L'uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam - la recensione di FilmTv

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La citazione

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Recensione pubblicata su FilmTv 39/2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte


Regia di Terry Gilliam

Come si fa a non commuoversi di fronte a questo Don Chisciotte di Terry Gilliam? E non solo perché lo si sa film maledetto per antonomasia del regista, rincorso per 25 anni, più volte iniziato e interrotto, araba fenice sempre risorgente nelle contingenze produttive più improbabili (in uno specchio nero nel quale si riflette idealmente l’altro Don Chisciotte senza pace e senza fine della storia del cinema, quello wellesiano). C’è qualcosa di più profondo, di più radicale che va oltre il film stesso. Da subito, il Don Chisciotte di Gilliam è il racconto di uno scacco: c’è un set cinematografico in Spagna che si rivela set pubblicitario e un ex regista di cinema, Toby Grisoni (quasi omonimo del co-sceneggiatore, Tony Grisoni) che è diventato svogliatissimo regista di spot (ora è Adam Driver, ma per decenni il ruolo doveva essere di Johnny Depp). A lui tocca essere inadeguato Sancho di un Don Chisciotte (Jonathan Pryce, che arriva dopo Jean Rochefort, Robert Duvall, John Hurt, Michael Palin, e probabilmente ce ne si dimentica qualcuno…), attore per caso, ex ciabattino, impazzito dopo aver interpretato il personaggio di Cervantes nel film da studente girato dieci anni prima in quei luoghi da un Toby giovane e pieno di sogni. Ma il novello Sancho, vero protagonista, ha il physique du rôle di un Don Chisciotte lui stesso, e probabilmente lo diventerà anche, alla fine. Di Dulcinea ce n’è più d’una, o forse nessuna, tra ragazze perdute amanti di oligarchi spietati e mogli fedifraghe di produttori gangster (Paulo Branco?). Ormai lontanissimo dal progetto iniziale (che prevedeva un vero viaggio nel tempo, modellato su Un americano alla corte di re Artù), Gilliam negli anni s’è incupito e ha trasformato il suo Don Chisciotte in una messa funebre per un cinema che non c’è più. Non solo il suo, gioioso e incosciente carnevale, dimentico di ogni buon senso produttivo ed estetico, ma anche quello rispetto al quale ha sempre rappresentato un’eccezione felice. Nella sostanza visiva, innanzitutto, ché la sua rêverie era sempre di carne e cartapesta, percepibilissima nella propria matericità, e quindi soffre in quest’epoca di digitale sfrenato. Ma, soprattutto, nel fare cinema, mortificato da una sequenza senza fine di umiliazioni, rinunce, disillusioni subìte dai sognatori (Chisciotte, certo, ma anche Toby, e quindi Gilliam medesimo). Fino a una crudele messa in scena in costume per prendersi gioco del ciabattino che si crede cavaliere errante, officiata da un succedaneo incattivito del cinema. Il Don Chisciotte di Gilliam riesce commovente proprio in questo suo darsi senza paracadute, a dispetto dei non sequitur, delle cicatrici narrative, delle sequenze mancanti e non girate. È, anzi, un film che non parte mai davvero, sempre imballato, sbugiardato, inceppato, come il desiderio di Grisoni che pensa e spera ogni volta di essere piombato nel passato, e invece no, è tutto finto, falso, una mascherata, e neppure così divertente. È, forse, allora, il film che uccise Terry Gilliam. Per consunzione. E per troppo amore. Non corrisposto.

I 400 colpi

PA
6
SE
6
MG
4
RMO
8
EMO
5
GS
7
media
6.0
L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)
Titolo originale: The Man Who Killed Don Quixote
Regia: Terry Gilliam
Genere: Avventura/Fantasy - Produzione: Belgio/Spagna/Francia/Portogallo - Durata: 132'
Cast: Jonathan Pryce, Adam Driver, Stellan Skarsgård, Olga Kurylenko, Joana Ribeiro, Óscar Jaenada, Jason Watkins, Sergi López, Jordi Mollà, Rossy De Palma
Sceneggiatura: Terry Gilliam, Tony Grisoni

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