Tre volti di Jafar Panahi - la recensione di FilmTv

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Simone Emiliani dice che La dominatrice è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 05:20.

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Il vincitore della Berlinale69 è Nadav Lapid, nostra vecchia conoscenza, con il film Synonymes . Vi ricordate quando presentammo Policeman su FilmtVOD?

Ricordiamo il grande cineasta francese, autore del monumentale Shoah , che ha dedicato la vita a indagare il possibile ruolo dell’immagine nella rappresentazione della storia.

Se fossi una donna sarei scandalizzata dal dibattito sulle quote rosa. Molto probabilmente non amerei essere identificata con un colore appiccicoso, infantile e nauseante come il rosa. Quando un uomo politico o un giornalista usa quel colore per identificare la presenza femminile non lo fa solo per scarsa fantasia, ma per tranquillizzarsi con l’immagine di una signorina dal grembiulino color confetto, tutta pizzi, trine, boccoli e totalmente inoffensiva. Se fossi una donna avrei preferito spaziare dal rosso incandescente al grigio glaciale.

La citazione

«Tutti i travestimenti del mondo non coprono la puzza di marcio. (Zatōichi)»

scelta da
Nicola Cupperi

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Recensione pubblicata su FilmTv 48/2018

Tre volti


Regia di Jafar Panahi

Tre volti è il quarto film che Jafar Panahi ha girato in clandestinità e questa volta, anziché essere protagonista, è solo un testimone: uno sguardo leggermente decentrato, che lascia le prigioni domestiche (in cui erano ambientati This Is Not a Film, 2011, e Closed Courtain, 2013) e la metropoli di Taxi Teheran (2015), per immergersi in una remota provincia rurale dove non si parla nemmeno il farsi. E da cui una ragazza, Marziyeh, ha mandato alla nota attrice Behnaz Jafari un video selfie girato col cellulare, in cui la si vede impiccarsi. Behnaz si fa accompagnare da Panahi per verificare cosa sia successo davvero («No, non sto andando a girare un film», assicura lui telefonando alla madre preoccupata, in una rara allusione alla sua condizione di condannato). Presto è chiaro che il suicidio è simulato, che le immagini iniziali, per quanto crude e verosimili, sono state manipolate - anche se Panahi si meraviglia della professionalità del trucco. Ma il gioco autoriflessivo, costante nel cinema iraniano dai tempi di Close-up (1990) di Kiarostami e aggiornato ai nuovi media, finisce qui. Perché Tre volti parla sì di cinema, ma nei suoi risvolti sociali per quanto concerne le donne. La giovane Marziyeh è ostracizzata nel villaggio perché vuol fare l’attrice - o meglio l’«intrattenitrice», come si dice laggiù. E va a nascondersi a casa di Shahrzad, un’attrice-cantante attiva ai tempi dello scià e che ora vive in solitudine ai margini del villaggio, dopo esser stata perseguitata. Ma appena Behnaz Jafari arriva nel villaggio, tutti la riconoscono come protagonista di una serie tv, la blandiscono, e c’è chi le affida un pacchetto col prepuzio del figlio, da seppellire a Teheran per assicurargli un futuro migliore. Tre volti femminili in cui si specchia l’ipocrisia di una società che reprime le donne prima ancora degli artisti, e che al tempo stesso è profondamente mediatizzata («Qui ci sono più parabole che uomini», dice un abitante del villaggio; e il tormentone ricorrente è: «C’è campo?»). Panahi rappresenta con abbondanza di metafore la crisi della mascolinità di una società patriarcale (c’è anche un toro da monta che sta morendo). E con passo sereno e contemplativo, con fiducia commovente nella forza del pianosequenza e dell’ellissi, apre nel racconto tanti piccoli misteri. A un certo punto il buio cala di colpo - prodigio digitale? Poco oltre, nelle tenebre, si intravede la fossa in cui sappiamo che una vecchia aspetta la morte, e pare insanguinata. Perché? E dei tre volti, quello di Shahrzad non si vede mai. Si sente solo la sua voce, in un cd di poesie, e la si vede di spalle, mentre dipinge un quadro en plein air. Dopo il cinema, la pittura. È un’altra metafora? Chissà. Intanto Panahi sta per tutto il film in macchina, come in un film di Kiarostami, e ci dorme pure, quasi avesse paura di entrare nelle case (come Bulle Ogier appena uscita di prigione in Le Pont du Nord di Rivette). E sotto l’elusiva semplicità ha girato uno dei suoi film più liberi, densi e - miracolo - ottimisti. 

I 400 colpi

PA
8
RM
7
EM
7
FM
10
RMO
8
EMO
8
GAN
8
LP
6
ES
8
GS
7
FT
7
media
7.6
Tre volti (2018)
Titolo originale: Se rokh
Regia: Jafar Panahi
Genere: Drammatico - Produzione: Iran - Durata: 100'
Cast: Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Del Aram
Sceneggiatura: Jafar Panahi, Nader Saeivar

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Alberto Pezzotta

Alberto Pezzotta si è occupato di cinema italiano (Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa; Il western italiano; Regia Damiano Damiani; Mario Bava; la curatela, con Stefania Parigi, di Il lungo respiro di Brunello Rondi), di storia della critica (La critica cinematografica; la curatela, con Anna Gilardelli, di Alberto Moravia, Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990), di cinema orientale (Tutto il cinema di Hong Kong). Ha collaborato alla Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta e alla Storia del cinema italiano del CSC, oltre che a riviste come “Bianco e Nero”, "Imago", “8 1/2”. Scrive di cinema e musica su "Blow Up". Ha tradotto libri, tra gli altri, di Chinua Achebe, Eric Bogosian, Harry Crews, James Dickey, Barry Gifford, Jim Harrison, Hanif Kureishi, Lorrie Moore, Joyce Carol Oates, Hugues Pagan, Derek Raymond, Colm Tóibín.
Twitter: @APezzotta.


Alberto Pezzotta

Alberto Pezzotta si è occupato di cinema italiano (Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa; Il western italiano; Regia Damiano Damiani; Mario Bava; la curatela, con Stefania Parigi, di Il lungo respiro di Brunello Rondi), di storia della critica (La critica cinematografica; la curatela, con Anna Gilardelli, di Alberto Moravia, Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990), di cinema orientale (Tutto il cinema di Hong Kong). Ha collaborato alla Storia del cinema mondiale di Gian Piero Brunetta e alla Storia del cinema italiano del CSC, oltre che a riviste come “Bianco e Nero”, "Imago", “8 1/2”. Scrive di cinema e musica su "Blow Up". Ha tradotto libri, tra gli altri, di Chinua Achebe, Eric Bogosian, Harry Crews, James Dickey, Barry Gifford, Jim Harrison, Hanif Kureishi, Lorrie Moore, Joyce Carol Oates, Hugues Pagan, Derek Raymond, Colm Tóibín.
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