Storia di un'interprete

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Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

scelta da
Emanuele Sacchi

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News


19 Febbraio 2020

Storia di un'interprete

Addio e grazie per tutte le news #227

La traduzione simultanea e l'interpretariato non sono cose semplici. Tutti i mestieri in cui quando fai le cose per bene nessuno si accorge di niente, mentre quando fai il più piccolo degli errori casca immediatamente il palco: quelli sì che sono lavori ingrati. Sharon Choi, sin dal Festival di Cannes, ha seguito come un'ombra il lungo pellegrinaggio di Bong Joon-Ho e di Parasite verso l'Oscar, guadagnando fan e rispetto strada facendo per via di una presenza puntualissima e impeccabile, culminata nella perfetta (quadrupla) performance sul palco degli Academy Awards. Variety ha convinto Choi, che nella vita sarebbe soprattutto una studentessa di cinema con il sogno di realizzare più di un film tutto suo, a scrivere un lungo, interessante e personale riassunto delle strane esperienze vissute negli ultimi mesi.

“Per la prima volta da un po' di tempo a questa parte, non c'è altro che silenzio. I miei occhi sono ancora gonfi dagli addii lacrimosi che hanno sottolineato una serata storica, che è finita con quattro statuette dell'Oscar ma, a sorpresa, nessun karaoke. […] Gli ultimi sei mesi sono stati un turbinio di nuove città, microfoni e buone notizie, con infiniti ordini di tè caldo al limone con il miele per cercare di preservare la voce. Trasportata da una folla all'altra, ho stretto le mani a centinaia di persone nei cui occhi brillava l'emozione per aver visto un film speciale. Solo in alcuni momenti mi perdevo nel pensiero assurdo che stavo condividendo il disinfettante per le mani con una persona i cui film, fino a poco tempo prima, mostravo al cineforum dell'università. In qualche modo, nonostante di mio avessi firmato solamente qualche micro-cortometraggio, ero stata risucchiata nel cuore di Hollywood. […] Nell'aprile del 2019 ho ricevuto una e-mail dell'ultimo minuto che mi chiedeva di fare da interprete a un'intervista telefonica con Bong Joon-Ho. Quando ho letto la mail era già troppo tardi per l'intervista, tutto grazie a una nottata in bianco passata a fissare il cursore lampeggiante di Word per finire la sceneggiatura di un pilota. Ho sfruttato ogni fibra di professionalità dentro di me per cancellare tutti i punti esclamativi e rispondere: “Sono disponibile per ogni futura chiamata, vi prego di farmi sapere”. Dopo qualche giorno, arriva una nuova richiesta e presto mi ritrovo alla mia scrivania, con il mio quaderno preferito e una penna, pregando che la mia vescica nervosa se ne resti buona per l'ora successiva. La mia precedente esperienza da interprete ammontava all'unica settimana che ho passato insieme a Lee Chang Dong per alcune interviste che riguardavano il suo sottovalutato capolavoro Burning. […] Nonostante tutto, le stelle si sono allineate quando mi è stato chiesto di andare a Cannes. Quando il film è stato proiettato per la prima volta, l'elettricità all'Auditorium Lumière era palpabile. È stato commovente vedere un film che parlava del mio paese in grado di toccare persone di ogni cultura. I due anni che ho passato in America da ragazzina mi hanno trasformata in uno strano ibrido – troppo coreana per essere americana, e troppo americana per essere coreana, o anche solo coreana-americana. Ho mantenuto il mio livello di inglese leggendo libri e guardando film, ma comunque, al mio ritorno a Los Angeles per frequentare il college, non sapevo come interagire in una conversazione casuale. Sono dovuta scendere a patti con la consapevolezza che sarei riuscita a condividere solo metà della persona che ero. Allo stesso modo, solitamente due culture sono difficili da contenere per un film. Eppure eccola qui, una storia che sembrava rompere ogni barriera senza alcuno sforzo. All'inizio, ero richiesta solamente per i primi due giorni di festival e per gli incontri con la stampa estera, ma è finita che mi sono ritrovata dietro le quinte durante la cerimonia di chiusura, sudando nell'attesa finché Parasite non è stato chiamato a ritirare l'ultimo premio. Il resto del mio 2019 si trova su YouTube. La verità è che non c'è tempo per fermarsi a riflettere su quello che interpreti e traduci. Si riduce tutto al momento che stai vivendo, e devi cancellare ogni memoria per far posto all'informazione successiva. Per tenere vive le mie conoscenze sulle culture orientali e occidentali, ma anche per tenere a bada l'insonnia, ho dovuto fare conto sui film che ho guardato per tutta la vita, ma anche sulla chiarezza delle eloquenti parole di Bong. Il mio lavoro è stato reso più facile dal suo riguardo, e il fatto che fossi già famigliare con il suo linguaggio da regista e pensatore – ho scritto più di un saggio su di lui per l'università – è stato d'aiuto. Eppure ho lottato tutto il tempo contro la sindrome da impostora, e contro l'ansia di poter dare un'immagine sbagliata delle parole di qualcuno che era così beneamato agli occhi di persone che ammiravo. L'unica cura per il panico da palcoscenico erano i dieci secondi di meditazione dietro le quinte, e la consapevolezza che nessuno era venuto per vedere me. Non c'è linguaggio che io ami più del cinema, ma dovevo costantemente ripetermi quello che avevo sentito urlare a un'addetta stampa francese a un gruppo di colleghi stressati: “È solo cinema!”. Questo viaggio è stato un privilegio, ho potuto assistere in prima persona alle risate scatenate dal duo comico in cui si sono trasformati Bong e Song Kang Ho, alla standing ovation per il cast di Parasite quando ha vinto il premio come miglior ensemble agli Screen Actors Guild Awards, alla gioia scesa fra il pubblico mentre Bong onorava Martin Scorsese dal palco degli Oscar. Ho potuto incontrare alcuni dei miei più grandi eroi. Ho detto a Phoebe Waller-Bridge che le auguravo un prete figo per Natale. Sono finita in un fast food alle quattro di mattina con Céline Sciamma a meditare sull'amore e sulla vulnerabilità. Sono uscita da un ristorante insieme a Lulu Wang mentre sullo sfondo suonava Closing Times dei Semisonic. Sono riuscita a dire a John Cameron Mitchell che i suoi film mi hanno messo la voglia di diventare una regista, il tutto mentre Bong si prendeva gioco della mia emozione da fan. Ma soprattutto, le vere benedizioni sono state le conversazioni private e le relazioni personali che ho avuto e che si sono instaurate con i membri del contingente Parasite e con gli artisti che ho visto quotidianamente. Passerò i prossimi anni della mia vita a fare del mio meglio per guadagnarmi la possibilità di lavorare ancora una volta con loro. Ci vorrà un po' di tempo. [...] Di questa esperienza, ci sono due giornate che ricordo con maggiore affetto, quando ho avuto la possibilità di assistere personalmente all'occhio da regista di Bong. Un giornale ha organizzato un'intervista a Los Angeles presso la Hollyhock House, fra i capolavori di Frank Lloyd Wright, una spettacolare ode alla California. È stato quasi come essere a lezione di regia, bastava ascoltare mentre Bong intuitivamente leggeva lo spazio e trovava il modo migliore di piazzare i personaggi e la macchina da presa. […] Premere l'interruttore e passare da una lingua all'altra non è mai stato il mio lavoro; è sempre stato l'unico modo di vivere di cui fossi a conoscenza. Sono stata l'interprete di me stessa per 20 anni. Uno psicologo specializzato in bambini bilingui una volta mi ha detto che la maggior parte delle persone condivide una simile capacità cerebrale – se una persona che parla una sola lingua conosce 10mila parole, un bilingue ne conosce 5mila per ognuna. Ecco perché mi sono innamorata del linguaggio visivo del cinema. Fare film è un processo simile a quello di tradurre la mia interiorità in una lingua che può comunicare con il mondo esterno, ma senza andare in cerca di parole equivalenti che però sono solo approssimazioni dell'originale. Lo stesso psicologo ha aggiunto che passare da una lingua all'altra coinvolge non solo la parte del cervello dedicata al linguaggio, ma anche la parte che controlla la flessibilità del pensiero. È un muscolo che acquista abilità con la pratica. La flessibilità è ciò che ha portato Parasite dove è oggi. Incoraggia la comprensione e l'empatia. Quest'ultima funziona da ponte per unirsi a ciò che è “altro”. Ed è proprio per questo che vorrei diventare una narratrice, per farci sentire meno soli. E no, non sto scrivendo un film che parla di questa stagione dei premi. È stata un'esperienza profondamente personale che devo ancora processare come si deve, e ci sarà un altro momento per farla trapelare nelle mie storie. Il film che sto scrivendo è una piccola storia ambientata in Corea, che è vicina al mio cuore. Come diceva Bong citando le sincere parole di Martin Scorsese: “Ciò che è personale è quanto di più creativo”. […] Per un po' di tempo ci saremo solo io e il mio computer, l'unico lavoro di traduzione che avrò sarà quello di interprete fra me stessa e il linguaggio del cinema.”

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