barcellona nel cuore del 1300, il racconto dell'ascesa sociale del figlio di un ex servo della gleba affrancato e fuggito in città, dell'invidia e dell'odio che deve affrontare e superare, tutto ancorato alla costruzione della cattedrale del titolo, Santa Maria del Mar. La storia ideale (e del tipo più facile) da rendere in maniera proficua (per quanto riguarda il livello d'intrattenimento) in una miniserie di otto puntate che sono tutto un colpo di scena, un tradimento, un'esecuzione pubblica e un tribunale dell'inquisizione.

 

Zootropolis (Disney+)
Ecco Disney, in fondo non è tanto complicato. Invece di vomitarci addosso i fantasmi del cinema passato, fate produrre a John Lasseter tre film d'animazione all'anno belli come Zootropolis. Ah. Dite che non si può? Che essere una donna e collaborare con Lasseter sono due faccende che non stanno bene insieme e per questo motivo il suddetto non lavora più da quelle parti? Mannaggia che amara la vita. Ottima introduzione oltretutto, auguri adesso a vendere Zootropolis. Che peraltro parla anche un po' di quelle cose qui, Zootropolis, di un mondo abitato da animali antropomorfi in cui carnivori ed erbivori sono finalmente giunti a un compromesso costruendo una società civile e rispettosa, ma in cui genere e specie contano ancora più delle reali capacità di ognuno. In questo ambientino mica male, la coniglietta Judy Hopps decide che da grande frantumerà tutti gli stereotipi abbandonando il business famigliare della coltivazione di carote e diventando la prima erbivora poliziotta di Zootropolis. Poi il film, invece di limitarsi a essere un'avventura fracassona con lieto fine e morale, ha la bontà d'animo di trasformarsi pian piano in un noir dagli angoli smussati ma non istupiditi, la storia del misterioso complotto per distruggere la pace sociale difficoltosamente raggiunta. Un film che parla di noi tutti, svelando la parte dall'alito puzzolente che alberga nel genere umano, che consola senza raccontare panzane e che stupisce con la grandiosità di un worldbuilding esaltante.

 

L'ultimo piano (RaiPlay)
Avete già raccontato ai vostri figli la favola del lavoro ai tempi del Cercasi neolaureato con esperienza pluriennale? Avete loro narrato il mito della gavetta che continua a mangiarsi la coda e finisce in uno stage a 32 anni, non retribuito ma con i buoni pasto? Ecco, fermate tutte le rotative e aspettate a fare quel discorso, che oggi si festeggia. Apriamo una bottiglia di quello buono in onore di una scuola d'arte cinematografica di Roma che è stata battezzata in onore di Gian Maria Volonté, che ha come supervisore Daniele Vicari e che l'anno scorso ha finanziato un progetto che ha una premessa emozionante: far lavorare i giovani. Li sentite i brividi? Diciassette allievi dell'accademia – 9 registi (Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio e Sabrina Podda) e 8 sceneggiatori (Fatima Corinna Bernardi, Flavia Bruscia, Sofia Cocumazzo, Giacomo La Porta, Francesco Logrippo, Marco Minciarelli, Giorgio Maria Nicolai e Nimai Andrea Serrao) – hanno consorziato le loro creatività sotto lo sguardo (io lo immagino cruento ma non troppo, ma solo per fare colore) di Vicari e hanno scritto e realizzato L'ultimo piano. Un film che è difettoso per definizione – con 17 teste di solito ci si fa una stagione di una serie tv, non 90 minuti di lungometraggio – ma che eppure riesce a fare tanto meglio di molto altro cinema (soprattutto italiano, ma anche non) paragonabile. La storia è quella di un appartamento enorme e scrostato all'ultimo piano di un palazzo alla periferia di Roma. Appartiene al punk invecchiato Aurelio, che vive una vita da auto-recluso in ciabatte, mutande e vestaglia. E sarà pure intrappolato nei ricordi e nei suoi vecchi sogni di gloria ma, coerente fino in fondo, continua a farsi fare un baffo dalla borghesia e campa affittando le tre stanze in più ad altrettanti coinquilini: la giovane studentessa di legge originaria dell'Ucraina Diana, il rider incazzato con la vita Mattia e la scapestrata barista Flora. Quest'ultima si ritrova, senza preavviso, a dover accogliere in cotanta casa fuori dall'ordinario il figlio ottenne. La cosa migliore del film creato dal collettivo Volonté – che per inciso è anche la cosa più complicata per un*esordiente, figuriamoci per una torma di esordienti che debbano lavorare tutti insieme – è il tono azzeccato ed equilibrato, i dettagli indovinati, l'atmosfera di realismo stilizzato che sono riusciti a creare e che fa passare in secondo piano ogni piccolo difetto strutturale e fisiologico.

 

Molly's Game (RaiPlay)
C'è un esperimento psicologico che di questi tempi viene facile visto che a quanto pare siamo collettivamente finiti dentro alla tesi magistrale di un laureando in neuroscienze. Dopo esservi saturati le cervella con mesi di racconti audiovisivi, film o serie tv che siano, provate a fare un giorno intero di pausa e, in mezzo al silenzio, cercate di capire ciò di cui percepite maggiormente l'assenza. Perdiana, ecco cos'è: manca una voce narrante. Manca un Pannofino (o un Morgan Freeman o una Helen Mirren) che in voice-over vellutata e scritta con il giusto piglio racconti quello che sta succedendo intorno a noi. La vita sarebbe di qualche spanna più gradevole con una colonna sonora che si attiva nelle giuste circostanze, una voce narrante che riempie i buchi e metta chiarezza (o getti un po' di mistero laddove è il caso), e con uno sceneggiatore che dà il giusto ritmo ai tuoi dialoghi e un po' di sputnik alle tue risposte piccate. Tutto questo per dire che se volete chiamare un dialoghista a sceneggiarvi la vita, dovete assolutamente prenotare Aaron Sorkin – quello che ha scritto cose scritte bene come Codice d'onore, West Wing, Studio 60 on the Sunset Strip, The Social Network, L'arte di vincere e The Newsroom. Magari non chiamatelo come regista, però. Dimostra Molly's Game, il film d'esordio di Sorkin dietro la macchina da presa. Che racconta la storia vera di Molly Bloom, da aspirante olimpionica di sci a organizzatrice delle più ricche partite di poker private di Los Angeles prima e New York poi. Ed è un film scritto in punta di fioretto, ma diretto con l'accetta smussata.

 

Sempre amici (Prime Video)
C'era una volta Quasi amici - Intouchables. È una commedia drammatica scritta e diretta nel 2011 dalla premiata coppia Olivier Nakache ed Éric Toledano e che può essere osservata da molti punti di vista diversi. Sicuramente è il film francese di maggior successo commerciale (nel resto del mondo) di sempre. Altrettanto certamente è ispirato a una storia vera, quella di un milionario rimasto tetraplegico in seguito a un incidente e del suo lento percorso per arrivare ad accettare di dover dipendere da (ed essere amico di) un badante che proviene da un ceto molto più popolare; storia vera che ci viene pervicacemente sbattuta in faccia a fine film con la tipica formula, un po' ricattatoria, del mostrarci le persone reali da cui sono tratti i personaggi. Poi c'è da dire che tratta un sacco di temi particolarmente attuali e universali: parla di malattia, di amicizia, di privilegio, di colore della pelle, di differenze sociali. Solo che lo fa usando un sacco di stereotipi faciloni – il poveraccio che è tanto simpa (“e sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re”) e ride e balla spesso, l'alto borghese che invece è tutto rigido nelle sue convenzioni e nel suo orizzonte elitista ma alla fine si ammorbidisce perché beccami gallina se questi straccioni non ti scaldano un po' il cuore. Poi prende gli stereotipi e li spruzza di quel qualunquismo innocuo che rende il racconto gradevole a tutti, ma inevitabilmente sdentato. Fino al 2017, tutti questi ragionamenti sull'assenza di mira di Quasi amici erano opinabili. Poi gli americani si sono organizzati per fare un pedissequo remake (non inquadratura per inquadratura, ma quasi) con Bryan Cranston e Kevin Hart nei panni dei due protagonisti sempre amici (occhiolino occhiolino) e Nicole Kidman nei panni dell'assistente Yvonne. E chi ti hanno chiamato a dirigerlo? Neil Burger, il re dell'anonimato registico, uno che si è fatto un nome realizzando copie di altri film, da The Prestige (diventato The Illusionist - L'illusionista) a Hunger Games (ovvero Divergent). Vostro onore, la parola ai giurati.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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