Schermo familiare #011

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Francesco Foschini dice che Jane Eyre è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 17:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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Alice Cucchetti

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News


26 Maggio 2020

Schermo familiare #011

Altro che spritz. La vera movida è quella dei quarantenni che convincono la prole a restare a casa per guardare tutti insieme Figli, efficace strumento cinematografico per esporre onestamente gioie e dolori di un paio di esperienze più complicate della quarantena: maternità e paternità.

 

Figli (Prime Video)
Qual è la forza più potente dell'universo? No Spock, non è la gravità; torna a fissare la carta da parati. Un aiuto: è la forza più potente dell'universo, ma anche la miglior arma educativa a disposizione degli esseri senzienti. No, non siate fastidiosi; non è nemmeno l'amore. È il senso di colpa. Ed è su questo nastro di Möbius di colpevolezza che pattinerete per costringere l'ingrata prole a vedere insieme a voi Figli, per dare loro un'idea del perché gli adulti siano così immancabilmente disossati. Figli è la storia di una coppia di quarantenni felicemente sposata, lui Nicola con un mestiere lei Sara con una carriera, affittuari di un appartamento in città a Roma, genitori di una bimba Anna in età pre-puberale seria e coscienziosa, dimentichi del preservativo dopo una serata particolarmente esaltante nella sua felice normalità. Arriva Pietro, secondogenito di una coppia di quarantenni priva delle energie e dell'entusiasmo necessari a scampare indenni ai primi mesi di vita del pupo, fratello minore di una bimba impreparata al cambio di ménage familiare, nipote di una serie di anziani egoisti e irresponsabili. Non succede altro, in Figli, se non la vita. Raccontata dalla compianta penna di Mattia Torre (Boris, La linea verticale, Dov'è Mario?) che trasforma la routine in drammaturgia senza bisogno di abbellimenti retorici, artifici o trucchi pirotecnici. Solo esperienza e osservazione, trasformate in idee attraverso uno sguardo limpido, sincero e pacificato che fissa dritto negli occhi una generazione, ma allo stesso tempo parla chiaro e con il cuore in mano anche a chi è venuto prima e a chi verrà poi. Ché il messaggio (e il finto segreto) alla fine – o meglio, dall'inizio dei tempi – è sempre quello: hanno ragione i fastidiosi.

 

Don't Worry, He Won't Get Far on Foot (Prime Video)
Lassù, nell'angolo in alto a sinistra sulla mappa degli Stati Uniti – e senza tenere conto dell'Alaska, il gravissimo errore a Risiko compiuto dall'impero russo nella seconda metà dell'800 – c'è Portland. Dice che Portland è una città molto bella. Né troppo grande, né troppo piccola. Spiaggiata davanti all'oceano e baciata dalle giusti correnti, cosicché le estati non sono troppo calde, né gli inverni troppo freddi. Un clima ideale per veder fiorire le piante più belle e delicate, tanto che Portland è conosciuta come la Città delle rose. Portland è stata una delle culle della controcultura prima e del progressismo liberale poi, da decenni all'avanguardia nell'utilizzo di energie rinnovabili e nella risorse allocate per il trasporto pubblico. Insomma: Portland è così perfetta che ci mette poco a farti sentire inadeguato e inetto, abbastanza da iniziare una carriera nell'alcolismo a vent'anni e proseguirla fino al botto. È, per esempio, la storia di uno degli imperfetti più illustri di Portland, il fumettista John Callahan, raccontata da un altro concittadino tormentato, Gus Van Sant. Il botto invece, è quello che Callahan (Joaquin Phoenix) fa sul sedile del passeggero di una macchina guidata dal collega di sbronza Dexter (Jack Black). L'incidente lascia il fumettista tetraplegico, e nemmeno tanto pronto a disintossicarsi dall'alcol. Serviranno uno sponsor/guru sui generis – il sempre più mimetico Jonah Hill – con cui Callahan instaurerà un rapporto speciale, e una fisioterapista angelica (Rooney Mara) di cui Callahan si innamorerà. Perché c'è sempre un gran bisogno di bei film come questo – voluto per anni da Robin Williams e purtroppo realizzato solo nel 2018 – che raccontino, con amore e consapevolezza, l'umanità e la bellezza dell'imperfezione.

 

Cosmonauta (RaiPlay)
Accirdeboli, che complicanza qua. Amici genitori, ben trovati. Oggi affrontiamo lo spinoso argomento del comunismo raccontato ai figli. La prima opzione è quella di lasciar fare alla scuola, che lo presenterà dal punto di vista filosofico e poi ne esporrà lo sviluppo storico; se tutto va bene, il comunismo verrà archiviato come una bella ideologia mal praticata e i vostri figli potranno tornare serenamente a vivere nel 2020. L'opzione bis è la scuola Berlusconi, mutuata da McCarthy, che consiste nello svuotare di significato il termine “comunismo” e associarlo indiscriminatamente a qualsiasi pensiero lontano dal tuo. È semplice, efficace, fa risparmiare molte energie cognitive e trasforma una realtà complessa e dolorosa in un modello fittizio di stadio dove le due tifoserie opposte insultano le rispettive mamme. Volendo c'è una terza opzione, meno fredda della prima e meno cialtrona della seconda. Potreste adagiarvi sul divano tutti insieme e far partire Cosmonauta, debutto alla regia di Susanna Nicchiarelli. Ambientato a partire dal 1957, quando c'erano i cosmonauti sovietici umani (Gagarin) e non (Laika) in prima linea nella corsa allo spazio contro gli astronauti americani, è la storia della novenne Luciana e della sua educazione politica ed emotiva ai tempi in cui non era così anacronistico parlare di comunismo come sogno e realtà alternativa. Cosmonauta è una maniera morbida, nostalgica e soffusa per raccontare un tempo e un'idea senza svilirli né esaltarli, senza appesantire ma nemmeno semplificare troppo o gettare tutto nel calderone della caciara ideologica. Un film d'esordio imperfetto e sottofinanziato, ma pieno di grazia e amore.

 

Source Code (RaiPlay)
Colter Stevens era proprio convinto di essere un pilota dell'aeronautica statunitense, e per di più con il suo bel daffare per via di certe questioni lasciate itrisolte in Afghanistan, finché un giorno non si sveglia su un treno pendolari diretto a Chicago, oltretutto con la splendida faccia da ibrido pesce rosso-labrador di Jake Gyllenhaal. In teoria un grande affare – non hai l'antiaerea talebana che tenta di abbatterti e adesso hai anche gli occhi un sacco azzurri; in pratica, tempo otto minuti e un terrorista fa esplodere il treno e tutti quelli che sono a bordo. Ti risvegli e niente, in pratica sei finito dentro un esperimento militare, il Source Code, che permette di vivere la ricostruzione del passato di una persona qualsiasi, riprodotta in questo caso a partire dalla lettura post mortem degli impulsi elettrici cerebrali di una delle vittime dell'attentato: Jake Gyllenhaal, per l'appunto. E non è che ti mettono in un aggeggio del genere per tirare i bulloni da dentro: bisogna stanare il bombarolo, svelarne l'identità e impedirgli di portare a termine la promessa di un secondo attentato nucleare, ma stavolta nel pieno centro di Chicago. Se la descrizione di Source Code, il film e un po' anche il marchingegno, suona un po' come quella di un videogioco: avete ragione. Se come Mereghetti pensate che l'accostamento fra le parole “cinema” e “videogioco” sia malvagio: avete torto e, perdinci, rilassatevi. Il secondo lavoro da regista di Duncan Jones, nonché il primo a Hollywood e su commissione, è un bel balocco sci-fi nella sostanza, ma tutto azione nella forma. Il film che potrebbe unire il babbo appassionato di fantascienza e il figliame videogiocatore. Avercene.

 

Fargo (TIMVision)
Nel 1996 il newyorchese Noah Hawley aveva 29 anni e stava scrivendo il primo dei suoi cinque romanzi – A Conspiracy of Tall Men, dovesse interessare – mentre lavorava come assistente legale in un qualche ufficio di avvocati a San Francisco. Era la seconda settimana di marzo, quando Noah decide di stemperare le tensioni del suo lavoro pieno di gente laureata in burocrazia andandosi a godere Fargo, il classico film rilassante in cui Steve Buscemi finisce smembrato in una cippatrice. Il giovane Hawley osserva forte forte il neo-noir dei fratelli Coen, tanto stilizzato che sembra disegnato eppure tanto umano che sembra un documentario, e sui titoli di coda si gira verso l'ignaro vicino di posto in sala e gli dice: “Un giorno imbottiglierò l'essenza di questo film e ne userò il succo per creare una serie tv antologica che racconti intrecci originali, ma che sembreranno usciti da quello stesso universo narrativo. Un giorno farò un Fargo meglio di Fargo”. Il vicino di posto in sala comincia a rispondere qualcosa che suona come “Ma vedi un po' la vastità del c” ma Noah se n'è già andato a fare l'alchimista. Diciotto anni più tardi, è il 2014, Hawley fuoriesce dai Laboratori Nazionali del Gran Sasso con una boccetta di essenza di Fargo e mantiene la promessa, creando una delle serie antologiche (e non) più stupefacenti di sempre. Un mondo di uomini e donne piccoli, mediocri e in affanno, incastrati in affari più grandi di loro; un motore mosso da stupidità e avidità, in balia di un caos che coreografa balletti grotteschi e perfettamente sincronizzati. Ogni stagione ha la sua storia, ambientata in epoche diverse (rispettivamente 2006, 1979 e 2010) nel triangolo delle nevi tra North Dakota Minnesota e Missouri. Ogni stagione è meglio dell'altra, e provate voi a risolvere il paradosso di quale fra le tre già programmate sia la più riuscita in assoluto. L'arrivo della quarta stagione ambientata a Kansas City nel 1950 – che era previsto per il 19 aprile, ma è stato rimandato causa coronavirus – non farà che rendere ancora più difficoltosa la classifica delle storie di Fargo.

 

Scott Pilgrim vs. The World (Netflix)
Una tonitruante pernacchia dedicata a tutti quelli che dicono di amare il cinema, ma che se escono dal loro seminato di dramma da tinello con sottotesti psicanalitici cominciano a tremare e a balbettare “Non vedo Margherita Buy. Dov'è Margherita Buy?”. Margherita Buy non c'è. Siete rimasti soli con Edgar Wright, regista e sceneggiatore inglese che ama il cinema come Spielberg e Scorsese messi insieme. Ed Edgar Wright vorrebbe raccontarvi una storia che si svolge lontano da un tinello e in cui non ci sono risvolti psicanalitici, ma che è comunque in grado di mostrare – con l'aiuto dell'omonimo fumetto di Bryan Lee O'Malley da cui il film è tratto – una generazione di scappati di casa gentili e di sbandati educati. E soprattutto di farlo con una messa in scena cinematica e multimediale (quando il quadro si trasforma in quello di un fumetto, un videogioco o un videoclip) irresistibile. Questa storia fa più o meno così: non molto tempo fa, nella misteriosa landa di Toronto, Canada, la vita di Scott Pilgrim scorre liscia come solo quella di un bamboccione 23enne, disoccupato e mai cresciuto può filare. Ma Scott sa, nel profondo del suo subspazio, che le cose non vanno veramente, che qualcosa o qualcuno manca. Ed è in questo preciso istante che nei suoi sogni entra a gamba tesa la fatale, bellissima, pattino munita e violacrinita Ramona Flowers. Il nostro fa di tutto per uscire con l’esotica (l’americana!) ragazza. La scintilla scocca istantanea, la prima notte è magica. Ma, inaspettatamente, i 7 malvagi ex ragazzi (e ragazza) di Ramona si riuniscono in una lega sotto la supervisione dell’oscuro Gideon per combattere Scott, sconfiggerlo e prendere controllo della vita sentimentale della contesa figliola che cinguetta. Riuscirà il povero Pilgrim a prevalere in battaglia, vincere l’amore di Ramona, trovare un contratto discografico per la sua band e non ingrassare mangiando pane all’aglio? Molte e onerose sono le missioni per un eroe.

 

School of Rock (Netflix)
In un universo parallelo sarebbe un documentario sulla vita di Jack Black, se solo non fosse diventato un attore famoso e un musicista in grado di sconfiggere Belzebù con il suo rock. Qui da noi, in questo spaziotempo, è una commedia musicale risalente inizio anni 2000, di discreto culto per almeno un paio di generazioni, nonché tuttora il metodo pedagogico travestito da film migliore per invogliare i figli ad ascoltare della musica suonata con strumenti analogici di quelli che magari è meglio se prendi due lezioni su come leggere uno spartito. Il film di Linklater, insomma, fa per il rock quello che faceva Amadeus per la musica classica. La storia è quella di Dewey, che è per davvero uno scappato di casa di quelli così distaccati dalla realtà che il giro precedente sono stati doppiati. A trenta e passa anni occupa ancora un angolo dell'appartamento di Ned, amico d'infanzia che sarà pure succube del carisma folle di Dewey, ma che nel frattempo ha trovato una compagna abbastanza antipatica e un lavoro come si deve da supplente, sacrificando sull'altare delle rassicuranti certezze borghesi il sogno musicale metallico condiviso con il compare. Dewey no. Dewey fa rock. O meglio, faceva rock visto che è così disfunzionale ed egoriferito da essere stato cacciato anche dal gruppo che lui stesso ha fondato. Per non saper né leggere né scrivere, quasi letteralmente, e soprattutto per pagare una sorta di affitto e non essere sfrattato, Dewey si finge Ned e accetta a suo nome una supplenza nella scuola elementare più esclusiva della città, scopre che i bambini a cui dovrebbe far finta di insegnare sono precoci talenti musicali, li indirizza verso il rock e fonda un gruppo, gli School of Rock, con cui partecipare a uno show che premia le migliori band della zona. In pratica School of Rock prende la struttura di ogni commedia americana per famiglie che si rispetti, la applica a un mitomane che sotto falso nome inganna una classe di minorenni per raggiungere i suoi scopi, sguinzaglia Jack Black per essere certi che il protagonista risulti simpatico nonostante l'evidente pericolosità sociale del soggetto ed eccoci a fare il tifo per uno squilibrato. Le magie del cinema quello bello, che sa essere sovversivo anche seguendo le regole del linguaggio commerciale.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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