Schermo familiare #017

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Dario Stefanoni dice che La scimitarra del saraceno è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 06:30.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Quando chiesero a Marx cos’è la dittatura del proletariato rispose: ”la Comune di Parigi, perché ha abolito l’esercito e la polizia”. Poi vennero i Soviet e Solidarnosc. Questo è il movimento. Non nacquero per caso. (C.L.R. James)»

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News


7 Luglio 2020

Schermo familiare #017

Il divano comincia a farsi incandescente, ma rimane comunque il posto più sicuro su cui consumare i nostri film. Questa settimana un breve viaggio nella storia d'Italia, a partire dal giusto omaggio a Ennio Morricone.

 

The Hateful Eight (RaiPlay)
La cosa più vicina al portare a teatro i vostri figli che potrete sperimentare. Sia in tempi di COVID, sia in generale, ché i figli non vanno a teatro di per sé, figuriamoci insieme agli anziani. E quando lo fanno se va bene è per farvi un piacere, se va male è per lisciarvi in vista dell'eredità. Solo che questo pezzo di teatro ha inusuali ambientazioni temporali, una dozzina d'anni dopo la fine della Guerra civile statunitense, e spaziali – in un emporio sperduto fra le montagne del Wyoming, lo stato americano squadrato per eccellenza e celebre (in ordine di importanza) per avere più vacche che abitanti e per il rutto di Ovosodo. E come se l'emporio di Minnie non fosse abbastanza sperduto, quando ospita il film è pure ingolfato in una bufera di neve che blocca un gruppo di personaggi abbastanza losco persino per quell'epoca instabile: un boia inglese, un cowboy silenzioso, due cacciatori di taglie, una ricercata, un ex generale sudista, un ex brigante confederato diventato sceriffo, solo per citarne alcuni. L'ottavo film di Quentin Tarantino parrebbe scritto da Agatha Christie (c'è anche del caffè avvelenato) non fosse per gli ettolitri di sangue e per l'abuso (sicuramente filologico) di certe parole che quando qualcuno se ne ricorderà ci sarà bisogno di scrivere una lunga prefazione. È anche il film per cui Ennio Morricone ha vinto il primo dei suoi due Oscar - il secondo, l'anno successivo, fu un riconoscimento alla mirabile carriera - e, anche se pare scontato, meglio ricordare quanto superba e calzante sia la sua colonna sonora.

 

Buongiorno, notte (RaiPlay)
Storia recente d'Italia filtrata attraverso gli occhi di un grande autore, parte prima. Non so come funzioni adesso, ma quando sono andato a scuola io, di Aldo Moro se ne parlava piuttosto in fretta verso la fine della quinta superiore, quando i pensieri erano ancora più altrove rispetto al distratto solito. È molto bello mandare a memoria i sette re di Roma, avventurarsi nelle ragguardevoli vite dei papi e persino sapere i termini del patto Molotov-Ribbentrop; forse, però, è ancora più bello (e soprattutto utile) approfondire l'Italia di appena una quarantina abbondante di anni fa, quando le ideologie si sentivano in guerra con lo stato, e lo stato rispondeva con machiavellico paternalismo. Una guerra fra simboli, quello iconoclasta e rivoluzionario delle Brigate Rosse contro quello reazionario e in difesa dello status quo delle istituzioni, disposto a rinunciare a organi vitali perché il male è necessario per avere il bene - parafrasando le parole attribuite da Sorrentino al signore protagonista del film qui sotto. La parte onirica e poetica della guerra la mette in scena Marco Bellocchio in Buongiorno, notte. Per la cronaca dei 55 giorni in cui le Brigate Rosse hanno tenuto prigioniero Aldo Moro in un appartamento romano, Bellocchio prende spunto dal libro Il prigioniero, pubblicato nel 1998 dall'ex brigatista Anna Laura Braghetti. Ma il racconto è soprattutto quello personale della brigatista Maya Sansa, combattuta tra l'entusiasmo e i ripensamenti, la vita segreta e quella pubblica. Sullo sfondo, l'astrazione del simbolo Moro (interpretato da Roberto Herlitzka), pronto per essere immolato sull'altare della causa.

 

Il divo (Netflix)
Storia recente d'Italia filtrata attraverso gli occhi di un grande autore, parte seconda. Il 1978 del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, gli anni di piombo che all'epoca stavano per raggiungere l'apice della strage di Bologna, gli strascichi di sangue lasciati sull'Italia degli anni '80: Sorrentino li condensa in un montaggio cristallino sulle note di un duo francese di pop elettronico e del loro pezzullo tutto ritmato che a intervalli regolari ripete suoni onomatopeici. Quindi, quei momenti di storia rimangono ad aleggiare come fantasmi che contribuiscono al lancinante mal di testa perenne di Giulio Andreotti, il divo del titolo. Lo ritroviamo, Andreotti, nel 1991: sta per essere eletto presidente del consiglio per la settima volta e pregusta il momento in cui Cossiga terminerà il suo mandato per potersi prendere la ciliegina sulla torta di una carriera politica invitta, la presidenza della repubblica. Non andrà così. La sua corrente in seno alla DC verrà isolata, al Quirinale verrà eletto lo sfavorito Scalfaro, e i suoi rapporti con Cosa nostra verranno svelati dalla seconda generazione di pentiti di mafia, convincendo la commissione del senato a dare il via libera a un processo a suo carico. Sorrentino racconta l'uomo più misterioso e potente del '900 italiano (esatto, sono pronto a battagliare) e lo fa alternando precisione storica e filologica a puntate nel grottesco e nell'immaginifico. E, come è giusto che sia, l'ambigua soluzione sul suo stesso personaggio la dà l'Andreotti di Toni Servillo a colloquio con Eugenio Scalfari: la situazione era un po' più complessa di quanto non si vorrebbe pensare.

 

Robin Hood - Un uomo in calzamaglia (Netflix)
Questo invece è un pezzo di storia inglese doppiamente filtrata, prima fra le maglie della leggenda, quindi dallo sguardo malandrino di Mel Brooks, re della stupidera che ti mette di buonumore anche quando non è divertente. Nella versione da barzelletta di Brooks, Robin Hood sopravvive alle crociate tornando a nuoto da Gerusalemme dopo essere evaso da un prigione. Giunto in Inghilterra, scopre che il piangina Giovanni, reggente ad interim stante l'assenza causa guerra di Re Riccardo, ha confiscato il castello della sua famiglia per una questione di tasse arretrate. A Robin si chiude la vena del rivoluzionario e con l'aiuto di Dave Chappelle e di Bellosguardo, il fedele servitore cieco, si rivolta contro il tirannico principe e il suo scagnozzo numero uno, lo sceriffo Smerdino di Ruttingham. I nomi buffi non finiscono qui, perché in mezzo alla sarabanda di insurrezione popolare ci si mette anche il cuore, con Robin che deve riconquistare la libertà (e la chiave per la cintura di castità) dell'amata Lady Marian di Batman. La vera morale della storia è che se non avete ancora visto Robin Hood - Un uomo in calzamaglia, è il caso di rimediare; se l'avete già visto, invece, ben sapete che forse è il caso di ribadire e di istruire la giovane prole al culto di Brooks.

 

Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello (Prime Video)
Se in famiglia ci sono dei fanatici di Tolkien – ed è statisticamente probabile – non c'è bisogno di dire nulla, avete già letto e visto più volte quello che c'era da leggere e vedere. In caso contrario, nell'ipotesi che siate appena atterrati da un pianeta diverso, vi siate appena risvegliati da una lunga ibernazione o semplicemente abbiate sempre avuto troppa puzza sotto il naso per mettervi a guardare quattro ore (per tre) di occhi rossi che comandano orchi che danno la caccia a hobbit che con l'aiuto di elfi, nani, maghi e umani semi-immortali devono trasportare un anello dentro a un vulcano; ebbene, se uno di questi tre casi corrispondesse a verità, vi invito a guardare il primo capitolo della trilogia dell'anello diretta da Peter Jackson sotto un'altra luce. Non come l'adattamento cinematografico (impossibilmente perfetto) dell'opera più popolare di J. R R. Tolkien, il più alto esempio (nella letteratura novecentesca) di costruzione di mondi e di mitopoiesi. E nemmeno come lo spettacolare campione di incassi che ha rivoluzionato il cinema commerciale di genere tanto quanto aveva fatto Lo squalo nel 1975. Bensì come un manuale di integrità artistica, un miracolo di cinema indipendente fatto con il budget di un blockbuster, l'improbabile realizzazione del sogno di un matto neozelandese. A tal proposito, provate a vedere La compagnia dell'anello in coppia con il suo backstage (si trova su YouTube) per seguire una vera lezione di cinema, povera di pipponi teorici e ricca del sangue, del sudore, della passione con cui la troupe ha vissuto l'esperienza di creare dal nulla un mondo che non esisteva in versione plastica fino all'arrivo di Peter Jackson.

 

Funny People (Prime Video)
Questa è decisamente la maxistoria di come Judd Apatow ha interpretato gli anni in cui lottava per il suo sogno di diventare un comico. Poi nella vita vera qualcuno gli ha detto che era molto più bravo come produttore e scrittore che come esecutore, sul palco a dire battute, ed è andato tutto meglio. Solo che quest'ultima parte manca nel film, perché è un po' troppo prosaica. Funny People è in realtà l'oceanico, 146 (centoquarantasei) minuti tutti interi, studio su alcuni dei tipi umani che hanno trovato nella commedia la loro vocazione. Adam Sandler fa il comico che ha successo sul lavoro, meno nella vita: è stronzo, egoista, sprecone e dissoluto. Ha distrutto un matrimonio per eccesso di narcisismo, e ora che ha scoperto di aver contratto una rara forma di leucemia si trova solo come un cane ad affrontare la morte. La vita gli offre l'occasione di legare con Seth Rogen (l'avatar di Apatow), un giovane che aspira a diventare comico, avrebbe anche i numeri per farcela, ma sul palcoscenico è troppo troppo ingommato per sperare di avere successo. Adam Sandler prende Seth Rogen sotto la sua egida e cerca di insegnargli i trucchi del mestiere; Seth Rogen, dal canto suo, prende sotto la sua ala protettrice Adam Sandler e tenta di aiutarlo a diventare un essere umano appena migliore. Funny People ha il bel pregio di essere senza sforzo un film a tratti divertente e a tratti amaro, molto umano e pieno di sentimenti. Ha anche il grande difetto di durare 146 minuti. Ma è un po' come quelle lunghe passeggiate d'agosto in montagna, verso il rifugio: con un po' di pazienza (e tante bibite fresche) il salubre sforzo viene ricompensato.

 

Upstream Color (MUBI)
Kris viene rapita da un uomo conosciuto come Il Ladro. Le viene somministrata una capsula che contiene una delle larve che crescono fra le orchidee blu coltivate dal Ladro. Kris viene ipnotizzata profondamente, manipolata nel cedere tutti i suoi possedimenti terreni e nel nutrirsi di sola acqua per il bene della larva. Quando essa è matura per l'uso, un uomo chiamato Il Campionatore la convoca, sfruttando i residui dell'ipnosi e il richiamo degli ultrasuoni che attirano le larve, nella sua fattoria di maiali, dove estrarrà chirurgicamente la capsula e ne trasferirà il contenuto in uno degli animali del suo allevamento. Kris torna, immemore dell'accaduto, alla sua vita precedente, ora devastata. Un anno dopo incontra casualmente Jeff. Frequentandosi, i due confronteranno le rispettive cicatrici e capiranno di aver subito lo stesso trattamento. Sveleranno il misterioso, insensato circolo vizioso a cui sono stati (loro malgrado) iscritti. Ecco, per quanto abbia fatto pochi film (due, e forse non ce ne saranno altri), c'è da dire che il cinema di Shane Carruth – quello che Steve Soderbergh ha definito “il figlio illegittimo di David Lynch e James Cameron” – ha l'intrinseca capacità di affascinare ecumenicamente e di lasciare in dote materiale per riflettere. Se con Primer Carruth consegnava allo spettatore un rompicapo narrativo da sciogliere, con Upstream Color si sdoppia e racconta una storia ermetica e profonda grazie immagini che inducono meraviglia e fascino, attraverso parole che non spiegano. 

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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