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Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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News


8 Gennaio 2020

Timothée Chalamet in: i dolori del giovane Bob Dylan

Addio e grazie per tutte le news #210

Gli americani dicono che quando comincia a piovere, facile che poi venga giù l'acquazzone. Come a dire che quando una cosa comincia ad andare in un modo (di solito male), finisce con l'innescare un domino di sfighe consequenziali. Ma il bello è che può funzionare anche al contrario. Per esempio: ti chiami Timothée Chalamet, nel 2014 (hai appena 18 anni) comincia a piovere con il tuo primo ruolo in un'importante produzione cinematografica (Interstellar) e poi sono cinque anni ininterrotti di acquazzoni, con una nomination agli Oscar (Chiamami col tuo nome), due ai Golden Globe e tre ai BAFTA. Ora, se sei Timothée Chalamet, cosa si potrebbe fare per far aumentare ancora il volume delle precipitazioni? Dopo la serata di premiazione dei Golden Globe e la statuetta come miglior attore finita nelle mani di Taron Egerton per l'ennesima interpretazione/imitazione/omaggio di una persona reale – che segue, solo nell'ultimo decennio, quelle di James Franco (Tommy Wiseau) Christian Bale (Dick Cheney) Colin Firth (Giorgio VI) Daniel Day Lewis (Lincoln) Eddie Redmayne (Stephen Hawking) Gary Oldman (Churchill) e Rami Malek (Freddie Mercury) – l'intuizione dev'essere stata: basta personaggi di finzione, è il momento di infilarsi in un biopic e di far vedere a questa manica di cabarettisti come si vince un Oscar. Funziona ancora meglio se il progetto è di quelli succosi, magari gestito da un regista con la mano ferma. Come può essere James Mangold, uno che ha tanta famigliarità con l'accompagnare all'Oscar attori e attrici (Ragazze interrotte e Quando l'amore brucia l'anima) quanta ne ha con film ispirati a storie vere (di nuovo Quando l'amore brucia l'anima, ma anche Le Mans '66 – La grande sfida). Il regista e sceneggiatore newyorchese, già candidato all'Oscar per lo script di Logan, avrà il compito di mettere in scena uno specifico momento nella vita e nella carriera di Bob Dylan, quando il cantautore decise di abbandonare le sonorità folk che lo avevano reso celebre per abbracciare le distorsioni del rock. Il biopic, che dovrebbe intitolarsi Going Electric, ha già una sceneggiatura, riscritta dallo stesso Mangold a partire da uno scheletro firmato da Jay Cocks (Gangs of New York) e che sarebbe dovuto essere prodotto da HBO, prima che l'emittente via cavo decidesse di rinunciare al progetto in seguito a un rimescolamento dell'organigramma dirigenziale. Le fonti americane garantiscono tre cose: che lo storico manager di Dylan, Jeff Rosen, sta seguendo la produzione da vicino per garantirne la fedeltà; che i diritti delle canzoni relative all'epoca interessata dal racconto fanno parte dell'accordo e quindi non ci saranno problemi né rallentamenti da quel punto di vista; e che, pur non essendo stato confermato se sarà lui a cantare in prima persona o se ricorrerà al playback, Chalamet ha cominciato a prendere lezioni di chitarra per interpretare al meglio Dylan. 

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