Schermo familiare #018

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Dario Stefanoni dice che La scimitarra del saraceno è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 06:30.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Un ingenuo e stupido film americano può insegnarci qualcosa “per mezzo” della sua scempiaggine. Ma non ho imparato mai niente da uno scaltrito film inglese. (Ludwig Wittgenstein)»

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News


14 Luglio 2020

Schermo familiare #018

Attività cinematografiche da svolgere volentieri in famiglia: ricordare la magia creata dalla coppia Sergio Leone/Ennio Morricone (e le parodie lampo che ne cavalcavano il successo) e apprezzare i film di animazione di autori come Michaël Dudok de Wit e Makoto Shinkai.

 

Per un pugno di dollari (RaiPlay)
La prima collaborazione tra Sergio Leone ed Ennio Morricone è stata abbastanza seminale da rivoluzionare il panorama del cinema (si vedano le due schede più sotto) per i decenni a seguire - anche oggi il linguaggio del cinema di genere (e oltre) è in debito nei confronti degli occhi di Leone e delle orecchie di Morricone. E questo nonostante il progetto per Il magnifico straniero (il titolo originale di Per un pugno di dollari) sia nato in maniera così cialtronescamente italiana che pare il flashback anni '60 di una puntata di Boris. Leone, regista agli esordi pieno di entusiasmo ma ancora senza un nome, va al cinema a vedere La sfida del samurai, quel film in cui Akira Kurosawa e Toshiro Mifune stilizzano l'archetipo del servitore di due padroni portandolo ai tempi dell'anarchico Giappone feudale. Leone se ne innamora, chiama Duccio Tessari e Fernando Di Leo per scrivere una sceneggiatura su quello stesso scheletro, ma ambientata in un leggendario west americano - che esiste solo nella fantasia di Leone, ma che è diventato l'iconografia ufficiale per quell'epoca - al confine fra Stati Uniti e Messico. Trova per caso l'allampanato attore tv Clint Eastwood, l'unico che può permettersi con il budget risicato concessogli dalla produzione. E gira, a Madrid e dintorni, il film che lo porterà al successo, che stenderà il tappeto rosso all'iniziativa imprenditoriale italiana di maggior successo degli anni '60 e '70 (lo spaghetti-western) e che gli concederà la possibilità di continuare a rivoluzionare il linguaggio cinematografico a partire dal basso.

 

Per qualche dollaro in meno (Prime Video)
Altra eminente caratteristica delle attuali maniere di fruizione cinematografica è l'aver restituito facile reperibilità a certi scult vergognosi, che nel precedente universo comandato con pugno di ferro dai supporti fisici (analogici e/o digitali) sarebbero finiti nell'oblio del cestone VHS/DVD a 99 eurocents del supermercato discount di fiducia. Nel 1966, ad appena un anno dall'uscita di Per qualche dollaro in più, il sultano Mario Mattoli - uno che fra gli 80 e passa regie in 30 anni di carriera è saltato agilmente dai film di Totò ai quelli mitologici, dalla fantascienza alla parodia dello spaghetti-western - non si lascia sfuggire l'occasione di sfruttare gli oltre 14 milioni di biglietti staccati, in Italia, dal secondo film della trilogia del dollaro. Mette insieme una parodia lampo che, in stile così italiano che ti verrebbe voglia di dargli un pizzicotto sulla guancia e passargli una busta con la 50mila lire, viene realizzata dallo stesso produttore di Per qualche dollaro in più (Franco Palaggi) e sceneggiata (insieme al fratello Bruno) da Sergio Corbucci, che fino a sei mesi prima era sul set sanguinolento di Django. Atmosfere giusto un filo diverse da quelle di Per qualche dollaro in meno, in cui Lando Buzzanca dovrebbe essere Clint Eastwood e invece è un cassiere di banca sfigato che per coprire un ammanco di 100 dollari si inventa un piano decerebrato, e in cui Raimondo Vianello dovrebbe essere Lee Van Cleef e invece è un pirla che si fa chiamare Generale e che dà corda al cugino scemo Buzzanca. Il tutto fra mille faccette e idee comiche infantili e senza vergogna, al pari degli incredibili esterni girati nella campagna del frusinate e che ricordano il deserto del Texas tanto quanto Per qualche dollaro in meno ricorda il film di Leone a cui fa il verso.

 

C'era una volta in America (RaiPlay)
Se non è il miglior film della storia del cinema - il ballottaggio è sempre aperto, con l'ardua concorrenza di Quarto potere e Box Office 3D - poco ci manca. Non c'è dubbio invece che l'ultimo, enorme film di Sergio Leone sia il film più cinematografico della storia del cinema. Nella lingua dei signori che forniscono l'oppio a Robert De Niro, il cinema è associato all'immagine delle “ombre elettriche”. C'era una volta in America, con i suoi fantasmi e le sue memorie, il suo alternarsi fra passato e presente, vero e falso, antico e moderno; con le sue musiche (Ennio Morricone è straziante e inquietante), le sue interpretazioni, il suo montaggio (anche sonoro): è il miglior racconto di ombre elettriche che sia mai stato realizzato. Per chi non fosse famigliare, il film è sempre la decostruzione del mito del gangster che si affianca all'implosione allegorica del mito americano, raccontando (fra sogno e realtà) la parabola del guappo ebreo Noodles in tre momenti cruciali della sua ragguardevole esistenza. Mamma Rai lo propone in menù nella versione estesa (26 minuti in più) curata di recente dall'Immagine Ritrovata di Bologna, con il reinserimento di scene mancanti che Leone ha dovuto tagliare su pressione dei distributori americani e che si riteneva fossero andate perdute. Oltretutto, la pellicola che è stata recuperata era un positivo mal conservato, dunque il tentativo è stato quello di migliorare la qualità delle scene inedite (quattro in tutto) per renderle il più possibile omogenee al resto del film. Il materiale è stato poi inserito all'interno della narrazione nella maniera più armoniosa possibile, in una ricostruzione che è stata fatta seguendo i documenti e le testimonianze della famiglia di Sergio Leone.

 

Baby Driver - Il genio della fuga (Prime Video)
Se hai più di vent'anni e ancora ti fai chiamare Baby, la tua unica giustificazione può essere che sei un orfano con una grave forma di acufene - chiaramente lo curi ascoltando tutto il giorno musica ganza sull'iPod - e di mestiere fai quello che guida la macchina su cui scappano quelli che fanno le rapine in banca. Non fai una vita troppo normale, ed è più che giusto se la accompagni con un nome altrettanto sconveniente. Baby fa quel lavoro lì perché ha un debito con Doc, un altro che giustifica un nome ragguardevole avendo optato per una carriera da geniale ideatore e organizzatore di colpi in banca. Baby poi si innamora di una ragazza che si chiama Debora, fa la cameriera e ha la stessa energia dell'estate. In seguito succedono cose in un crescendo esagerato, coerente con le premesse esagerate. Baby Driver è il film che ha fatto finalmente scoprire al grande pubblico mondiale Edgar Wright, uno ossessionato dal mestiere del cinema tanto quanto Baby è fisicamente dipendente dalla musica. Abbastanza ossessionato da aver concepito, coreografato, girato (senza l'aiuto di effetti speciali digitali) e montato - il tutto perfettamente a ritmo della colonna sonora - alcune delle migliori sequenze di inseguimento in macchina dai tempi di William Friedkin e Walter Hill.

 

Atto di forza (Netflix)
Douglas Quaid ha il fisico di Schwarzenegger, è sposato con Sharon Stone e fa l'operaio edile nel 2084. Ed è ben noto che, nel 2084, gli operai edili se la spassano di brutto. Quasi troppo bello per essere vero, giusto Douglas Quaid? Douglas concorda, e adesso che ci pensa ha voglia di togliersi una curiosità: come mai continua a fare lo stesso, vivido sogno ambientato a Marte, lui che su Marte non c'è mai stato? Decide di far visita alla Rekall, un posto dove gente vestita male può impiantarti finti ricordi di viaggi esotici e avventurosi in realtà mai avvenuti. Quando lo sottopongono all'innesto, a Douglas gli si frizza il cervello, blatera di essere un altro, i malvestiti lo sedano e per sicurezza gli cancellano la memoria. All'uscita dalla Rekall, l'uomo si trova braccato dai suoi stessi colleghi e dalla moglie. Con l'aiuto di uno sconosciuto che dice di conoscerlo e che gli dona una valigetta contenente soldi, travestimenti e documenti falsi, Quaid scappa verso Marte con la ferma intenzione di dare un senso a tutta questa sarabanda fantascientifica. Che una volta arrivato sul pianeta rosso non farà che incasinarsi ancora di più. La fantascienza cinematografica di inizio anni '90 per eccellenza, con le geniali paranoie distopiche di Philip K. Dick adattate al cinema plastico, sensuale, grottesco e ironico di Paul Verhoeven.

 

La tartaruga rossa (MUBI)
Pensa che sogno sarebbe. Avere qualcuno in famiglia che ancora, quando si tratta di cartoni animati, mette su la faccia con il sorrisetto condiscendente e paternale che gli antipatici riservano alle bestie particolarmente intelligenti o ai bambini particolarmente stupidi. Poter prendere questo qualcuno, metterlo a sedere sul divano e fargli vedere La tartaruga rossa. “Ma oltre a essere un cartone è pure un film d'esordio!” protesterà il professorino. Al che gli farai notare che l'olandese Michaël Dudok de Wit sarà anche stato al debutto alla regia di un lungometraggio, ma ha passato un paio di decenni a lavorare ad alto livello come illustratore e animatore, vincendo en passant l'Oscar per il miglior cortometraggio animato nel 2000. Senza contare che il film è stato prodotto da Isao Takahata e Toshio Suzuki, due dei tre fondatori dello Studio Ghibli - e il terzo lo indovina il professore da casa. La tartaruga rossa è semplicemente, si fa per dire, la storia di un uomo che ha un brutto rapporto con la natura e, naufragato su un'isola deserta, si arrabbia e si frustra finché decide che pare intelligente ricucire il suddetto rapporto, arrivando se necessario a utilizzare metodi biblici e a produrre un figlio con la rappresentante della natura. Una storia raccontata magistralmente e senza dialoghi, sfruttando solo il tratto, i colori, l'animazione e la partitura musicale; roba che può sconfiggere la diffidenza anche del peggiore fra gli snob cinematografici.

 

5 cm al secondo (Netflix)
A proposito di animazione e di Hayao Miyazaki, ecco a voi il secondo film di Makoto Shinkai, ribattezzato dalla stampa giapponese - ho sempre sognato di poter scrivere una frase senza senso del genere - “il nuovo Hayao Miyazaki”. Un soprannome talmente azzeccato che J.J. Abrams ha promesso che dirigerà il remake live action di un altro suo film del 2016, Your Name., il cui titolo finisce davvero con un punto e quindi evoca magicamente un periodo utile solo a non far finire la frase con due punti fermi di seguito. Che poi, a dirla tutta, l'autodidatta e autarchico Makoto Shinkai assomiglia di più a quello che succederebbe se Murakami scrivesse un film che parla di amori adolescenziali per la regia di Wong Kar-wai. Per dire, i 5 cm al secondo del titolo indicano la velocità con cui cadono al suolo i fiori di ciliegio quando sono al massimo del loro splendore e si staccano dal ramo, eterna metafora per la caducità della gioventù e dell'ardore dei sentimenti a cui si accompagna. Altra cosa da dire: 5 cm al secondo è tecnicamente una collezione di tre cortometraggi, che raccontano in tre momenti (e in altrettanti modi) diversi l'amor perduto e mai consumato fra i giovani Takaki e Akari.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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