I figli del fiume giallo di Zhangke Jia - la recensione di FilmTv

La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

scelta da
Emanuele Sacchi

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Recensione pubblicata su FilmTv 19/2019

I figli del fiume giallo


Regia di Zhangke Jia

Qiao è innamorata di Bin, rampante gangster di provincia. Durante l’imboscata di una gang rivale, Qiao spara un colpo in aria per salvare il compagno: un atto d’amore che le costerà cinque anni di carcere. Uscita, attraversa il paese per cercarlo e riprendere da dove erano rimasti. Ma tutto è cambiato: lei, lui, la Cina. E tutto continuerà a cambiare. C’è sempre un senso della Storia struggente nel cinema di Jia Zhangke: il flusso degli eventi, un presente in cui tutto è già cambiato, una paradossale nostalgia del futuro. Come nel precedente Al di là delle montagne, anche qui una narrazione in tre atti temporali (2001, 2006 e 2018) segnala il tentativo impossibile di afferrare le trasformazioni epocali che travolgono la Cina. Film dopo film, Jia ne passa in rassegna i dettagli quotidiani, l’epica intima dei suoi personaggi, le memorie emotive che deflagrano negli anfratti della cultura popolare: che speranze accende Y.M.C.A. ballata in una discoteca di Datong all’alba del nuovo millennio? E la visione collettiva di un poliziesco hongkonghese (Tragic Hero di Taylor Wong) in una bisca fra le pedine del mahjong? Lo spettro di un’innocenza perduta pervade ogni inquadratura e il Jianghu, sottobosco criminale da cui provengono i protagonisti, è l’ultimo baluardo di un senso di comunità sull’orlo della sparizione. È per questo che Jia lo sceglie come contesto umano di riferimento, concedendogli il calore di una rappresentazione vagamente idealizzata: è una famiglia d’elezione per ribelli senza causa, per novelli cavalieri senza più cappa né spada (da notare in questo senso i cameo di quattro registi cinesi - Feng Xiaogang, Diao Yinan, Zhang Yibai e Xu Zheng - perché anche quello del cinema può essere un Jianghu solidale e cameratesco). Ma l’elemento più stupefacente è l’audacia con cui Jia all’osservazione discreta della Storia affianca la rivisitazione pressoché totale del proprio cinema. Ne reitera elementi e ossessioni: gli stessi luoghi, le stesse musiche (il feticcio Drunk for Life di Sally Yeh, già tema di The Killer) e persino del footage girato per progetti precedenti. Ritorna sui propri passi per rincorrere il senso di un tempo che sfugge e lo fa ramificando nuove ipotesi, variazioni tangenziali. Da questa intuizione nasce il personaggio di Qiao, potenziale sviluppo o doppia vita kieslowskiana tanto della protagonista di Unknown Pleasures - anch’ella una ballerina fidanzata con un gangster, di cui mutua nome e pose - quanto di quella di Still Life – di cui indossa pure gli stessi abiti mentre attraversa le Tre gole. La musa di sempre, Zhao Tao, infonde un’umanità indomita incarnando il personaggio più complesso e psicologicamente stratificato della carriera di Jia: una donna che sostiene con fierezza il peso del proprio cuore spezzato attraverso un universo-nazione in tumulto (le miniere settentrionali da dislocare nel selvaggio ovest, le inondazioni programmate alla diga delle Tre gole) costellato di uomini fallaci, che immancabilmente tradiscono e deludono. È grande cinema, I figli del Fiume giallo. Mastodontico e minimale, vertiginoso e umanissimo. Un nuovo tassello-perla nella filmografia di uno dei maggiori registi del presente.

Eddie Bertozzi (Voto: 9)

I 400 colpi

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8.2
I figli del fiume giallo (2018)
Titolo originale: Jiang hu er nü
Regia: Zhangke Jia
Genere: Drammatico/Mélo - Produzione: Cina/Francia/Giappone - Durata: 136'
Cast: Tao Zhao, Fan Liao, Yi'nan Diao, Xiaogang Feng, Zhang Yibai, Xu Zheng, Jiamei Feng, Kang Kang, Xuan Li, Jiali Ding, Zijian Dong, Casper Liang
Sceneggiatura: Zhangke Jia

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