Schermo familiare #020

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Francesco Foschini dice che Non si sevizia un paperino è il film da salvare oggi in TV.
Su Italia1 alle ore 02:45.

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L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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News


28 Luglio 2020

Schermo familiare #020

Machete non scrive SMS, ma ha mandato una raccomandata per approvare i film enormi di questa settimana di divano: dalla trasferta giapponese di Scorsese in Silence, passando per le elucubrazioni di Charlie Kaufman in Synecdoche, New York, arrivando fino al melodramma del disagio di Xavier Dolan in Tom à la ferme.

 

Synecdoche, New York (MUBI)
Synecdoche, New York è quello che succede quando sei abituato da fin troppo a vedere sempre lo stesso film, solo rimasticato in diverse salse o coperto da diverse spezie, e a un certo punto trovi qualcosa che non hai mai visto, o che comunque non avevi mai concepito in maniera così strutturata, e all'improvviso ti ricordi perché esiste il cinema e perché è così bello e importante. Perfetto, quindi, che Charlie Kaufman (regista e sceneggiatore) faccia riferimento alla sineddoche, la parte che sta per il tutto, sin dal titolo. Parallelo al percorso dello spettatore, che riscopre il cinema a partire da una sua parte, c'è quello del protagonista Philip Seymour Hoffman, che nei panni di un drammaturgo in perenne crisi personale (è ipocondriaco e paranoico) si ritrova a dare uno sguardo al suo abisso quando un successo canonico e banale (quello di una rappresentazione da lui curata e particolarmente riuscita di Morte di un commesso viaggiatore) gli garantisce un fondo con cui creare liberamente la propria arte. L'uomo decide di organizzare un enorme set che ricostruisce le circostanti strade di New York (più altre location che sorgono in corso d'opera). Un palco, materialmente gigantesco tanto quanto lo è artisticamente il film che lo racconta, in cui mettere in scena l'esistenza con purezza e verità, in tutta la sua brutale onestà fatta di assenze e dolori, una riproduzione della vita stessa dell'autore, e dei suoi dintorni, che si avvicini sempre di più al racconto in tempo reale, fino all'ultima e definitiva indicazione di regia.

 

Cosmopolis (RaiPlay)
Non propriamente il prototipo di regista di film per famiglie, il buon David Cronenberg. Quando Martin Scorsese ha incontrato per la prima volta il collega canadese, dice di essere rimasto sorpreso perché, a vedere i suoi film, si aspettava di trovarsi di fronte una specie di mostro - a metà tra un omicida psicotico e un personaggio del Dracula di Browning del '31 - e non uno che assomiglia a “un ginecologo di Beverly Hills”. Il riassunto migliore del cinema di Cronenberg l'ha fatto sempre Scorsese: “Penso molto ai suoi vecchi film. E non vorrei farlo. Attendo con ansia i suoi nuovi film. E non vorrei farlo”. Questo succede perché i suddetti film parlano del nostro presente e della nostra umanità dal punto di vista più scomodo, orrido, veritiero e impudico (nudo) possibile. Nella sua progressiva parabola cinematografica che esplora la mutazione umana e l'ibridazione della carne e della psiche, Cronenberg raggiunge il suo apice teorico con Cosmopolis, impossibile adattamento dell'omonimo fulmineo romanzo post-moderno pubblicato da Don DeLillo nel 2003. La storia è quella di un 28enne, speculatore di Wall Street miliardario che ruba il corpo al calzante interprete Robert Pattinson, e della sua traversata di una New York in fibrillazione - per la visita del Presidente, per i funerali di un noto musicista rap e per una manifestazione anti-capitalista - a bordo di una limousine-ufficio da cui assisterà, impotente e disinteressato, alla completa distruzione della sua vita. Tutto per potersi tagliare i capelli dal suo barbiere preferito.

 

Machete (RaiPlay)
Ecco. Il cinema, come nei due casi di cui sopra, può avere significati ulteriori. Può suggerire, evocare, filosofeggiare, parlare per allegorie e sineddochi, per assenza o per presenza. Poi, certe volte, il cinema non è altro, e un film è letteralmente quello che vedi sullo schermo, senza troppe menate, sovrastrutture o suggerimenti per l'arredamento dell'anima. Machete, ad esempio, è la volta in cui Robert Rodriguez ha preso il finto trailer girato per il progetto Grindhouse - la doppia pellicola (Planet Terror e A prova di morte) omaggio all'exploitation anni '70, firmata insieme a Tarantino - e l'ha gonfiato di esagerazioni sopra le righe e morti orrende fino a cavarne due film, uno più selvatico e divertente dell'altro. È la storia di Machete Cortez, detto Danny Trejo, un agente federale messicano la cui famiglia viene trucidata davanti ai suoi occhi dal crudele signore della droga Steven Seagal. Dopo il fattaccio, Machete sconfina illegalmente negli Stati Uniti e vivacchia di lavoretti estemporanei, nascosto da tutto e da tutti. Almeno finché un losco faccendiere non lo rintraccia e contatta per una proposta: 150mila dollari per fare fuori il candidato senatore del Texas, il corrotto, razzista e ipocrita Robert De Niro. È tutta una fregatura, Machete viene incastrato ed è costretto a nascondersi con l'aiuto di Jessica Alba e Michelle Rodriguez. Ma c'è una cosa da dire: Machete sicuramente non scrive SMS, ma in compenso è molto bravo a far male ai cattivi e vi sfida a non esaltarvi quando scappa da un ospedale facendo bungee jumping con le budella di un tizio che due secondi prima stava cercando di ammazzarlo.

 

The Fighter (Prime Video)
Micky Ward, soprannominato l'irlandese, è stato un pugile di grande successo a cavallo fra gli anni '80 e i primi anni 2000, una di quelle storie alla Rocky che mandano in brodo di giuggiole gli americani: oh, ma guarda quanto è bravo questo povero che con la sola imposizione della forza di volontà si è arrampicato tutto solo dalla fossa infernale di asfalto crepato, fabbriche in disuso e crack in cui è nato e cresciuto ed è andato a prendersi il successo a cui ambiva. Una di quelle storie che piacciono un sacco perché silenziano automaticamente il restante 99,9% delle storie di chi è cresciuto insieme a Micky Ward a Lowett, nel Massachusetts, ed è finito a fare quello che fanno tutti a Lowett, Massachusetts: drogarsi o sopportare con scientifico alcolismo una vita di provincia lontana dalle pubblicità ingannevoli del sogno americano. David O. Russell, che di mestiere fa il regista a cui piacciono gli attori (a meno che non siano George Clooney), mette in scena con filologia ben piegata alle esigenze drammatiche la storia degli stentati inizi di Ward. Che oltre a fare i conti con i suoi limiti tecnici e fisici (sul ring imparerà ad aggirarli grazie a disciplina e tenacia) e con le ristrettezze di una vita ai margini dell'impero, deve anche interfacciarsi con una famiglia emotivamente ingombrante e dalle dinamiche morbose e tossiche. A partire dal fratellastro Dicky Eklund (Oscar a Christian Bale), un tempo gloria pugilistica di Lowell - negli anni '70 era riuscito a perdere con onore (ai punti) contro uno dei migliori pugili di tutti i tempi, Sugar Ray Leonard - e ora matto del paese con gravi problemi di crack, che nonostante tutto vorrebbe aiutare Micky a raggiungere il suo sogno di diventare campione del mondo.

 

Tom à la ferme (Prime Video)
Tom Podowski, Xavier Dolan lui-même, è un ventiequalcosaenne che sfoggia un mullet biondo ossigenato con le meches davvero ragguardevole e che lavora come copywriter a Montreal. Quando il suo ragazzo Guillaume muore, un distrutto Tom sale a bordo della sua Volvo e si addentra nelle sconfinate aree rurali del Quebec per raggiungere la fattoria di famiglia dell'amato e assistere al suo funerale. Il ragazzo incontra la famiglia di Guillaume: la madre Agathe, da pochi anni vedova e completamente ignara dell'omosessualità del figlio e della sua vita in città, e il fratello maggiore Francis, che si occupa della fattoria ed è un manuale clinico e drammaturgico di omosessualità repressa con rabbia e violenza. Francis è feroce nei confronti di Tom, lo aggredisce e gli intima di non rivelare ad Agathe la vera natura di Guillaume; anzi, deve mentire e tenere in piedi il palco di una supposta relazione etero con la collega Sarah. A ogni cenno di reazione o ribellione da parte di Tom - che viene praticamente costretto a passare del tempo alla fattoria anche dopo il funerale, per dare una mano con il lavoro - il contadino reagisce con cattiveria, fisica e psicologica. Gli abusi di Francis, piano piano, si sposano con la natura masochista e remissiva di Tom, imprigionandolo alla sua nuova realtà e investendolo del ruolo di sostituto del fratello morto. Oh, non c'è che dire, Xavier Dolan sa raccontare un testo drammatico (in questo tratto dall'omonimo spettacolo teatrale di Michel Marc Bouchard) e sa mostrare le sfumature dei rapporti tossici tra persone incomplete. Xavier Dolan è anche nato nel 1989, e aveva 24 anni quando ha scritto, diretto e interpretato questo manuale di psicologie infrante.

 

Silence (RaiPlay)
Una delle cose più belle e utile che può fare un vecchino - dopo aver passato gran parte della sua vita a interrogarsi sul suo rapporto con dio, la fede e la religione - è essere Martin Scorsese e cercare finalmente, dopo 30 anni passati a pensarci, di trovare catarsi artistica, personale e mistica realizzando un film importante, tanto magnifico quanto ostico. Scorsese prende spunto da un'anima affine, quella dello scrittore Shūsaku Endō, che nel '66 ha pubblicato il romanzo storico Silenzio; una rivisitazione romanzata delle storicamente accurate persecuzioni ai danni degli sparuti cristiani presenti nel Giappone feudale della prima meta del '600, ma anche un modo, per l'autore, di ragionare sulla propria fede e dialogare con i propri dubbi, di fronte all'assordante silenzio di un dio che non interviene a proteggere il suo gregge torturato e costretto all'abiura. Scorsese trasforma Silenzio nel suo personale Apocalypse Now. Due missionari gesuiti portoghesi, poco più che ragazzi, hanno le fattezze di Andrew Garfield e Adam Driver e sono di stanza a Macao, quando vengono a sapere che il loro amato confessore (padre Liam Neeson) è stato catturato dalle autorità giapponesi e forzato a rinunciare alla propria fede. Increduli, Garfield e Driver fanno voto di raggiungere il loro mentore per riportarlo a casa, ma soprattutto per avere conferma che don Neeson non abbia tradito, sia ancora uno della parrocchia giusta e non abbia rinunciato a Dio solo per paura del martirio.

 

Il signore degli anelli - Il ritorno del re (Netflix)
Arriva su Netflix la conclusione della trilogia che forse era meglio chiamare La versione di Peter Jackson de Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Un titolo sicuramente più veritiero, ma che avrebbe guadagnato molti meno soldi. Sia perché tutta quella torma di appassionati di Tolkien non sarebbe andata al cinema e per sfregio avrebbe piratato il film; sia perché con tutto quel titolo lì, sai che costi aggiuntivi per la stampa dei poster? È pur vero che il finale de Il ritorno del re di Jackson è sostanzialmente diverso da quello scritto da Tolkien - in confronto, l'assenza di Tom Bombadil dal primo film era stata accolta dai fan duri e puri con diplomatica serenità. Ma è anche vero che quella di incentrare il racconto su Aragorn e sulla mitopoiesi dell'eroe riluttante che finalmente vuole scegliere il destino scritto per lui è una scelta plausibile e, dal punto di vista della narrativa cinematografica e della spettacolarità, corretta. C'è stata La compagnia dell'anello che ha costruito il più solido dei palchi, poi Le due torri che ha raccontato e mostrato tutto quello che c'era da raccontare e mostrare; e infine Il ritorno del re che ha messo in piedi lo spettacolo pirotecnico alla fine della recita e si è preso il lungo giro di meritati applausi. Sia diegetici, con la commovente coda di commiato a tutti i personaggi; sia extra-diegetici, con undici nomination agli Oscar che si sono trasformate, al pari di Titanic e Ben-Hur, in altrettante statuette vinte.

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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