La ruota delle meraviglie di Woody Allen - la recensione di FilmTv

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La citazione

«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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Recensione pubblicata su FilmTv 50/2017

La ruota delle meraviglie


Regia di Woody Allen

C’è una scena di La ruota delle meraviglie. Un breve ma deciso movimento della macchina da presa sul volto della cameriera Ginny. Il viso è violentemente irradiato e reciso da una lingua di luce intensa, bianca come i corridoi della paura e le stanze di un manicomio e gialla come la carne da manicomio. La faccia che ne risulta è accartocciata, improvvisamente più vecchia di vent’anni, diroccata, malata di un male perfido eppure incomprensibile, un male che non si capisce ma che è lì, una faccia angosciata e desolata ma nello stesso tempo crudele, che cerca una soluzione e una via di fuga ma che rimane prostrata nella sua rovina, un fallimento che è tanto identitario, come madre, moglie, amante, donna, quanto ideologico. In questa scena, clamorosa e agghiacciante, il personaggio ne rivela un altro, mentre Kate Winslet si trasforma in Joan Crawford. È un cortocircuito tutt’altro che cinefilo, non dimostrativo, oserei dire spontaneo: in uno dei film più evidentemente teatrali di Woody Allen, dove quando si esce dalla porta sembra che si esca dal palcoscenico diretti dietro le quinte, e dove il dialogo e l’azione avvengono in un’unità di luogo che appare la sola possibile, quando il resto è un fondale dipinto, un cartonato, una quinta; in questi anni 50 di Coney Island così finti e bidimensionali perché servono ai personaggi e non viceversa, proprio come in una pièce di Arthur Miller o di Tennessee Williams; in questa scena che pare un momento di Mariti e mogli, benché la febbre di quel film diventi qui uno stato di catalessi, ecco, in questa metamorfosi che è anche una specie di dissolvenza incrociata fantasiosa, avviene un’epifania, che cambia le prospettive e conduce la vicenda alla sua conclusione. Giusto per dire quanto l’ultimo Allen, perlomeno il migliore, non sia così distratto o da “buona la prima” come molti vogliono credere. La ruota delle meraviglie è dunque un film di luci e di colori (e il direttore della fotografia Vittorio Storaro è a tal proposito sfrenato), che inizia con un incredibile totale artificiale alla David LaChapelle e termina con un’immagine eccezionale alla Andrew Wyeth: la storia di un’ex attrice che serve ai tavoli della Ruby’s Clam House, il marito volgarotto, la figlia di quest’ultimo che riappare all’improvviso dopo quasi un lustro e un bagnino che si porta a letto la prima e s’innamora della seconda; una storia di sentimenti e di vizi che traslocano di ruolo in ruolo come un passaggio di testimone; la storia di una commedia della vita a cui è assurdo rinunciare, di un dramma al quale è inimmaginabile abdicare e di una tragedia che per inadeguatezza dell’individuo, della realtà e delle cose non si può condannare. Ma specialmente una storia di identità multiple e fratturate, che si assomigliano perfino nelle loro differenze manifeste. Con una certezza: che il crollo della persona, la disfatta del pensiero e lo scacco della verità sono molto simili, forse equivalenti, a quelli di Crimini e misfatti. E allora tutto assume un valore diverso. 

I 400 colpi

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6.9
La ruota delle meraviglie (2017)
Titolo originale: Wonder Wheel
Regia: Woody Allen
Genere: Commedia drammatica - Produzione: Usa - Durata: 101'
Cast: Kate Winslet, Jim Belushi, Juno Temple, Justin Timberlake, Max Casella, Jack Gore, David Krumholtz, Robert C. Kirk, Tommy Nohilly, Tony Sirico
Sceneggiatura: Woody Allen

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