La truffa dei Logan di Steven Soderbergh - la recensione di FilmTv

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La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

scelta da
Andrea Bellavita

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Recensione pubblicata su FilmTv 22/2018

La truffa dei Logan


Regia di Steven Soderbergh

(Attenzione: spoiler) Comincio dal fondo. Dalla scena conclusiva al Duck Tape, il bar di Clyde Logan (Adam Driver). È qui che l’agente Sarah Grayson (Hilary Swank) si sveste dei panni dell’FBI per indossare quelli più consoni della “donna qualunque”, capelli sciolti invece che raccolti, abiti femminili invece che “gessato” da forze dell’ordine, voce più calda rispetto a quella perentoria da lavoro. È qui, in questa scena che ha il ruolo del raduno e della ricomposizione e l’atmosfera della soluzione (la soluzione di una truffa e la soluzione quale scioglimento di un’enigma sociale), dove i ladri della corsa automobilistica Charlotte Motor Speedway trovano una loro insperata epifania, e dove finalmente i sentimenti incontrano la realtà, anche i sentimenti più difficili da accettare, quelli cioè di un’appartenenza geopolitica e di un destino già scritto, di una “secondarietà” come natura (ovvero essere e arrivare sempre, e comunque, e inevitabilmente “secondi”) e di una classe che è razza e che è specie, è in questa scena così bella e così dolce e così umana che si rivela il film: per capire l’America odierna, a dispetto di tutte le indagini, le statistiche e le relazioni approfondite, è bene spogliarsi degli abiti abituali (e conformi) e provare a stare, trattenersi, come appunto fa infine Sarah, «Yeah, passing through. But I’m hoping to stay a while» (Sì, sono solo di passaggio. Ma spero di fermarmi per un po’). E allora poco importa chi sono i colpevoli, perché sono nati e rimangono dei perdenti, orgogliosi di esserlo («Noi del West Virginia siamo gente generosa ma orgogliosa»): per decifrare la verità, dunque, e per non arrestarsi al compatimento o al luogo comune, bisogna presentarsi nudi. Senza cliché, senza costrutti messi insieme da anni e anni di retorica, senza le piaghe del giornalismo di denuncia e del reportismo facile. I Logan, due fratelli e una sorella, appartenenti a quella fetta statunitense “trumpier than Trump”, più trumpiana di Trump stesso, schiacciata fra l’Ohio, il Kentucky e la Carolina, nella quale il senso di appartenenza alla patria ha il valore dell’amor proprio ma anche di un’indipendenza, e dove può accadere qualunque cosa che sembra non accada mai nulla, tanto che non è chiara neppure la cifra esatta del denaro rubato, ma va bene così, gettiamoci tutto alle spalle e passiamo oltre, Jimmy (che attore superbo che è Channing Tatum), Clyde e Mellie sono i sopravvissuti della contemporaneità più banale e più inequivocabile, che fregano i ricchi e i padroni ma rimangono poveri, solo per qualche dollaro in più. Il bisogno di essere accompagnati a casa attraverso le infinite strade del paese, come canta John Denver nella celebre Take Me Home, Country Roads, è un bisogno “di bandiera” a cui è affidato il cuore (e al cuore non si comanda, non serve vergognarsene), però è un bisogno anche di testa, per non avvilirsi e per non morire. E per sfidare qualunque stereotipo white trash. Quindi «Here’s to staying a while!», cin-cin al fermarsi per un po’!

I 400 colpi

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7.8
La truffa dei Logan (2017)
Titolo originale: Logan Lucky
Regia: Steven Soderbergh
Genere: Azione - Produzione: Usa - Durata: 118'
Cast: Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Riley Keough, Hilary Swank, Katie Holmes
Sceneggiatura: Rebecca Blunt

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