Schermo familiare #013

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Pier Maria Bocchi dice che Stregata dalla luna è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Romance alle ore 21:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Se una rana avesse le ali non sbatterebbe tante volte il culo per terra (John McCabe)»

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Emanuela Martini

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News


10 Giugno 2020

Schermo familiare #013

Settimana di rompicapi in famiglia, con la possibilità di riprendere in mano due fra i cruciverba più enigmatici degli ultimi anni di cinema, Inception e Primer, e risolverli con il prezioso aiuto dei figli in quota Generazione Z, che in cambio potranno scegliere di guardare Chiara Ferragni: Unposted.

 

Inception (Netflix)
Ormai sono passati dieci anni, e con loro altri tre film di Nolan – con un quarto, Tenet, in arrivo tra luglio (Usa) e settembre (Italia). Sono passati dieci anni ed è finalmente giunto il momento della verità, quell'attimo di catarsi tanto sognato e anelato in cui finalmente, di fronte a se stessi e alla propria famiglia, ammettere che Inception lì per lì non l'abbiamo capito proprio tutto tutto e chiediamo scusa per aver comunque voluto partecipare al dibattito sul destino della trottola. Ed è proprio con l'aiuto della famiglia che oggi è arrivato il giorno della redenzione. Prendiamo carta e penna, e tutti insieme cominciamo a ricostruire il meccanismo cinematografico REM costruito da Nolan, il sogno nel sogno nel sogno nel sogno nel sogno che con l'aiuto del supporto grafico potrebbe finalmente rivelarsi un po' più potabile. Quante simpatiche celie e burle si potrebbero imbastire sulla complessa costruzione di mondi, narrativamente ed esteticamente chiusa e coerente, che caratterizza il cinema di Nolan. La verità è che Inception è un'esperienza sensoriale prima ancora che cervellotica – purtroppo, anche dopo ripetute visioni, quella che continua a soffrire è l'esperienza emotiva delle sue storie. Ne consegue che anche se il rompicapo non viene risolto completamente, la visione di Inception è comunque appagante e mozzafiato. Poi possiamo intrattenerci ore a sviscerare DiCaprio e il suo lavoro di estrapolazione di informazioni da sogni indotti e architettati esternamente attraverso una tecnologia militare sperimentale, della sua missione per ottenere l'impossibile – impiantare un concetto nella mente di un soggetto, piuttosto che espiantarlo – e del residuo onirico inconscio, quello della moglie morta da tempo, che gli mette i bastoni fra le ruote. Ma sarebbe come chiedere alla famiglia Bartezzaghi di spiegare nel dettaglio il processo di costruzione dei loro enigmi. Quasi quasi è più divertente cercare di risolverli, con successo o meno, e basta.

 

Primer (MUBI)
Ecco, e se i Bartezzaghi e gli Attilio Ghilardi sono gli Inception dell'enigmistica, Primer dovrebbe essere paragonato a Ennio Peres, il matematico con la passione per l'enigmistica – il quale, per autodefinirsi, ha coniato la parola giocologo – che nel tempo libero si diverte a disegnare i cruciverba più difficili al mondo, schemi perfettamente calibrati ma in cui ogni definizione è elaborata in forma ambigua o fuorviante. Primer è innanzitutto un atto di eroismo cinematografico, autofinanziato con 7mila dollari dal regista, sceneggiatore, produttore, autore della colonna sonora, montatore e co-protagonista Shane Carruth. Uno che, fatalità, prima di lasciare questo solco gigante e inaspettato sul cinema di fantascienza, nella vita faceva il laureato in matematica che lavorava come sviluppatore di software per la simulazione di volo. Poi ha deciso che quella roba qui era fin troppo semplice e ha voluto realizzare il film definitivo – quello più ancorato a un orizzonte realistico e scientifico, quello più brillante nella discussione dei termini etici e filosofici – sui viaggi nel tempo. Così definitivo che nel 3020, quando il bis-nipote del clone di Shane Carruth avrà effettivamente inventato il viaggio nel tempo, la sua dichiarazione alla robo-stampa sarà: “Cosa vi devo dire, c'era già tutto in Primer”. La visione di Carruth in Primer ha inoltre il pregio di non andare in onda in forma ridotta per venire incontro alla nostra pigrizia di pubblico. Il regista e sceneggiatore conosce alla perfezione la profondità e la complessità che è in grado di regalare con la sua narrazione e non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di edulcorarla per guadagnare una manciata di spettatori. La storia è quella di due giovani ingegneri entusiasti, che dopo banali giornate in ufficio si ritrovano la sera per sperimentare con nuove tecnologie, immaginando per se stessi un futuro da imprenditori all'avanguardia. Mentre maneggiano con un aggeggio che modifica a livello elettromagnetico il peso degli oggetti su cui agisce, i due amici si imbattono in un effetto di loop temporale. Scoprono che sotto l'effetto del campo elettromagnetico che hanno costruito, un oggetto può tornare nel passato, sdoppiandosi temporaneamente e creando nuove linee temporali. Non parallele e ulteriori rispetto a quella da cui l'oggetto (o il soggetto...) è partito, semplicemente inedite e abitate dal doppio che provenendo dal futuro, sostituisce il se stesso del passato (e che nel suo futuro prossimo sta per entrare nella macchina del tempo) e la sua linea temporale. Cosa mai potrebbe andare storto?

 

Anchorman: La leggenda di Ron Burgundy (Netflix)
Il film che si basa su eventi realmente accaduti, e in cui solo i nomi, i luoghi e gli eventi stessi sono stati modificati. La cosa buffa è che l'unica forma di intrattenimento che si è presa la briga di celebrare uno dei cardini della cultura americana, l'informazione locale, negli anni in cui è stato definitivamente evirato dal sistema capitalistico, non è un documentario, né un reportage, bensì un film orgogliosamente idiota – nell'accezione del termine che attribuiresti a quel tuo amico di infanzia che a 40 anni dà ancora fuoco ai peti ma a cui continui a volere un bene dell'anima perché un artista del genere non lo incontrerai mai più. Non sto dicendo che Anchorman sia una fonte attendibile da cui trarre informazioni a proposito delle pratiche di acquisizione saprofaghe con cui le grandi società di private equity acquistano i giornali locali per poi prosciugarli di tutte le risorse (materiali e umane) per trarre un grosso margine di profitto a scapito dell'integrità giornalistica delle comunità locali. No, non è il caso. Però, nella sua locura, Anchorman rispecchia e omaggia una delle realtà sociali più peculiari degli Stati Uniti, quella delle news locali. Qua siamo nella San Diego degli anni '70, e Ron Burgundy è il maschio alfa della redazione tutta al testosterone di KVWN channel 4, il notiziario di maggior successo della zona. Funziona tutto bene, nel piccolo mondo antico del privilegio attribuito per nascita al maschio bianco etero, finché non spunta una nuova assunta, l'ambiziosa Veronica Corningstone. Ron Burgundy si innamora senza passare dal via, e da lì in avanti (ma in realtà anche da prima) è una lotta continua fra attori comici di gran classe – prendere fiato: Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, Chris Parnell, Fred Armisen, Fred Willard, con camei di Vince Vaughn, Jack Black, Ben Stiller, Tim Robbins, Luke Wilson e Seth Rogen – a chi la spara più grossa e divertente. Anche qui la famiglia è centrale, nel senso che se le famiglie fossero intervenute meglio sull'educazione sentimentale e civile dei personaggi, probabilmente non ci sarebbe stato un film così divertente.

 

Cena con delitto - Knives Out (Prime Video)
Questa famiglia allargata invece, quella dei Thrombey, avrebbe quasi certamente fatto meglio a lasciarsi in pace a vicenda, visti i pessimi risultati umani ottenuti dalla stretta frequentazione. Il problema è che, nel loro caso, ci sono un ingente patrimonio e una gran quantità di privilegio (entrambi rigorosamente bianchissimi) da difendere strenuamente; e di questi tempi strani in cui gli ex abitanti delle colonie hanno alzato la testa e la voce dopo secoli di oppressione (quale oltraggio, quale indignazione!), è il caso di far fronte comune altrimenti è un attimo che passa un nuovo Robespierre a spiccare la testa con un colpo di ghigliottina al nostro sacrosanto diritto di nascita. Comincia e finisce tutto alla festa per l'ottantacinquesimo compleanno del patriarca Christopher Plummer, celeberrimo scrittore di romanzi gialli e unico intestatario di un ingente patrimonio bramato da un'orribile coorte di figli (Michael Shannon) figlie (Jamie Lee Curtis) nuore (Toni Collette) generi (Don Johnson) e nipoti (Chris Evans) che non aspettano altro che il vecchio schiatti per potersi dividere il malloppo e proseguire con la vita da pascià a cui sono abituati. Il vecchio in effetti schiatta la notte del party, apparentemente solitario suicida nella sua camera da letto. A una settimana dalla tragedia, il giorno prima dei funerali e dell'apertura del testamento, si presenta alla magione Thrumbey il noto investigatore privato Benoit Blanc – un Daniel Craig fuori dai gangheri con un accento del sud degli Stati Uniti così pessimo (e così perso nel doppiaggio) da fare il giro e diventare sublime – ingaggiato da un anonimo committente per riaprire l'indagine e scoprire la verità sulla morte di Christopher Plummer. Cena con delitto è un film con un (più o meno) delitto, ma sicuramente senza una cena, laddove il titolo italiano serve giusto a collegarlo all'altro classico del genere giallo deduttivo (in inglese whodunit) con un cast impaccato di stelle, Invito a cena con delitto. Ma se il film del '76 di Robert Moore era semplicemente (si fa per dire) una parodia del genere, quello scritto da Rian Johnson è ciò che succede a una persona intelligente quando ha bisogno di rilassarsi dopo aver fatto un episodio di Star Wars accolto con le forche in mano dai fanatici: scrive e dirige un divertente rompicapo con un chiaro messaggio progressista.

 

Chiara Ferragni: Unposted (Prime Video)
Si potrebbe stare qui tutti insieme a ragionarci una vita intera, ma la conclusione su quale sia la premessa giusta sarebbe sempre quella, dettata (se non comandata) dalla natura stessa del progetto: può non piacervi Chiara Ferragni, ma. Può non starvi simpatica Chiara Ferragni, ma è un'imprenditrice che ben prima di raggiungere i trent'anni è stata in grado di costruire un impero economico incentrato sulla sua figura di influencer – per la cronaca, siamo a 20 milioni abbondanti di followers su Instagram, tre in più rispetto al settembre 2019 quando questo documentario è uscito in sala per tre giorni incassando più di un milione e mezzo di euro. Può non piacervi il culto della personalità architettato con scienza e acume dalla Ferragni, di cui questo film pamphlet è una costola ben confezionata, ma è una strategia che rispecchia perfettamente lo spirito dei tempi; lo stesso zeitgeist che la donna (nata a Cremona nel 1987) ha domato e imparato a cavalcare, ma che esisteva prima di lei e che presumibilmente – tanto al mondo sembrano tutti sereni e pare non esserci aria di rivoluzione, disse Maria Antonietta lanciando croissant dal balcone – esisterà anche quando lei si ritirerà a vita privata (se mai questo lusso le sarà consentito). Potete invidiare il benessere e la celebrità di Chiara Ferragni al grido di “questa non sa fare niente se non fotografarsi e vendere una realtà social che non esiste”, ma significherebbe che state cercando di scaricare ipocritamente sulle spalle di altri (di chi ha avuto più successo di noi) le responsabilità per un modello sociale che altrove ci calza a pennello. Non si butta il bambino insieme all'acqua sporca, e non si possono nemmeno avere, contemporaneamente, uovo gallina e culo caldo. Per tutti questi motivi Unposted, commissionato all'ottima documentarista e sceneggiatrice Elisa Amoruso, è sia un'agiografia da regime, esaltazione senza contraddittorio di una figura pubblica che ha fatto dell'esaltazione senza contraddittorio (i commenti sotto i post di Instagram funzionano poco in tal senso) la sua carriera e il suo modello di business; ma è anche e soprattutto una testimonianza metatestuale (una comunicazione che racconta la comunicazione) sulla natura dei nostri tempi, gli stessi che (attivamente o passivamente) abbiamo contribuito a creare anche noi. Volenti o nolenti.

 

La rivincita (RaiPlay)
Si chiama La Rai con il cinema italiano ed è la cara vecchia tv nazionale che viene incontro a quei cineasti che hanno visto saltare l'uscita in sala dei loro film a causa della pandemia globale. Mamma Rai ne distribuisce uno ogni sette giorni, e questa settimana è il turno dell'esordio dietro la macchina da presa di uno dei registi di prosa teatrale (ma anche di opera) più apprezzati in Italia, il pugliese Leo Muscato. Per non sentirsi totalmente oliva fuor d'albero, Muscato allevia il debutto alla regia su un medium diverso a quello a cui è abituato adattando l'omonimo romanzo (e prima ancora pièce teatrale) di Michele Santeramo, pubblicato da Baldini&Castoldi – La nave di Teseo, mettendo in scena una storia ambientata nella sua Martina Franca. Qui, in due appartamenti che dividono lo stesso pianerottolo e che gli sono stati lasciati in eredità dal padre, vivono i fratelli Vincenzo e Sabino. Il primo cura l'oliveto del suo appezzamento di terra abusivo, che da un giorno all'altro gli viene confiscato per fare spazio a una nuova autostrada; ha una compagna turca, Maja, che ama molto e con cui sta aspettando un bambino che, parole sue, non si possono permettere. Il secondo gestisce il fallimentare chiosco di fiori del cimitero locale, e sta valutando se accettare la proposta dei mafiosetti locali di usare il negozio come deposito per i loro loschi affari; è sposato con Angela, giovane donna in crisi esistenziale e madre di un bambino appassionato di danza latino-americana con cui non riesce a essere amorevole. La premessa di La rivincita è piuttosto reale e semplice: la sfiga ci vede molto bene, ed è brava ad accanirsi. Il messaggio di La rivincita è altrettanto reale e semplice: tener duro, arrangiarsi e contare sulla famiglia, per quanto sgangherata possa essere. Non capita tutti i giorni di avere sotto mano un cinema popolare che si affacci sul baratro delle lotte quotidiane di chi non ha niente e deve rinunciare anche a quello che non ha. Di La rivincita si possono questionare i salti logici nell'evoluzione dei personaggi; ma rimane impresso lo spaccato veritiero, anche se un po' ingenuo dal punto di vista cinematografico, dei nuovi ultimi.

 

Narcos / Narcos: Messico (RaiPlay)
Dice, ma non è che il 2015 era un momento un po' fuori tempo massimo per realizzare la biografia/apologia romantica di Pablo Escobar, il gangster che fra tutti i gangster è stato (probabilmente) quello che ha vissuto più al di sopra della legge (e delle righe) di tutti? Non è una questione morale, attenzione; che c'è sempre del sollazzo (e dello sfogo innocuo) nell'assistere all'adattamento narrativo della vita fuori dai gangheri di una persona che se la sente torrida e vive secondo leggi proprie, al di sopra di qualsiasi dio e della società civile. È più una questione di anzianità narrativa, dal momento che quell'iconografia qui è stata esaurita in anni di film (Il padrino, Scarface) e più tardi serie tv (I Soprano, Breaking Bad) che l'hanno esplorata, studiata, sminuzzata, esaltata, romantizzata, decostruita e disinnescata. Buon per tutti, allora, che Narcos – e il suo spinoff barra sequel contemporaneo, ma ambientato più a nord, Narcos: Messico – non cade nella trappola di fare qualcosa di già visto, rivisto, digerito e sorpassato. Piuttosto, soprattutto nelle prime due stagioni, Narcos prende a prestito la famigerata parabola ventennale di Pablo Escobar, da studente universitario fallito e contrabbandiere di biglietti falsi della lotteria a re (multimiliardario) del traffico internazionale della cocaina, per raccontare due decenni abbondanti nella storia di un paese, la Colombia, inevitabilmente legato a doppio filo, a livello sociale e politico, alle vicende della polvere bianca con cui il cartello di Medellin riforniva gli odiati Stati Uniti d'America. Un racconto, quello di Narcos, che non cede alla tentazione di fare del narcotraffico uno show circense messo in piedi da eroi del popolo, ma preferisce illustrarne con realismo le conseguenze – alte (nell'ingannevole redistribuzione delle ricchezze di Escobar) e basse (su tutte, lo spargimento di ettolitri di sangue), morali e materiali.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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