La casa di Jack di Lars von Trier - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 09/2019

La casa di Jack


Regia di Lars von Trier

Impossibile pensarlo al di fuori di un percorso di autocelebrazione antagonista del suo ingegnere/architetto, Lars von Trier: un libretto rosso di tutto quello che ha fatto e che, per sempre, darà fastidio al pubblico e alla critica. Von Trier persona non grata a Cannes per le sparate sui nazisti nel 2011, che ritorna fuori competizione (un purgatorio, per la storia di un viaggio all’inferno) nel 2018 e fa dire al suo alter ego, Jack, che il nazismo, il fascismo e tutte le dittature sono arte, i migliori produttori di icone. Insieme a Glenn Gould. Speculare e continuo a Nymph()maniac (soprattutto al volume 2). Bruno Ganz per Stellan Skarsgård come confessore, interlocutore, traghettatore. Un assassino seriale per una ninfomane: uno che vive per il dolore (degli altri e di se stesso) preposto al piacere sta al posto di una che per il piacere è disposta a sperimentare anche (e soprattutto) il dolore. Matt Dillon è un serial killer, ed è Dante (l’accappatoio rosso), che Virgilio (Verge, Virgi in italiano, anche un po’ la verga) deve condurre all’inferno (settore 7). Lui è il Male, come Joe era il Sesso. Lo pratica, ne parla. Compie azioni non grate: taglia seni, fa il tirassegno con i bambini, li ricompone (cadaveri) come pupazzi, prova a centrare tante teste con una sola pallottola, prende a colpi di crick una rompiscatole (Uma Thurman), soffoca in due riprese un’avida pensionata. Jack dice che il Male è un’estetica, come nel cinema di Von Trier. Con cui bisogna scendere a patti, e accettare che il suo proposito è sempre più infido e beffardo di quello enunciato: per Lars non si tratta di costruire un’estetica del male, ma un’estetica con il male, cioè geometrie raffinate di scrittura e immagini con contenuti abietti. Una casa perfetta non si costruisce con i mattoni, né con il legno, ma con i cadaveri. E la casa che Lars ha costruito è davvero bella, perché alcuni degli arredi funzionano proprio bene: visivamente, tra preziosismi di fotografia e di composizione dell’inquadratura, cambiamenti di formato, inserzioni di altri film e altre arti. Ma anche nel racconto, che ormai è sempre quello dell’operetta (a)morale (qui gli incidenti al posto dei capitoli), e che produce sana ansia di genere, con i buoni che non arrivano mai a salvare, a scoprire, a punire, a riconoscere gli omicidi. Eppure ogni progetto architettato e realizzato da Jack funziona perfettamente, come un piccolo trompe l’œil di gratuita cattiveria, una cineseria noir, un capitolo di una serie antologica tra Hitchcock e Joe Dante. Ma soprattutto è divertente: a partire dalla trasfigurazione di Matt Dillon in Jim Carrey fino alla goffa scalata delle pareti dell’inferno, con il Dante-peccatore che ha perso la guida e cerca una scorciatoia, e il ribaltamento grottesco di La zattera della Medusa di Géricault. Anche l’irrisione della Commedia non è iconoclasta, ma (più) semplicemente parodica. In La casa di Jack non c’è catarsi è non c’è tragedia, non è Salò o le 120 giornate di Sodoma. È una commedia. 

I 400 colpi

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5
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7
FDM
7
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5
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7
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6
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6
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7
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8
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4
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9
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7
GS
8
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5
media
6.6
La casa di Jack (2018)
Titolo originale: The House That Jack Built
Regia: Lars von Trier
Genere: Horror/Thriller - Produzione: Danimarca/Francia/Germania/Svezia/Belgio - Durata: 152'
Cast: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan
Sceneggiatura: Lars von Trier
Musiche: Víctor Reyes
Montaggio: Jacob Secher Schulsinger, Molly Malene Stensgaard
Fotografia: Manuel Alberto Claro

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Andrea Bellavita

francophile, franc bourgeois e francamente non serio (e me ne infischio), dopo una (tarda) giovinezza dedicata allo studio più alto e rigoroso, mi converto in maturità al pop più sfrenato, oscenamente pop, porno pop. ne scrivo (a tratti) su FilmTv, Segnocinema, Doppiozero, L’Officiel. lo insegno all’università. principalmente lo guardo (cinema e tv), lo leggo (comics, ma non graphic novel), lo ascolto. non lo gioco: non ho tempo.

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