Mektoub, My Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 21/2018

Mektoub, My Love: Canto Uno


Regia di Abdellatif Kechiche

Mektoub, in lingua araba, sta per “destino”. Dunque come si legge, a partire dal titolo, l’ultimo film di Kechiche? Destino, amore mio? E perché una cosa compiuta, già scritta, già data, come il destino dovrebbe necessitare di un canto uno, essere costruita da parti come i capitoli in farsi (I e II e poi?) di La vita di Adele, e presentarsi come titolo di un progetto non concluso, in attesa, che rimanda a un canto due e un canto tre? Non è un paradosso? Quel mektoub, probabilmente, è come la Hiroshima di Hiroshima, mon amour di Resnais. Un problema. Una crisi. Un luogo inevitabilmente pieno di domande. Una questione sentimentale. Un dissidio. Mentre la macchina da presa inquadra l’alter ego del regista, il giovane Amin, in controluce, compaiono due frasi: «Dio è la luce del mondo» (Giovanni 9,5). «Luce su luce, Dio guida verso la luce chi vuole Lui» (Corano 24-35). Amin è nella luce. Ma dove sta andando? Da Parigi è di ritorno a Sète, Francia del sud, nel 1994. Autobiografia in corso, per interposto romanzo di François Bégaudeau (sì, quello di La classe). Lasciata medicina, Amin studia per fare lo sceneggiatore, si dedica alla fotografia. La madre si lamenta del suo stare di continuo nel buio della camera da letto, a guardare film. Esci alla luce, Amin. Ma Amin guarda, in primis: guarda, nella prima scena, Ophélie e il cugino Toni fare sesso, consumare un adulterio, tradire un amico in guerra. Il film, in questo senso, è già scritto. Scritto nello sguardo di Amin, uno sguardo eterosessuale e morale, che coincide con lo sguardo criticato del Kechiche di Venere nera e La vita di Adele. Uno sguardo in cui lottano il desiderio e la colpa. Così questo film, 3 ore (ridotte a 2 e 55’ in questo secondo montaggio dopo la presentazione a Venezia 2017), è insieme l’opera maggiormente radicale del regista e quella in cui le tensioni che muovono il suo sguardo sono maggiormente in conflitto. Tre ore di lunghissime scene, di quel realismo antipsicologico in cui Kechiche non trova eguali, tre ore di corpi che si seducono in spiaggia o in discoteca, conte d’été e sapore di mare, tre ore di bocche, sorrisi, parole e chiacchiericcio, tre ore di sguardi da capire e grandi culi da ammirare. La trama è esilissima, fatta solo dei sentimenti (prima che degli eventi) che costruiscono le singole scene. Il film è il canto sublime e la messa in scena di una fantasia radicalmente eterosessuale, ma in cerca di grazia. Lo sguardo macho dell’autore (quello che è già scritto, il suo mektoub) sa perfettamente di essere un problema morale. E non è mai stato così vicino al lontanissimo cinema dell’ultimo Malick: s’abbandona alla sensualità, alla meraviglia dei sederi che “twerkano”, alla luce affascinante di quella fisicissima libertà, ma come il protagonista fotografo e sceneggiatore (che era medico, ricordiamolo: il conflitto è tutto qui, tra un distacco che cerca catarsi nelle forme dell’erotismo e uno sguardo ginecologico), prova a scegliere una strada in contrasto, cerca una ricontestualizzazione sacrale del sesso (la nascita degli agnelli), un’educazione (il finale con l’esclusa dal gruppo, la fanciulla cortese), e una luce che sia finalmente da raggiungere, da meritare, un differente destino.

I 400 colpi

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media
6.6
Mektoub, My Love: Canto Uno (2017)
Titolo originale: Mektoub, My Love: Canto Uno
Regia: Abdellatif Kechiche
Genere: Erotico - Produzione: Francia - Durata: 180'
Cast: Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Delinda Kechiche, Kamel Saadi, Hatika Karaoui, Meleinda Elasfour
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix

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