Serie sull'orlo di una crisi di nervi

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Su Sky Cinema Suspense alle ore 22:30.

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Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

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La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

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Emanuele Sacchi

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News


16 Ottobre 2020

Serie sull'orlo di una crisi di nervi

Fuori(le)Serie #064

Una settimana di serie intense, tra l'adolescenziale Grand Army, la soap opera ispano-messicana Qualcuno deve morire e una rivisitazione della Rivoluzione francese (La Révolution), che raggiunge il suo apice con la triste storia vera raccontata in Mrs. America.

 

NETFLIX

 

Social Distance (Usa, 2020) - dal 15/10/2020
Adesso. Esce Lockdown all'italiana - anzi, nemmeno: esce giusto la locandina di Lockdown all'italiana - e i campioni del moralismo culturale si strappano vesti e capelli dall'indignazione, denunciando l'opportunismo dello sfruttare una tragedia tuttora in corso buttandola in farsa - presumibilmente, dal momento che il film, i perbenisti, ancora non l'hanno visto. Poi invece arrivano due che non si chiamano Vanzina - sono Hilary Weisman Graham e la creatrice di Orange Is the New Black Jenji Kohan - a mettere su Netflix una serie che parla della quarantena, è ambientata durante la quarantena e, assicurano le showrunner, “è stata concepita, casting compreso, e realizzata completamente in remoto durante la quarantena”; insomma, arrivano gli americani a fare la stessa cosa e, invece di accusarli di sciacallaggio, li portiamo in palmo di mano. E questo succede solo perché invece di mostrare Ezio Greggio anziano fedifrago che infila un brutto doppio senso dietro l'altro, Social Distance prova a raccontare come famiglie, amici e coppie siano state costrette a scendere a patti con la quarantena: ogni episodio della serie antologica racconta una storia diversa che vorrebbe dimostrare “la forza dello spirito umano quando deve affrontare incertezze e isolamento”. Che palle. Ma sull'argomento non può esserci un giusto mezzo tra Ezio Greggio che fa le puzzette in faccia a Martina Stella e la retorica strappa-gonadi degli americani? Certo che c'è, grazie per la domanda retorica. Si chiama Staged, l'hanno fatta Michael Sheen e David Tennant e, volendo, si trova sul sito di BBC. Prego. 

Grand Army (Usa, 2020) - dal 16/10/2020
Avviso ai naviganti: Grand Army è una soap opera adolescenziale molto più virata sul melodrammatico che sul brillante, ed è un testo che si prende terribilmente sul serio dal primo all'ultimo secondo. Spettatore avvisato, mezzo salvato. Anche se basterebbero i primi minuti della puntata pilota a rendere superfluo il disclaimer. Siamo a Brooklyn, nel gennaio del 2020, dalle parti dell'entrata alla (fittizia) Grand Army High School, la scuola superiore pubblica più grande di New York City, nonché una delle più prestigiose. Un ragazzo di origine araba si fa esplodere uccidendo 4 persone e ferendone 19. I liceali che assistono all'evento sono traumatizzati il giusto: non basta un attacco terroristico per distrarli troppo tempo dagli altri problemi che devono affrontare. E ce n'è per tutti i gusti: cyberbullismo, stalking, violenze sessuali, razzismo sistemico, e chi più ne ha più ne metta. L'idea, brillante e ispirata a storie vere, è quella di mostrare la resilienza degli adolescenti, che di fronte a tragedie (grandi o piccole) dimostrano il superpotere di riuscire a proseguire, con la certezza che le mine emotive sepolte durante gli anni della formazione torneranno a ripresentarsi in età adulta. Ma quello è un altro discorso. Grand Army è stata creata e sviluppata dalla drammaturga Katie Cappiello, che ha preso il suo spettacolo teatrale d'esordio - l'apprezzato Slut: The Play, che metteva in scena la storia vera di Joey, 16enne stuprata da tre coetanei e quindi lasciata sola a cercare di sopravvivere allo stigma da poco di buono - e lo ha ampliato, raccogliendo altre testimonianze e cercando di metterle insieme in maniera organica. Purtroppo, il risultato e più macchinoso di quanto previsto. E, come detto, terribilmente ed esageratamente serioso. 

La Révolution (Francia, 2020) - dal 16/10/2020
Siamo a Montargis, quello che oggi è un bel paesello di 16mila abitanti nella Valle della Loira - adagiato sul canale di Briare, acquedotto navigabile che collega la Loira alla Senna - ma che alla fine del '700 era il centro dell'omonima contea rurale, situata a poco più di 100 chilometri a sud di Parigi. Madeleine è una giovane originaria di Montargis, ed è la sua voce narrante a raccontarci, sulle immagini di una Parigi sanguinolenta e in preda al furore rivoluzionario nel 1789, che “la Storia è scritta dai vincitori. Ci si dimentica che a volte, nel tempo, viene riscritta. Trasformata dai libri. Reinventata da coloro i quali non l'hanno vissuta”. E perdiana, quale sarà mai la vera storia dietro la Rivoluzione francese? Sarà mica una narrazione che dietro ai fuochi d'artificio del linguaggio di genere cerca di nascondere messaggi semplicistici e propaganda revisionista? Fatto sta che La Révolution, dopo l'incipit, torna al 1787 e in campagna, concentrandosi su Élise, nobildonna che non è molto d'accordo su come vengono trattati i poveri nonché sorella maggiore di Madeleine, e sul medico condotto Joseph-Ignace Guillotin, passato alla storia come il famigerato padre della ghigliottina ma in realtà patatone che odia con tutto il cuore le ingiustizie. Il dottore del taglia-teste arriva a Montargis per investigare una serie di oscuri omicidi e sparizioni che affliggono la cittadina. Ecco che, nel corso delle indagini, Guillotin scopre la presenza di un misterioso virus (il Sangue blu, ohssì) che trasforma la gente in pseudo-vampiri e che sarà una delle cause nello scoppio della Rivoluzione. Andiamo bene. E in conclusione ricordate amici: se anche la Rivoluzione francese è legata, in verità verità vi dico, a un virus e al complotto che lo riguarda, secondo me è proprio un messaggio divino e dobbiamo tutti quanti gettare le mascherine, andare a trovare il pronipote di Guillotin e portarlo a casa di Bill Gates e Soros a lanciare uova, carta igienica e fiale di vaccini.

Qualcuno deve morire (Spagna/Messico, 2020) - dal 16/10/2020
Questa serie molto drammatica, sin dall'enfatico titolo, racconta che la Spagna del 1950 era un posto conservatore, tradizionale e con la sinistra tendenza a reprimere tutto ciò che non garbava al Generalissimo Franco. Un posto in cui le differenze tra i ricchi appartenenti alla buona società e i poveri usciti sconfitti dalla guerra civile erano enormi. In questo contesto allegrotto troviamo il giovane Gabino, nato dalla parte giusta e figlio di un facoltoso Mazinga, che dalla Spagna viene richiamato all'ovile messicano per conoscere la promessa sposa (Cayetana) di un matrimonio che farebbe più gli interessi economici delle rispettive famiglie che quelli sentimentali dei due ragazzi coinvolti. Ma attenzione: Gabino sorprende tutti sbarcando in Messico accompagnato dal ballerino Lázaro, con cui il giovane promesso sposo sembra avere un intesa che avrebbe fatto vibrare di eccitazione il cilicio di qualsiasi inquisitore. C'è di più: l'esuberante Gabino avrebbe avuto anche dei trascorsi con il fratello della fidanzata, il losco Alonso. E adesso c'è uno scandalo da dirimere. Manolo Caro è il responsabile di Qualcuno deve morire. Ma se nella serie con cui aveva debuttato su Netflix, La casa de las flores, si concentrava sugli stessi argomenti - il clamore sovversivo che scoppia quando le frange benpensanti della società vengono a contatto con l'omosessualità - sfruttando ritmi da soap opera ma anche un umorismo sprezzante e scorretto, qui siamo più dalle parti della telenovela angosciata che si prende molto sul serio. 

 

 

PRIME VIDEO

 

American Dad! (Usa, 2005) - dal 12/10/2020
Dice che American Dad punto esclamativo è l'altra serie proto-Simpson, oltre a I Griffin (con relativo spinoff The Cleveland Show), a essere stata creata dal mastro di voci Seth MacFarlane. Non è molto vero, anche se la vulgata rimarrà sempre quella. In realtà, raccontano le cronache, a inizio nuovo millennio MacFarlane - all'epoca impegnato con le prime stagioni dei Griffin, serie poi tagliata da Fox, quindi ripresa e tenuta stretta - se n'è semplicemente uscito con un soggetto ispirato al fastidio causato dalla presidenza Bush e anche, perché no, dal lento ritorno dell'insanabile divergenza di opinioni (e interessi) fra il pensiero stereotipico repubblicano e quello democratico. MacFarlane dice: “Facciamo una cosa in cui un agente della CIA tifoso della destra deve convivere con la figlia universitaria e fricchettona”. Il resto è farina del sacco di Mike Barker e Matt Weitzman, due che fino al giorno prima collaboravano alle sceneggiature dei Griffin e da un momento all'altro si sono ritrovati showrunner di una sitcom animata per adulti che, arrivando ben dopo tutti i suoi illustri predecessori, fa la cosa giusta e pesta sul pedale dell'acceleratore e dell'esagerazione. Oltre al babbo - il repubblicano, machista, omofobo, sessista Stan Smith - e la figlia Hayley, che rappresenta il controsenso della liberale hippie ma intollerante, Barker e Weitzman aggiungono il resto di una famiglia che, al contrario di Simpson e Griffin, ha perso anche il poco contatto con la realtà residuo diventando pura allegoria anarchica. Ne siano testimoni due membri fondamentali di casa Smith: Klaus, un pesce rosso in cui è stato trapiantato il cervello di uno sciatore olimpionico della Repubblica Democratica Tedesca; e Roger, geniale alieno panciuto alto un metro e trenta con la passione per i cocktail, il travestitismo, i giochi di ruolo e la vendetta.

 

TIMVISION

 

Mrs. America (Usa, 2020) - dal 08/10/2020
C'è stato un momento, nella storia degli ottimi Stati Uniti d'America insegnanti di democrazia e buone maniere a tavola, in cui quasi quasi essi riuscivano a far passare una cosa chiamata Equal Rights Amendment (ERA). Che in linguaggio burocratico significava una proposta di emendamento alla costituzione per istituire l’uguaglianza legale tra persone di ogni sesso; in versione più terra terra era il modo che avevano i cittadini per dire: “Amici, la benzina di questo paese è una costituzione che trattiamo con più timore reverenziale della Bibbia. Tutto bene eh, è una bellissima costituzione. Molto sexy, giusto Nicolas Cage? Ma è stata scritta nel 1787, e forse è il caso di aggiornarla”. Il modo più agile (si fa per dire) per ritoccarla, è di far approvare le modifiche da entrambe le camere e quindi far ratificare il tutto dagli organi di governo di almeno 38 dei 50 stati dell'unione. È andata liscia, giusto? Dove sta il problema nell'aggiungere a una carta vecchia di 200 anni la semplice (e dovuta) postilla “La parità di diritti davanti alla legge non sarà negata o ridotta sulla base del sesso”? Ecco, no. Non è andata liscia. Il problema, negli anni '70 in cui l'emendamento stava per finalizzarsi, c'era e si chiamava Phyllis Schlafly, una donna che nella vita aveva deciso che la sua carriera sarebbe stata quella della politica e attivista di successo che (affogate anche voi nel paradosso) lotta contro l'emancipazione femminile. Questa miniserie creata da Dahvi Waller - già sceneggiatrice di Mad Men e Halt and Catch Fire - racconta in nove episodi, e in maniera abbastanza romanzata, il dibattito sull'ERA e il fermento del panorama femminista anni '70; e lo fa mettendo in scena le più importanti figure progressiste dell'epoca, ma scegliendo come filo rosso Schlafly e la sua scientifica, terribile, egoista campagna STOP ERA, che ha anticipato di qualche decennio l'attuale corso politico della post-verità.

 

 

- questa rubrica settimanale esce il venerdì per consigliarvi come distruggervi di binge watching intensivo durante il fine settimana -

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