Una serie per carpire i tuoi segreti

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Pier Maria Bocchi dice che Stregata dalla luna è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Romance alle ore 21:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Povero pensiero... finisce sempre per sfracellarsi contro il muro dei fatti. (Lev Troskij)»

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12 Giugno 2020

Una serie per carpire i tuoi segreti

Fuori(le)Serie #050

Un'infornata di serie inedite che conferma una grande verità: Boris aveva capito tutto sulla natura della televisione e torna a spiegarcelo questa settimana. Tra Curon, che avrebbe reso orgoglioso René Ferretti, e la sitcom Alexa & Katie. Ma anche la miniserie MotherFatherSon, con l'esordio nella tv moderna per Richard Gere, non scherza.

 

NETFLIX

 

Curon (Italia, 2020) - dal 10/06/2020 
Tutto l'amore possibile, e oltre, per la passione e la professionalità di chi l'ha realizzata – a partire dal quadrumvirato di autori e sceneggiatori composto da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, coadiuvati in fase di soggetto da Ilaria Castiglioni –, ma Curon a tratti regala la sensazione di vedere un Gli occhi del cuore ai tempi di Netflix. Se, in Boris, quella girata da Ferretti e compagnia (insieme a Caprera e Libeccio fuori campo) era una serie che pescava stereotipi nel limitato bacino della fiction smermallata Rai, Curon ha la difficoltà ulteriore di dover condensare (nel modo più didascalico possibile) tutte le mode della serialità Netflix scoppiate negli ultimi anni. C'è la fotografia tutta chiusa da serie europea triste (Dark), il paesino sperduto con il mistero soprannaturale e gli spaventi nei boschi (Stranger Things), gli adolescenti disagiati che mettono il broncio e si ribellano (l'elenco delle fonti è fin troppo lungo). Per la tombola mancava giusto La casa di carta, solo che viene complicato trasformare Curon Venosta, paesino di poco più di duemila anime in provincia di Bolzano (al confine con l'Austria), in una location credibile per uno spericolato colpo in banca. Che poi Curon, la serie, sta quasi tutta proprio nella scelta della location. Un paese al confine, diviso tra l'anima italiana e quella austriaca (al grido di Graun im Vinschgau!), lambito da un lago artificiale – la cui creazione, nel 1950, costrinse gli abitanti del paese a trasferirsi sull'altro lato della valle – da cui spunta, spettrale e solitario, il campanile (senza più campana) della vecchia chiesa: in un posto del genere viene facile credere che ci sia del conflitto e del mistero, una natura doppia legata a un passata ancestrale. La storia è quella della inquieta Anna, talmente in fuga da Milano e dall'ex marito da infrangere la promessa che si era fatta 17 anni prima (dopo la morte della madre) e tornare nella natia Curon. Con lei, a visitare gli incantevoli luoghi della sua infanzia e a fare conoscenza con i compaesani che odiano e temono la loro famiglia, i due figli gemelli adolescenti, la riottosa Daria e l'introverso Mauro.

Reality Z (Brasile, 2020) - dal 10/06/2020 
Prima che Charlie Brooker si trasformasse nella creatura mitologica mezzo uomo mezzo Black Mirror – quella che da quasi dieci anni terrorizza il pubblico televisivo, sia con accurate previsioni distopiche a breve termine sulla nostra grottesca società, sia ripescando i libri game dagli anni '80 spacciandoli per narrazione sperimentale interattiva – per tre anni, fra gli addetti ai lavori, era “quell'inglese bravo che nel 2008 aveva mandato gli zombie ad assaltare la casa del Grande Fratello”. Dead Set è stata una miniserie in cinque puntate – realizzata con il budget di mezzo catering per un episodio di Game of Thrones – che raccontava un'improvvisa pandemia zombie, di quelli che corrono abbastanza in fretta, dal punto di vista dei concorrenti del Big Brother rimasti bloccati dentro la casa e delle persone impiegate negli studi tv. Una scudisciata horror satirica che profumava di Romero e metteva, con garbo, le mani addosso a un'ipnosi di massa (i reality show) che nel 2008 era all'apice della sua potenza. Dodici anni più tardi, così de botto e senza senso, arriva su Netflix il remake brasiliano di Dead Set. A differenza della creatura di Brooker, Reality Z ha aggiunto il dettaglio di un'edizione del Grande Fratello ispirata agli dei dell'Olimpo. I creatori e registi della serie, gli entusiasti Cláudio Torres e Rodrigo Monte, hanno anche a disposizione esattamente il doppio del tempo rispetto a Brooker (dieci puntate da mezz'ora l'una) e per non farsi accusare di pigrizia affidandosi troppo all'originale, decidono di arricchire la traccia di Dead Set aggiungendo personaggi su personaggi, con il risultato che le prime puntate assomigliano a Tutto il calcio minuto per minuto, con brevi flash di aggiornamento da ogni linea narrativa. Clamoroso al Cibali, anche qui ci sono gli zombie.

Whispers (Arabia Saudita, 2020) - dal 11/06/2020 
Avete presente quell'ottimo dilemma etico con cui ci confrontiamo da qualche anno a questa parte? Quello per cui veniamo a sapere delle cose rivedibili a proposito di un personaggio pubblico/artista/professionista celebre che ammiriamo e ora non sappiamo più se sia o meno il caso di ammirarlo? La lista è lunga (parte da Cristoforo Colombo) e variegata. In particolare, nel magico mondo dello spettacolo, comincia con Charlie Chaplin, prende David W. Griffith, Elvis Presley, Sinatra; passa per Michael Jackson, si incaglia e diventa linciaggio con Woody Allen, entra nel penale più terrificante con Bill Cosby e R. Kelly. Esiste un limite oltre al quale scatta in automatico la damnatio memoriae e, collettivamente, dovremmo rifiutare un'intera persona smettendo di celebrarne i risultati artistici e professionali? E qual è questo limite? Un'altra domanda ancora e poi la smetto: ma tutto questo processo di rimozione si allarga anche a un intero paese, o e solo una responsabilità personale? Tutto questo per ammettere che non so da che verso prendere Whispers, la prima serie originale Netflix proveniente dall'Arabia Saudita. Da una parte c'è il verso letterale: Whispers è un thriller canonico e abbastanza patinato, la storia della misteriosa morte di un affermato dirigente nel mondo del marketing e delle conseguenze che l'assassinio ha sulla sua famiglia, realizzato con le ingenuità che possono fisiologicamente avere i cineasti di un paese che ha bandito il cinema per 35 anni – e che quando ha riaperto le sale, l'ha fatto proiettando Emoji - Accendi le emozioni. Dall'altra parte c'è il verso contestuale: Whispers è un thriller canonico e abbastanza patinato, chiaramente realizzato sotto l'occhio attento della famiglia reale per mostrare al mondo la facciata di un paese moderno e al passo con i tempi, lontano dalla tirannide che ammazza i dissidenti come Jamal Khasshoggi e bombarda civili in Yemen. 

Estate di morte (Polonia, 2020) - dal 12/06/2020 
Harlan Coben è un prolifico romanziere americano. Ha cominciato a pubblicare abbastanza presto, nemmeno trentenne e fresco di università, e da allora non si è più guardato indietro, costruendo la sua fama sulla saga del detective per sbaglio Myron Bolitar, agente di giocatori di pallacanestro che un giorno sì e l'altro pure incappa in omicidi da risolvere, e variando la sua bibliografia con altri thriller e gialli autoconclusivi. Fra questi anche Non dirlo a nessuno, nel 2006 adattato per il cinema da Guillaume Canet con un film dallo stesso titolo, The Stranger (da cui è tratta l'omonima miniserie Netflix con Richard Armitage) ed Estate di morte. Pensa la faccia di Coben, che è nato e cresciuto nel New Jersey e ambienta i suoi romanzi tra casa sua e il confinante stato di New York, quando il suo agente l'ha chiamato e gli ha detto che c'era una banda di polacchi che voleva i diritti di Estate di morte per adattarlo nella serie tv W głębi lasu (il cui titolo internazionale è The Woods). Si passa dunque dalle foreste del New Jersey a quelle nelle prossimità di Varsavia, da un elenco di personaggi che posso scrivere con le lettere presenti nella mia tastiera a uno per cui c'è bisogno di un vigliacco lavoro di copia e incolla. La storia, però, è sempre quella di un pubblico ministero, nell'originale Paul Copeland mentre nella versione polacca diventa Paweł Kopiński, e della sua luminosa carriera, offuscata da un tarlo che lo assilla da 25 anni. Quand'era ragazzino, infatti, Paweł è stato suo malgrado protagonista di una tragedia: durante un campo estivo in mezzo ai boschi, la sorella più piccola e altri tre ragazzini coetanei sono scomparsi in circostanze dubbiose mentre erano sotto la sua supervisione. Roso dai sensi di colpa, Paweł ha l'occasione di redimersi (e di svelare il mistero della sparizione dei bambini) un quarto di secolo dopo, quando all'obitorio di Varsavia si presenta il cadavere di uno dei quattro scomparsi. 

F is for Family (Usa, 2017) - Quarta stagione dal 12/06/2020 
Se nel 2017 decidi di scrivere e realizzare una sitcom animata che abbia come soggetto una famiglia disfunzionale e sboccata composta da padre, madre, tre figli più annessi e connessi umani e umanoidi, i casi sono due. O hai vissuto sotto una roccia negli ultimi trent'anni, ti sei perso I Simpson, King of the Hill, I Griffin, Bob's Burger e persino qualche spezzone di South Park e Rick and Morty, e non ti è arrivato il promemoria che dice “Il genere è stato prosciugato, riprovate fra qualche anno”; oppure, più semplice e probabile, hai qualcosa di particolarmente personale da dire e l'animazione è il medium più indicato per farlo. F is for Family è una creatura di Bill Burr, comico – e talvolta attore: Breaking Bad o Il re di Staten Island, l'ultimo film di Judd Apatow – che è anche un semaforo irlandese umano, con una faccia va dal verde di quando è quieto, l'arancione di quando è sbronzo e il rosso acceso di quando è incazzato. È il ritratto, molto stilizzato e reso grottesco dai filtri dell'ironia e dalle libertà dell'animazione, di una stereotipica famiglia americana (di origini irlandesi) degli anni '70. Un babbo (Frank Murphy) cinico, con la parolaccia agile e l'incazzatura sempre in canna, reduce della Guerra di Corea, affaticato dalle responsabilità di badare (soprattutto emotivamente) a una famiglia normalmente impegnativa. Una mamma (Sue) paziente e collante, che dirotta ambizioni ed energie in una carriera da inventrice e imprenditrice che fatica a spiccare il volo. Un primogenito 15enne (Kevin) fesso e prono alla delinquenza, con sogni di gloria da chitarrista. Un secondogenito 12enne (Bill) tormentato da un bullo. E un'ultimogenita novenne (Maureen) più sveglia di tutto il resto della famiglia messa insieme, ma sminuita in quanto femmina. Il riassunto migliore per F is for Family potrebbe essere: una coperta di coprolalia arrabbiata stesa su un cuore grande così.  

Alexa & Katie (Usa, 2018) - Seconda parte della terza stagione dal 13/06/2020 
Se Curon è Gli occhi del cuore, Alexa & Katie sono la sitcom meneghina Troppo frizzante. Sto forse suggerendo che Boris ha colto così tanto sulla natura dei meccanismi televisivi da aver costruito un modello grottesco universale e sempre valido? Chissà. Sicuramente di vero c'è che Netflix ha inglobato tutte le diverse nature dei tipi di televisione (smarmellata, ricca ma populista, la qualità!) mostrate da Boris, con Alexa & Katie che rappresentano lo spirito Mediaset. Svolgimento della tesi: Netflix compra tutti i film, esattamente come faceva Mediaset nel far west con la cocaina al posto dell'oro che erano gli anni '80; Netflix compra anche tutti i cartoni giapponesi: costano poco e c'è sempre qualche matto che li guarda, che era un po' lo stesso motto (solo detto con un accento più offensivo) di Mediaset sempre negli anni '80; Netflix si produce da sola i film, quando Medusa lo fa già dai tempi di Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Ma l'insegnamento più importante che il gigante dello streaming ha tratto dai maestri del biscione è: va bene la qualità, ma senza esagerare. Vivan tutte quelle serie pluripremiate o che hanno fatto incetta di Golden Globes e di Telegatti, ma ogni tanto basta anche una sitcom, come Alexa & Katie, di adolescenti impossibilmente belli che vivono in un catalogo Ikea e hanno appena passato due stagioni ad affrontare il tema del cancro parlando il meno complicato possibile per non mettere in difficoltà il pubblico. In questa seconda parte della terza stagione, prosegue l'ultimo anno di scuola superiore per le due migliori amiche del cuore che danno il titolo alla serie. Si parlerà soprattutto di sogni, piani per il futuro, opportunità, scelte e tutta l'ansia soffocante da esse causata. Ma sempre con parole semplici.

Marcella (GB, 2016) - Terza stagione dal 14/06/2020 
Ne hanno scritti talmente tanti negli ultimi anni, che i critici letterari si sono dovuti inventare un nome per il genere. Hanno optato per noir scandinavo, con l'eventuale alternativa assonante di noir nordico. Sono quei polizieschi procedurali – sottogenere di thriller raccontati dal punto di vista delle forze dell'ordine, con dovizia di dettagli sui particolari procedimenti delle indagini – ambientati da quelle parti e scritti senza troppi fronzoli, con uno stile asciutto, essenziale, preciso e realistico, con un numero di metafore direttamente proporzionale alle ore di sole invernale. Romanzi che sono tutti belli e, inevitabilmente e fatta eccezione per le eccellenze, tutti uguali. Marcella, invece, è una serie un po' diversa. È pur sempre fedele alle atmosfere di quel genere lì – e scritta da un appurato campione di categoria, lo svedese Hans Rosenfeldt che aveva già firmato l'ottima The Bridge – ma, complice la produzione BBC, trasferisce l'azione a Londra per raccontare le vicende dell'eponima protagonista, ex detective di Scotland Yard che decide di tornare al lavoro causa due eventi concomitanti: un marito che la lascia improvvisamente dopo 15 anni di matrimonio, e un suo caso irrisolto vecchio di 11 anni che sembra riaprirsi, con il ritorno in attività di un serial killer. La serie si alterna ottimamente tra le indagini vere e proprie e la vita privata di Marcella, la quale comincia a essere vittima di misteriosi blackout che la lasciano immemore delle sue azioni. In questa terza stagione prosegue la lotta tra la detective, che deve gestire anche un nuovo incarico come agente sotto copertura, e la misteriosa condizione della sua mente, che tra le altre cose mette a rischio la custodia dei due figli.

 

NOW TV

 

Girls (Usa, 2012) - Quinta stagione dal 08/06/2020
Ci sono alcuni prodotti dell'ingegno umano, di quelli destinati all'intrattenimento, che toccano talmente bene delle corde talmente condivise da diventare cult generazionali. A volte si limitano a influenzare solo l'infornata di essere umani che sono nati in quegli anni lì; alle altre sfondano il muro delle generazioni e diventano patrimonio del culto senza tempo. E poi c'è il caso a parte di Girls. La dramedy HBO, creata (interpretata, scritta, diretta e prodotta) dall'allora ventiseienne Lena Dunham, che per due (forse tre) stagioni è stata un must della televisione, la serie che raccontava le vicende newyorchesi di quattro amiche alle soglie dell'età adulta, la serie che tutti dovevano vedere. I giovani erano costretti a vederla per restare sul pezzo e sentirsi rappresentati; di conseguenza gli adulti dovevano seguirla per capire cosa passasse per la testa dei ventiquasitrentenni. I maschi dovevano vederla per avere finalmente un punto di vista femminile sul mondo femminile; le donne si sentivano in dovere di guardarla per lo stesso motivo. Tutti, in generale, avrebbero fatto bene a vederla per dare un'occhiata al nuovo mondo della televisione, inclusivo e woke, liberato dalla tirannia di uno sguardo patriarcale e vecchio. I veri vincitori della complessa transazione contestuale sono stati due: quel manzo inspiegabile di Adam Driver, la cui carriera è stata lanciata dal ruolo disturbante di inquieto interesse amoroso della protagonista; e l'enfant prodige Lena Dunham, fra le penne più egocentriche e sincere della tv di nuova generazione, che ha usato il suo show su una tv via cavo come psicoterapia pagata. Quanto riportato qui sopra, però, vale per le prime due stagioni. Le altre quattro hanno perso, improvvisamente e senza nessuna spiegazione logica (a parte un fisiologico, ma non eclatante, calo nella qualità), quell'aura di rilevanza generazionale di cui erano rivestite la prima e la seconda annate. Tanto che le ultime tre stagioni erano finora (la serie ha chiuso i battenti nel 2017) rimaste inedite in Italia. 

Capitaine Marleau (Francia, 2015) - dal 10/06/2020
I grigi poliziotti scandinavi, con le loro fredde atmosfere e alle prese con i loro dubbi morali, si sono meritatamente guadagnati un sottogenere. Ma anche più a sud, nella Francia dello Jean-Baptiste Adamsberg creato da Fred Vargas, bolle qualcosa in pentola. A vincere, da quelle parti, è l'archetipo dell'investigatore geniale, ma eccentrico. Brillante, ma socialmente bislacco. Legato dalle leggi dell'uomo alle prove fisiche e scientifiche, ma con più fiducia nell'intuizione deduttiva che nella fredda logica degli esami del DNA. Oltre ad Adamsberg – celebre personaggio dei romanzi di Vargas, commissario montanaro trapiantato a Parigi, spalatore di nuvole disordinato e con la testa per aria che risolve i suoi casi impossibili passeggiando e lasciando vagare la mente – la Francia annovera un'altra protagonista del genere, la tosta capitana Marleau. La serie – tutta al femminile: sviluppata da Elsa Marpeau e diretta interamente dalla veterana del piccolo schermo Josée Dayan – racconta le indagini condotte in maniera peculiare, tutta forza bruta e humour nero, dall'eponima capitana della gendarmeria nazionale, personaggio fuori dai gangheri che non esce di casa se prima non indossa il suo berretto da cacciatore. Tipo quello di Taddeo dei Looney Tunes, ma con anche i paraorecchie. La serie, che in patria ha avuto la rara caratteristica di veder crescere il proprio pubblico stagione dopo stagione, parte con il botto nella prima puntata autoconclusiva, con la partecipazione di Gérard Depardieu in un ruolo da co-protagonista.

 

SKY ATLANTIC

 

MotherFatherSon (GB, 2019) - dal 08/06/2020
MotherFatherSon è alcune cose tutte insieme. È una miniserie, targata BBC, in otto puntate e firmata da Tom Rob Smith, che già aveva scritto American Crime Story: L'assassinio di Gianni Versace. È un thriller che si divide fra il suo sfondo politico e un dramma familiare di quelli che fanno i conti con un sacco di soldi, potere e decenni di non detto, fino ad arrivare a un punto di non ritorno in cui la tensione e la posta in palio schiacciano le pedine in gioco. È anche e soprattutto una cosa che ti fa dire: ma va? Sul serio Richard Gere recita ancora? Ma che bella sorpresa. MotherFatherSon punta quasi troppo sul fatto di aver convinto Gere ad accettare il suo primo ruolo televisivo importante (rilevante), dopo l'apparizione nel '76 in Il tenente Kojak, in quasi 50 anni di onorata e iconica carriera. Ma prima di proseguire con le specifiche tecniche della serie, diamo spazio al buon Richard, il quale ha commentato la sua esperienza in tv con un ottimo: “Sono stati sei mesi di riprese, come girare quattro film indipendenti di fila ma interpretando sempre lo stesso personaggio. Troppo lungo. Non credo che lo rifarò”. Bene, ma non benissimo. Nello specifico, il personaggio che ha entusiasmato così tanto Gere si chiama Max Finch, e nella vita fa il magnate americano dell'editoria (vagamente ispirato a Rupert Murdoch? Diciamo di sì) che torna nel Regno Unito per un momento fatidico: il passaggio di consegne del suo impero mediatico nelle mani del figlio Caden. Solo che il figlio Caden non è propriamente sereno per quanto riguarda l'eredità paterna, sia per le responsabilità che comporta – in Inghilterra è tempo di elezioni, ed entrambi i candidati alla presidenza pressano per avere il supporto dei giornali di Finch – sia per gli infelici trascorsi familiari, che comprendono anche un brutto divorzio che ha sostanzialmente lasciato il ragazzo orfano di madre. 

 

- questa rubrica settimanale esce il venerdì per consigliarvi come distruggervi di binge watching intensivo durante il fine settimana -

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