Schermo familiare #019

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Mauro Gervasini dice che eXistenZ è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Cinema Suspense alle ore 22:45.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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Alice Cucchetti

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21 Luglio 2020

Schermo familiare #019

Cosa fanno un horror, un action, un melodramma, una commedia, una biografia, un'animazione e una papaya verde? Fanno lo schermo familiare di questa settimana, pieno di cose belle (The Raid, The Big Sick) e bellissime (Scappa - Get Out, Laurence Anyways, L'illusionista).

 

Scappa - Get Out (Netflix)
Erano tanti anni che al cinema si sentiva il bisogno di un nuovo Takeshi Kitano. Un artista reso celebre da una lunga serie di irresistibili e anarchiche scemenze televisive, che passa in piena autonomia al linguaggio cinematografico portando con sé uno sguardo autarchico, coraggioso e nuovo. Ma se l'occhio di Kitano era quello di un poeta naif, quello di Jordan Peele ha uno sguardo politico solidamente ancorato nel reale, raccontandolo con pungente precisione nonostante i (o proprio per merito dei) filtri della satira e dell'horror. A un livello superficiale, Scappa - Get Out è la versione horror e più realistica di Indovina chi viene a cena?. Chris, nero, si accinge a trascorrere il fine settimana con la fidanzata Rose, bianca, nella tenuta di campagna dove il ragazzo verrà per la prima volta introdotto all'abbiente famiglia della compagna. Quello che succede poi è la migliore esposizione allegorica possibile sulla natura sistemica e sistematica della questione razziale negli Stati Uniti, principalmente; ma è un quadro che appare famigliare e immediato anche a tutto il resto del mondo capitalista. Sotto sotto, ma neanche così tanto sotto sotto, Scappa - Get Out assomiglia molto più a Essi vivono che a Indovina chi viene a cena? ed è un ottimo complimento.

 

The Big Sick - Il matrimonio si può evitare... l'amore no (Netflix)
Questo film, per il quale Kumail Nanjiani (anche protagonista) e Emily V. Gordon hanno guadagnato una nomination all'Oscar per la Miglior sceneggiatura originale, è il penultimo (durante la quarantena è uscito Il re di Staten Island) della folta flotta di commedie che negli ultimi 15 anni hanno avuto il patrocinio, in veste di produttore e/o sceneggiatore, di Judd Apatow. Ora, le commedie del think tank Apatow possono, com'è normale che sia, piacere o non piacere - un motivo plausibile su tutti? Di solito quei film qui se la credono talmente tanto da non viaggiare mai sotto le due ore di durata; però anche basta con i sottotitoli fuorvianti alle edizioni italiane, che fanno finta di non capire che esiste una comicità anche al di fuori delle barzellette scorreggione. Quello scelto per The Big Sick - debutto alla sceneggiatura per la coppia (nella vita e sul lavoro) Gordon/Nanjiani, che ha romanzato (e arricchito di dettagli cinematografici) la vera storia della nascita del loro rapporto - è un sottotitolo stupido e ancora più stupido, che gioca con un aspetto della narrazione, la fissazione dei genitori pakistani del protagonista nel volergli trovare a tutti i costi una sposa adeguata, importante ma non fondamentale (né tanto meno caratterizzante). In realtà The Big Sick è prima di tutto una commedia romantica sui generis, in cui la controparte femminile è in coma per la maggior parte del film. In secondo luogo racconta, con la giusta leggerezza di chi in mezzo a certe situazioni ci è passato ed è sopravvissuto grazie all'ironia, cosa significhi trovare un compromesso costruttivo tra due diverse culture.

 

The Raid - Redenzione (Prime Video)
Un buon tot di tempo fa, c'era Aristotele che da qualche parte in Grecia constatava come la tragedia compiuta e perfetta rispettasse le unità di luogo, di tempo e di azione. Ebbene, nemmeno Aristotele - maschio barbuto e gagliardo, noto per i suoi molteplici talenti intellettuali ma quasi sicuramente anche appassionato di lotta - poteva immaginare che, duemilatrecento e spicci anni dopo, il miglior campione del canone di narrazione da lui osservato sarebbe stato The Raid. The Raid è un film indonesiano, scritto diretto montato e co-coreografato da un ragazzo (all'epoca trentenne) gallese di nome Gareth Evans. È la storia, teatrale ma non troppo, di una squadra speciale della polizia di Giacarta composta da 20 agenti scelti, che fanno silenziosamente irruzione in un condominio al centro dell'isolato posseduto e controllato (manu militari) dal potente boss criminale Tama. Gli sbirri vorrebbero cogliere di sorpresa il cattivo ed eliminarlo, in quella che (solamente in corso d'opera) si rivela essere una missione non autorizzata e quindi senza possibilità di rinforzi. I poliziotti vengono scoperti da Tama, che chiede agli inquilini del suo condominio di portargli la testa degli intrusi. Scatta una follia di azione che ha la plasticità e la dose di atletismo di un balletto, mentre la cura per il benessere fisico degli artisti coinvolti è appena più scarsa. Il collante umano, l'amore per la famiglia e il peso del tradimento, guida e aggiunge urgenza (come se non bastasse l'istinto di sopravvivenza) alle coreografie mortali, messe in scena da Evans (e dai protagonisti Iko Uwais, Yayan Ruhian e Joe Taslim) con stile innovativo e seminale. Come diceva Aristotele: “Esiste un action pre The Raid e uno post The Raid”.

 

Laurence Anyways (Prime Video)
Sai che un film è pensato per un certo tipo di pubblico europeo quando il nome del personaggio principale contiene un indizio in latino. Laurence Alia - nominativo femminile singolare di alius, alia, aliud, pronome indefinito che a fianco di un nome andrebbe tradotto come “una nuova” - fa la romanziera pluri-premiata e l'insegnante di letteratura francese in un liceo di Montreal, è molto innamorata della sua compagna Fred e per tutti i 35 anni della sua vita è stata consapevole di essere nata nel corpo sbagliato (quello di un uomo) senza mai riuscire a trovare il coraggio di ammetterlo a se stessa, figuriamoci a qualcun altro. Ci riesce il giorno del compleanno di Fred, confidandosi con la compagna e subendo la sua reazione non particolarmente morbida. Ma Fred ci ripensa, torna sui suoi passi e al fianco di Laurence, sua prima sostenitrice nella difficile fase di transizione. L'idillio, purtroppo, è destinato a durare poco, anche per colpa delle ottuse risposte della società circostante. Xavier Dolan firma un melodramma fiume - per quanto i suoi personaggi meritino amore, i 168 minuti del film sono esagerati e non aggiungono valore al cuore intimo del racconto - che osserva il mondo per quindici anni dal punto di vista della sua protagonista. Succede che, a prima vista, il mondo cambia ma resta sempre uguale. Allo specchio c'è Laurence, che in apparenza è la persona che è cambiata più di tutte, ma in realtà (come suggerito sin dal titolo) rimane, in ogni caso e comunque, la vera se stessa.

 

L'illusionista (RaiPlay)
Jacques Tati è stato, nella storia del cinema, il cineasta con forse il peggior rapporto statistico tra capolavori sfornati - sicuramente due, ma qualcuno direbbe anche quattro e nessuno si metterebbe troppo a litigare - e ingratitudine, critica ed economica, ricevuta in cambio. E Tati ne era consapevole - parte della malinconia dei suoi film veniva dall'esterno, dal rapporto con un mondo che all'epoca cambiava alla velocità della luce, e parte veniva dall'interno, da una perenne insoddisfazione. Tanto che all'apice della sua carriera da attore, produttore, regista, sceneggiatore, compositore e chi più ne ha più ne metta - siamo alla fine degli anni '50, con un gioiello (Mio zio) appena completato e un altro (Tempo di divertimento) in cantiere - mette la firma sulla prima bozza di una sceneggiatura autobiografica, che racconta dell'onorevole sconfitta di un uomo che si esprime attraverso un'arte che il mondo reputa fuori tempo massimo. L'illusionista è un anziano uomo di spettacolo francese, il cui numero di prestidigitazione fatica a competere con l'intrattenimento elettrico del 1959. Soppiantato da gruppi rock e jukebox, l'illusionista tenta la fortuna in Scozia, in una remota isola su cui l'elettricità non è ancora sbarcata. Qui conosce la giovane Alice, una ragazzina sola e in attesa di una figura paterna, convinta che le illusioni del vecchio siano in realtà vera magia.

 

The Founder (RaiPlay)
Le grandi rivelazioni che in teoria, effettivamente, dovrebbero avere tutti i crismi per causare sorpresa e stupore e finanche raccapriccio, ma alla fine, in realtà, ce lo si poteva anche aspettare. Come quando Stanley Kubrick ha confermato di aver diretto il finto allunaggio. Aspetta, cosa? Per esempio: noi italiani generici che tipo di informazione abbiamo a portata di mano sul fondatore della McDonald's Corporation? I meme motivazionali sui social ci dicono che egli aveva lanciato il suo impero degli hamburger alla tenera età di 52 anni, quindi ne approfittano per ricordarci di non aver paura di fallire, di perseverare, che è meglio il duro lavoro rispetto al solo talento, che non è mai troppo tardi per vincere e via discorrendo. Invece questo biopic - piuttosto romanzato, ma filologico per la maggior parte delle questioni fattuali - diretto da John Lee Hancock (The Blind Side, Saving Mr. Banks, Highwaymen - L'ultima imboscata) aggiunge che Ray Kroc era uno squalo capitalista senza scrupoli. Ed è qua che il sopracciglio si erge: in effetti, ha senso. Ha senso che l'organizzazione della cucina inventata dai fratelli McDonald's rimanesse nascosta e appannaggio della manciata di ristoranti che i due (veri) fondatori erano disposti ad aprire - per non compromettere lo standard impeccabile di qualità, pulizia e funzionalità che il loro metodo prevedeva; e ha senso che rimanesse tale fino all'arrivo di un ambizioso, arrogante, parassita, sgradevole, sleale genio del capitalismo come Ray Kroc, che ha visto la possibilità di vincere al gioco della vita, ha usato le regole vigenti a suo favore e ha costruito un impero sulle spalle delle idee altrui.

 

Il profumo della papaya verde (MUBI)
Nel Vietnam degli anni '50, una bambina di nome Mùi diventa la domestica in una famiglia di ricchi commercianti di tessuti. Mùi ha dieci anni, è figlia di contadini ed è una bimba curiosa e pacifica, responsabile e fin troppo matura. Prende servizio in una casa in cui il marito si assenta spesso per lunghi periodi (con la pretestuosa scusa del lavoro), lasciando a se stessi una vecchia madre avvelenata, una moglie infelice (per il cattivo rapporto con il marito e per un vecchio lutto il cui dolore permane) e preoccupata, oltre a tre figli piccoli. Mùi impara il mestiere da una governante più esperta e nel corso dei successivi dieci anni assiste al disfacimento della famiglia che ha sempre onorato con puntualità: il marito scappa per un'ultima volta, stavolta portando con sé tutti i risparmi della famiglia, per quindi fare ritorno con la coda fra le gambe e malato, morendo poco dopo. La padrona di Mùi insiste affinché la ragazza prenda servizio in un'altra famiglia, composta da due giovani fidanzati che stanno per sposarsi. Il film d'esordio del vietnamita cresciuto in Francia (dall'età di 12 anni) Anh Hung Tran è di quelli che non riescono a dispiacere nemmeno il più critico dei cinici o il più cinico dei critici. Il profumo della papaya verde è una fiaba dritta come un fuso, semplice e delicata. Ma, soprattutto, è uno di quei film che già verso la terza inquadratura ti accorgi quanto il regista ci tenga e sia personalmente ed emotivamente coinvolto in un racconto che assomiglia tanto all'estensione sinestetica di un prezioso ricordo d'infanzia.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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