Schermo familiare #023

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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«E questo è quanto (Casinò - Martin Scorsese)»

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News


25 Agosto 2020

Schermo familiare #023

L'estate sta finendo, il divano ancora non se ne va da nessuna parte: non prima di aver dato il giusto spazio alla versione estesa e restaurata di C'era una volta il West, senza contare che i tempi sono abbastanza maturi per una visione familiare di Basic Instinct e Shame

 

C'era una volta il West (RaiPlay)
La storia vera, e più che comprensibile, è che nel 1968 Sergio Leone si sentiva già piuttosto sazio, per quanto riguarda il western. Sia perché aveva passato buona parte dei quattro anni precedenti a farne scorpacciata, destrutturando e stilizzando il genere con la trilogia del dollaro; sia, soprattutto, perché all'epoca si era già imbattuto in Mano armata, autobiografia romanzata di Harry Grey che sarà la più importante fonte d'ispirazione esterna per C'era una volta America, il principale sogno bagnato cinematografico del cineasta romano. Solo che Hollywood, i soldi a Leone glieli voleva dare solo a patto che scrivesse e girasse un western di quelli suoi - leggi, dal punto di vista dei finanziatori: il solito film di gente impolverata inquadrata stramba e che cortesemente incassasse cinquanta volte il (risicato) budget silvuplé. Si crea impasse, uno stallo degno dei precedenti film del regista. Solo che nella trilogia a un certo punto qualcuno sparava, mentre nella realtà si presentano i vertici di Paramount tutti vestiti provocanti e con le valigie piene di paperdollari per offrire a Leone un assegno in bianco come budget e Henry Fonda come protagonista, il secondo sogno bagnato cinematografico del regista: tutto pur di avere un altro suo splendido spaghetti western per entrare nella storia del cinema (e incassare cinquanta volte il non più troppo risicato budget). Grande Paramount, ne avete azzeccate una su due: C'era una volta il West è entrato nella storia del cinema, ma (anche grazie ai vostri inopinati tagli di montaggio) è stato pure un discreto bagno di sangue al botteghino americano. Comunque Leone abbocca all'amo con sopra l'esca Henry Fonda come il tonno più bello del mondo e ingaggia i giovani turchi Bernardo Bertolucci e Dario Argento per aiutarlo a scrivere un soggetto stimolato da punti di visti cinefili freschi. Poi si aggiudica i talenti di Charles Bronson (che già aveva invano inseguito ai tempi di Per un pugno di dollari), vola a girare negli Stati Uniti perché Cinecittà è stupenda ma fino a un certo punto, et voilà: ecco come nasce un tassativo della storia del cinema, uno di quei film che vanno guardati pena la radiazione dall'albo dei cinefili. E in questo caso viene anche via nella versione completa e restaurata grazie all'investimento della Festa del cinema di Roma, che rimarrà su RaiPlay solo fino alla fine di questa settimana.

 

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato (Prime Video)
60 anni prima degli eventi che portarono all'epica Guerra dell'Anello, alla lotta per salvare la Terra di Mezzo dalle forze del male comandate da Sauron; e a 9 anni dal trionfo de Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re e dalla conclusione di un percorso cinematografico passato alla storia. Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato si colloca su quella doppia linea temporale, fittizia e reale per raccontare le avventure di uno hobbit, Bilbo Baggins, strappato alle gioie di una vita pacifica e sedentaria da uno stregone, Gandalf (non ancora il Grigio), che lo convince ad accompagnare i 13 chiassosi e leali nani comandati Thorin Scudodiquercia in una pericolosa missione allo scopo di sconfiggere il  drago Smaug e riprendersi Erebor, la montagna (e il tesoro custodito al suo interno) che da sempre appartiene al loro popolo. Peter Jackson torna sul luogo del misfatto, la Nuova Zelanda e il costoso set di un film ispirato all'opera di J.R.R. Tolkien, nonostante gli dei del cinema l'avessero a più riprese sconsigliato. A partire dalle beghe finanziarie con il fondatore della New Line Cinema, Robert Shaye, passando per la rinuncia (dopo due anni di pre produzione e di stesura della sceneggiatura) alla regia di Guillermo del Toro a causa dei continui slittamenti delle riprese dovuti, fra le altre cose, alla querelle con la famiglia Tolkien sui diritti della prima trilogia, concludendo (e sembra piuttosto coerente) con l'operazione per la rimozione di un'ulcera a cui lo stesso Jackson si è dovuto sottoporre: un calvario lastricato anche di moti sindacali e attori protagonisti quasi persi per strada, un'avventura. Poi si potrebbe parlare di un bel libro per bimbi lungo 310 pagine (illustrazioni comprese) che diventa una trilogia sbrodolata su nove ore e passa, con lunghissime sequenze estrapolate da brani non più lunghi di un paragrafo e con più nani canterini che a una festa di Berlusconi in Sardegna. Ma perché rovinare l'unico film passabile della trilogia de Lo Hobbit con bieche insinuazioni sulle pupille di Jackson che si trasformano nel simbolo del dollaro neozelandese?

 

La scomparsa di Patò (Prime Video)
Sai che stai assistendo a un audiovisivo tratto da un'opera di Camilleri nel momento esatto in cui scopri che è ambientato a Vigàta. E non importa che l'azione si svolga un centinaio di anni prima rispetto alle acrobazie deduttive e mangerecce del commissario Montalbano: sempre di Camilleri e della sua Sicilia, allegoria e metafora di se stessa e dell'Italia, si sta parlando. In questo caso, come suggerisce il titolo, si indaga sulla misteriosa sparizione del ragioniere Patò. Figura molto rispettata in paese, integerrimo professionista e padre di famiglia, a detta di tutti al di sopra di ogni possibile sospetto. Tanto immacolato, il ragioniere Patò, che non si fa alcun problema a interpretare (come ogni anno) il ruolo più infame (quello di Giuda) nella tradizionale rappresentazione locale della Passione di Gesù. Il pezzo forte dello spettacolo è giusto giusto il suicidio dell'Iscariota, pentito dopo il più celebre dei tradimenti. Patò (come ogni anno) finisce nella botola del palco in direzione di un simbolico inferno. Ma, finita la recita, del ragioniere non c'è più traccia. Inghiottito dalla botola e scomparso nel nulla. A cercare di far luce sul mistero arrivano il maresciallo Nino Frassica e il delegato Maurizio Casagrande. La cosa bella di questo film - esteticamente un po' scipito nonostante l'interessante ambientazione fine ottocentesca - è che l'adattamento per il cinema è stato curato dallo stesso Camilleri, con l'aiuto tecnico tattico di Maurizio Nichetti. E non dev'essere stato semplice, dal momento che l'omonimo romanzo da cui La scomparsa di Patò è tratto è una collezione di scritti, lettere e testimonianze vergate dai vari personaggi.

 

Quello che non so di lei (RaiPlay)
È l'adattamento cinematografico, diretto da Roman Polanski, del romanzo Da una storia vera, pubblicato da Delphine de Vigan nel 2015. Un libro che a Polanski non dev'essere sembrato vero, dal momento che esplora tematiche - il doppio, l'ombra, il dualismo tra finzione e realtà, l'atto di creazione artistica, la messa in discussione delle credenze umane - e generi (il thriller psicologico) cari alla filmografia del regista polacco naturalizzato francese. Da Repulsion a Rosemary's Baby, passando per La nona porta, Venere in pelliccia e il lapalissiano parallelo con L'uomo nell'ombra. C'era, dunque, un soggetto nelle corde di Polanski già bello e pronto, trasformato in sceneggiatura cinematografica con l'aiuto nientemeno che di Olivier Assayas. La storia è quella di Emmanuelle Seigner nei panni di una scrittrice che fa bingo al primo tentativo: pubblica un romanzo che racconta della madre e che ottiene immediatamente un successo insperato. Solo che poi la donna comincia a essere la destinataria di lettere anonime, nelle quali viene accusata di aver esposto la propria famiglia al pubblico ludibrio senza averne alcun diritto. Seigner non se la vive per niente bene, e per non farsi mancare nulla entra in pieno blocco della scrittrice. Contemporaneamente, nella sua vita appare Lei. L'innominata Lei è Eva Green, e si presenta come l'unica persona in grado di comprendere e sostenere la scrittrice in difficoltà. Seguono atmosfere inquietanti e disagevoli, messe in scena da Polanski come un cervellotico chirurgo della psiche deviata. Una freddezza che può piacere, come no. Ma che ben si adatta al genere.

 

Venom (Netflix)
C'era una volta un film, su un personaggio dei fumetti Marvel, che non sapeva bene cosa voleva essere. Il film, non il personaggio dei fumetti Marvel. Giusto per rinforzare l'importanza delle virgole nella vita di ognuno di noi. Il personaggio dei fumetti Marvel si chiama Venom, come il film, ed è un organismo alieno simbiotico celebre per essere stato una delle più famose nemesi dell'Uomo Ragno. Per organismo alieno simbiotico si intende che a) arriva da un altro pianeta per colpa di un imprenditore molto ricco e con un senso dell'etica abbastanza ballerino - per amor di sintesi lo chiameremo: Elon Musk - e che b) per sopravvivere sulla terra è costretto a unirsi a un organismo indigeno convivendo con tutti i brutti pensieri umani tipo i mutui di San Francisco (che devono essere una roba che levati), la bolletta del gas, il vicino che suona la chitarra elettrica alle ore sbagliate, l'ex fidanzata Michelle Williams che ti sostituisce nemmeno sei mesi dopo averti (correttamente) dato il benservito. Venom, il film, è fatto dal bravo ragazzo che ha scritto e diretto Zombieland e che cerca di fare anche qua quello che aveva fatto bene là: mettere insieme un sacco di generi (commedia romantica, action, horror, tragedia, risate buffe, sangue&budella) e far contenti proprio tutti. Non gli riesce troppo bene, nel senso che il film si impegna soprattutto a rassicurare il più spesso possibile che il temibile alieno mangia umani in realtà sta dalla parte dei buoni, pur se a modo suo. Primo perché fa amicizia con il suo ospite Tom Hardy e decide che non è il caso di estinguere il genere umano; secondo perché dà al suddetto Tom Hardy la preziosa occasione di esibirsi in un'interpretazione tutta faccette da scemo matto e mossette scoordinate che deve aver mandato in sollucchero l'attore inglese, solitamente tutto intenso e ingobbito.

 

Basic Instinct (Netflix)
C'è un detective della polizia di Los Angeles che non ha mai visto una bevanda alcolica che non valesse la pena di buttar giù e che ha la faccia di Michael Douglas. A Michael Douglas viene chiesto di indagare su un torbido caso di omicidio: una rockstar è stata ammazzata a colpi (torbidi) di punteruolo per il ghiaccio, il tutto nel bel mezzo di un amplesso quasi sicuramente, anch'esso, torbido. La prima sospettata è Sharon Stone, psicologa e scrittrice di chiara fama, che non solo era con il futuro morto la stessa sera del suo assassinio, ma ha pure descritto un omicidio paro paro in uno dei suoi romanzi. Sharon Stone viene convocata in commissariato per un interrogatorio formale, ed è qui che la storia del cinema si ferma per un secondo. In quel momento in cui le gambe smutandate vengono accavallate e scavallate e di nuovo accavallate. Il momento in cui il regista Verhoeven e Stone dicono addio a un film - sono pochi a ricordarsi, dopo quel momento da sparaflash amnesico stile Men in Black, il restante incedere thriller e il suo amore per Hitchcock e i noir anni '40 e '50, trasportati nei '90 con gusto quasi fumettistico - annichilito dalla potenza, estetica e simbolica, di una femme fatale che non solo mangia gli uomini a uso ridere e come giusta questione di principio; ma si libera, con un solo gesto, della figura femminile hollywoodiana, dell'archetipo di donna creato dagli uomini, pensato per le aspettative e il ludibrio degli uomini.

 

Shame (MUBI)
Se siete arrivati qua cercando “Michael Fassbender pene” o qualsiasi altra variante più o meno volgare o armata di apposizioni: non fate finta di incolpare i vostri figli adolescenti. Anzi, prendete in mano la situazione, chiamate i suddetti teenager a voi e insegnate loro una grande lezione di realismo storico: ogni tanto nella vita si deve partire dal basso, da una pruriginosa ricerca su Google a proposito dell'appendice maschile di uno dei più grossi manzi del cinema contemporaneo, per poi poter arrivare su vette altissime, in questo caso un film sublime (e magnificamente girato) sulle compulsioni delle anime inquiete che popolano il nostro strano primo mondo. In Shame, infatti, Brandon Sullivan (Fassbender) è un giovane Patrick Bateman vent'anni dopo Patrick Bateman e senza la stessa passione per le ammazzatine a colpi di motosega, ma con il medesimo, vacuo successo professionale e una mania compulsiva per il sesso che ricorda quella del personaggio più celebre di Bret Easton Ellis. Brandon si sta facendo emotivamente consumare da un rapporto con la sessualità disturbato e ossessivo. Spende ogni minuto libero della sua giornata a masturbarsi davanti a terabyte di pornografia acrobatica o a frequentare prostitute, un vuoto di significato senza entusiasmo né passione che rimanda a quello suscitato dalla sua imprecisata carriera da uomo d'affari. Un'estrema apatia che viene scossa dal ritorno nella sua vita della sorella minore (Carey Mulligan), cantante di talento e altra anima irrisolta, bisognosa di supporto morale e materiale in seguito all'ennesimo, drammatico litigio con il compagno. Il tutto diretto impeccabilmente da Steve McQueen, un passato da videoartista al servizio di sua maestà e un futuro da premio Oscar con 12 anni schiavo.  

 

- quando il divano di famiglia è pieno, non dividete gli schermi: andate a colpo sicuro seguendo questi consigli e unite il telecomando -

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