Schermo familiare #016

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Pier Maria Bocchi dice che Stregata dalla luna è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Romance alle ore 21:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

scelta da
Simone Arcagni

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News


30 Giugno 2020

Schermo familiare #016

Una settimana variegata di famiglie sui generis (Senza lasciare traccia) o divelte dalla crudeltà umana (12 anni schiavo, Old Boy) che finiscono comunque con il fare più bella figura rispetto all'unica famiglia “normale” del lotto (quella di Suburbicon).

 

Eurovision Song Contest: la storia dei Fire Saga (Netflix)
Nella vita vera funziona che quando ti interessi a un argomento leggi i libri e guardi i film – entrambe le opzioni possono essere sostituite da: compulsi le voci di Wikipedia – che ne trattano. Se invece, puta caso, sei un attore di Hollywood di grande e duraturo successo, un imprenditore di larga e turgida ricchezza, uno sceneggiatore e produttore di spessore, e infine hai anche grande talento nello scrivere testi carichi di riferimenti fallici, allora sei Will Ferrell e quando ti interessa un argomento ci fai su un film stupido. Sul serio. È già successo con il pattinaggio (Blades of Glory) con la Nascar (Ricky Bobby) con il basket (Semi-Pro) e con lo spagnolo (Casa de mi padre). Oggi è la volta dell'Eurovision Song Contest, versione pan-europea e meno severa di Sanremo che fa andare via di testa mezzo continente e oltre; la manifestazione canora fuori dai gangheri che sfiata le tensioni fra i popoli europei e la belligeranza che si portano appresso dall'alba dei tempi, al contempo confermando (con il suo cattivo gusto elevato a forma d'arte) che ci siamo meritati tutte le guerre almeno fino a Napoleone. L'americano Ferrell ha scoperto la meraviglia kitsch dell'Eurovision tramite la moglie svedese, e con gioia ha adattato l'archetipo comico con cui ha più famigliarità – quello dell'uomo-bambino, sognatore, naif, egocentrico e narcisista che viene costretto a fare a patti con la realtà e ne esce migliore e cresciuto, ma non troppo – in una commedia che riportasse anche negli States il glitter del concorso canoro più sopra le righe di sempre. Lo fa nei panni di un ragazzotto islandese che come maturità emotiva è rimasto fermo alla morte della madre, avvenuta quand'era ancora un bambino. Will Islandese sogna di portare la sua musica, che interpreta insieme all'amica d'infanzia Rachel McAdams, in competizione all'Eurovision. Quello che succede poi è la canonica parabola seguita da ogni commedia americana che si rispetti®, ma scritta e realizzata con più compattezza rispetto agli standard del sottogenere Will Ferrell. E soprattutto riflette tutto l'irrazionale entusiasmo che una persona adulta può provare per uno spettacolo d'arte varia come l'Eurovision, che pare la finale di X-Factor co-diretta da Baz Luhrmann e Todd Solondz. 

 

Senza lasciare traccia (Netflix)
C'è Ben Foster che è un attore molto bravo (Quel treno per Yuma, Hell or High Water) e che nell'ultimo film dell'altrettanto se non più brava Debra Granik (Un gelido inverno) interpreta un uomo che riesce a far convivere le sue due anime in conflitto solamente rifiutando (in toto) la società, abitando nelle foreste secolari dell'Oregon, alle porte di Portland. Un uomo che è sia un reduce dell'Iraq piegato da un disturbo post-traumatico da stress, che mantiene sotto controllo a stento senza l'aiuto dei farmaci, sia il padre della 13enne Tom – Thomasin McKenzie (JoJo Rabbit) anche lei bravissima tanto quanto. La vita è una lotta per restare il più invisibile possibile e contemporaneamente crescere la figlia al meglio. Che peraltro si scopre che Tom, al netto del distacco quasi totale dal consesso civile – fanno eccezione delle rare puntate in città per acquistare lo stretto necessario che non si può ricavare dalla foresta – è titolare di un'istruzione ben al di sopra della media dei coetanei. Non basta neanche lontanamente per convincere i servizi sociali, allertati dai ranger che hanno scoperto l'accampamento di padre e figlia, a non intervenire. Costringono Will a confrontarsi con il germoglio di una consapevolezza: che Tom ha bisogno di interagire con altri esseri umani e con la loro società, prima di prendere un'eventuale decisione, la stessa del padre, e intraprendere una vita solitaria e invisibile. La famiglia raccontata da Senza lasciare traccia è quanto di più distante dalla norma sociale, dalle varie opzioni prestabilite come normali e ritenute accettabili; eppure è espressione di un rapporto maturo e onesto, in cui le tensioni vengono affrontate e risolte con rispetto reciproco e consapevolezza dei propri limiti. E comunque “occhio che ti porto a vivere nella radura di un bosco dell'Oregon” rimane un ottimo spunto di minaccia per tenere sulle spine figli adolescenti che si lamentano del nulla cosmico.

 

Old Boy (Prime Video)
Ancora oggi, quando si parla di questo film, la prima cosa che viene fuori è la vendetta. Dice, grazie tante. È il secondo di tre film (gli altri sono Mr. Vendetta e Lady Vendetta) che compongono la cosiddetta, indovina un po', trilogia della vendetta. Ci credo che la prima cosa che viene fuori è la vendetta. Solo che Old Boy, in realtà, è un film che parla di famiglia, senza la quale non ci sarebbero i legami la cui recisione (involontaria o con dolo) fa scaturire il bisogno di vendetta. In Old Boy il protagonista Oh Dae-su viene rapito da un anonimo aguzzino proprio la sera in cui rovina il quarto compleanno della figlia facendosi arrestare per ubriachezza molesta. Si risveglia in una stanza senza finestre e blindata, con un televisore dai canali limitati e ravioli a pranzo e a cena. Oh Dae-su rimane prigioniero per 15 anni, durante i quali scopre di essere stato accusato dell'omicidio della moglie. Mette nero su bianco la storia della sua vita per ripassare cosa ha fatto di male e a chi, per cercare di capire chi gli ha fatto questo e perché. Nel frattempo si allena, viene condizionato a sua insaputa, impazzisce, rinsavisce. Quando viene liberato, Oh Dae-su inizia il suo percorso di vendetta e punizione, già inscritto nel percorso di vendetta e punizione ai suoi danni orchestrato dalla persona che lo ha rapito. Un meccanismo narrativo, cinematografico e filosofico profondo e, nonostante la grande umanità, senza scrupoli. Il quale, al di là di tutto, insegna che forse la sera del quarto compleanno di tua figlia è meglio non passarla a sbronzarsi malamente.

 

L'immensità della notte (Prime Video)
Questo è il film d'esordio di un tal Andrew Patterson – se tutto va bene sentiremo ancora parlare di lui – ed è un ottimo modo per spiegare alla prole il concetto di “fare di necessità virtù”. Andrew Patterson ha poco meno di 40 anni e nella sua vita adulta ha sempre fatto il videomaker a Oklahoma City, bel posto per i tornado, il basket e gli attentati terroristici, meno per avere contatti con l'industria cinematografica. Solo che Andrew Patterson qualche idea per fare del cinema ce l'aveva, così ha raccolto i risparmi guadagnati dirigendo pubblicità o video promozionali per qualche bovaro del posto e si è inventato un film che potesse essere realizzato con 700mila dollari, più o meno la stessa cifra che J. J. Abrams guadagna per allacciarsi le scarpe sul set. L'immensità della notte è un thriller fantascientifico fatto di scrittura, studio dei personaggi e piccole idee registiche che, messe una in fila all'altra, creano una grande idea di cinema. La storia è quella di due adolescenti di una cittadina abbastanza sperduta del New Mexico. È la sera della partita di basket del liceo locale, evento a cui partecipa la maggior parte della popolazione. Tutti tranne Everett e Fay, di turno ai rispettivi lavori notturni come disc jockey presso la radio locale il primo e come centralinista la seconda. Rispondendo a una chiamata, Fay intercetta un segnale sconosciuto. Avvisa Everett, il quale diffonde la notizia via radio e riceve una strana, inquietante telefonata da un veterano dell'esercito che delira su un progetto segreto che metterebbe in pericolo l'intera nazione. Seguono svariati altri spaventi, momenti misteriosi, atmosfere inquietanti e in generale una grande gioia all'idea che si possano ancora fare film originali con così pochi mezzi.

 

Detroit (RaiPlay)
Quando sei giovane ed è tutto più tonico, compreso l'entusiasmo, la storia la studi sui libri di scuola e la vedi scorrere talmente veloce di pagina in pagina da convincerti che cambiarla sia una faccenda non indolore, ma quantomeno rapida e secca. Il tempo di passare da un paragrafo del libro a quello successivo e bum, all'improvviso i cristiani sono legali nell'impero romano. Quando cominci a farti più anziano ed è tutto più lasso, comprese le balle che ti stanno letteralmente e metaforicamente cascando, la storia cominci a percepirla nel tuo tempo reale, vedi apparire i primi corsi e ricorsi, e pian piano capisci che cambiare la storia è, con le dovute proporzioni, un'attività simile allo scrivere sul cemento fresco: il messaggio ci mette un bel po' ad asciugarsi e, per l'amor di dio, fai attenzione a quello che scrivi perché poi è un casino modificare il risultato finale. Per tutti noi che ci stupiamo leggendo quello che sta succedendo in questi giorni negli Stati Uniti: smettiamola. Da un'infinità di tempo a questa parte, ogni decennio è macchiato dal sangue di una rivolta a stelle strisce a sfondo razziale, quasi sempre in reazione a un torto subito da chi poi mette a ferro e fuoco le città. L'ultimo film del premio Oscar Kathryn Bigelow – scritto da Mark Boam, frequente collaboratore della regista (The Hurt Locker, Zero Dark Thirty) – racconta uno degli episodi più raccapriccianti, passato alla storia giornalistica come L'incidente al Motel Angiers, dei sanguinosi scontri di Detroit del 1967. Con Detroit, Bigelow imbastisce una narrazione rigorosa e ripartita nei canonici tre atti del dramma, concentrandosi sull'ingiustizia, più che sulla ribellione. Un film che non punta tanto a risvegliare la sensibilità e la coscienza in chi non riconosce la presenza di un problema sistemico, quando a non far mai dimenticare l'orrore a chi sa e capisce, ma sceglie di dimenticare o di girarsi dall'altra parte.

 

Suburbicon (RaiPlay)
Un giorno di qualche anno fa, i fratelli Coen sono andati dall'amico George Clooney e, forse facendogli notare che i film che scrive e dirige di solito non sono troppo belli forse no, gli hanno regalato la sceneggiatura di un noir generico che avevano scritto tre decadi or sono. La storia è quella, fra l'assurdo, il grottesco e il fatalista tipici dei Coen, di una famiglia borghese americana anni '50 con tutti i crismi, villetta a schiera color pastello, televisore a manopole e ipocrisia compresi. Il capofamiglia Matt Damon progetta di scampare all'imminente bancarotta (che sta nascondendo a tutti perché il fallimento è poco patriottico) avvelenando la moglie paraplegica Julianne Moore mettendo in scena una finta rapina con la complicità della cognata (gemella della sposa) intascando i soldi dell'assicurazione sulla vita e fuggendo sulle spiagge di Aruba, ispettore della compagnia assicurativa permettendo. Tutto molto bene, un sacco di gerundi al pascolo e in generale tutto molto genericamente fratelli Coen. A dirla tutta, l'impronta dei fratelli sulla sceneggiatura di Suburbicon era talmente evidente e riconoscibile che a Clooney è venuto il dubbio che la paternità e l'identità del suo film potessero risultare ambigue. Così ha preso il collaboratore di lungo corso Grant Heslov e insieme hanno scritto un'addenda alla sceneggiatura, una sottotrama che racconta l'arrivo della prima famiglia afroamericana di sempre a traslocare nel bianchissimo vicinato di casa Damon, con le tensioni razziali che ne conseguono. C'entra qualcosa con il resto del film? Non molto. Clooney riesce comunque a fare i salti mortali e a integrare organicamente l'aggiunta? Non particolarmente. È un peccato? Abbastanza.

 

12 anni schiavo (MUBI)
Solomon Northup è stato, prima di tutto, un uomo dalle molteplici sfaccettature. È stato un violinista, un agricoltore, un attivista e uno scrittore; ma anche un'anomalia statistica. Tecnicamente, tenendo conto delle scarse probabilità che nella vita gli succedesse quello che effettivamente gli è successo, è come se Solomon Northup avesse vinto quattro volte alla lotteria. O meglio, è come se fosse stato colpito quattro volte, e sempre nello stesso punto, da un fulmine. Prima rarità: Northup viene alla luce all'inizio dell'800 come uno dei pochi afroamericani nati liberi, cresce nello stato di New York e diventa un violinista abbastanza abile da mantenere una moglie e tre figli piccoli. Seconda rarità: quando ha 33 anni, Northup viene rapito con l'inganno (la promessa di un lavoro a Washington) da un gruppo di schiavisti bianchi che gli distruggono i documenti che ne comprovano la libertà, vendendolo a una piantagione della Louisiana. Terza rarità: dopo 12 anni passati in schiavitù sotto diversi padroni, la cui condotta andava dal pessimo (accettare lo status quo disumano) al raccapricciante (propugnare l'inferiorità dei neri e godere nell'arrecare loro sofferenza), Northup trova il modo di scrivere alla famiglia; la quale, tramite un'intricata rete burocratica e legale, riesce a provarne lo stato di uomo libero riportandolo a casa. Quarta rarità: nel 1853 Northup scrive un memoriale della sua vita in schiavitù. Il suo libro, 12 anni schiavo, diventerà un bestseller per l'epoca. Il quinto fulmine di Solomon poteva essere la vittoria in tribunale contro gli uomini che l'avevano derubato della sua libertà e rivenduto agli schiavisti sudisti. Purtroppo, quella è stata l'unica istanza della sua vita in cui le probabilità sono state rispettate, con il processo ai due rapitori annullato nel 1857 per un cavillo tecnico.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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