L'ufficiale e la spia di Roman Polanski - la recensione di FilmTv

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La citazione

«What happened to Gary Cooper? The strong, silent type. That was an American. He wasn’t in touch with his feelings. He just did what he had to do. (David Chase - The Sopranos)»

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Recensione pubblicata su FilmTv 47/2019

L'ufficiale e la spia


Regia di Roman Polanski

J’accuse, da noi L’ufficiale e la spia, torna sul caso Dreyfus dopo almeno 33 tentativi cinematografici precedenti, dieci dei quali instant movie di Méliès. Polanski sceglie un film in costume non per equipararsi a un grande perseguitato del passato o per tracciare paragoni personali (legittimi, vista la fine tragica dei genitori e la psicotica persecuzione cui è sottoposto il cineasta polacco). Lo fa per indagare sul biennio 1894-95, cruciale per l’Europa e per l’esibizione di radici culturali cristiane non proprio nobili. Perché mentre il “primo mondo” si spartiva l’Africa, aizzava all’odio antisemita come necessità identitaria di chi, dopo aver compilato la classifica tra le razze, si sente in dovere di commettere abominevoli eccidi in nome di dio padre. Dedicato a Zola, padre della scrittura muckracker all’europea, girato mentre si riorganizzano a Varsavia pericolose orde nere, in questo film il maturo Polanski non ha più bisogno di sfoggiare un’altissima cultura visiva. La regala in frammenti impercettibili (i due Renoir, Seurat, Toulouse-Lautrec, Ford, Hawks, Dieterle, Minnelli, De Toth…) in un’opera che immobilizza il corpo ma fa giocare la mente e che avrebbe commosso Rossellini per l’appassionata, e filologicamente corretta, tensione didattica. Mai domo e leggiadro, il regista che più di tutti ha capito i vampiri si dedica alle pratiche sadiche e stregonesche dei servizi segreti della Francia democratica (colonie a parte). Il caso Dreyfus è esemplare per come la macchina dello stato, governo e opposizione, sa aizzare al linciaggio materiale e morale degli innocenti. Un alto militare dell’esercito, Dreyfus appunto, fu condannato alla degradazione e all’esilio, alla fine del XIX secolo, per alto tradimento - avrebbe consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale francese. Sguinzagliare stampa e tribunali, utilizzare attentati, documenti falsi, pedinamenti, per aizzare alla caccia al nero, all’ebreo, al clandestino, al rosso sovversivo, è il normale funzionamento di uno stato democratico che moltiplica le iniquità in nome di presunti e superiori interessi nazionali. Storia che conosciamo bene, da Pietro Valpreda a Carola Rackete. Ma Polanski aggiunge qualcosa di spiazzante. Il secondo eroe del film, chi combatte per la libertà di Dreyfus e vince, è altrettanto razzista e antisemita, ufficiale dell’esercito e papavero dei servizi segreti come i suoi nemici bigotti. Lotta esponendosi, rischiando il carcere, ma lo fa per carrierismo, per prendere il posto (e la moglie) dei funzionari reazionari di cui poi copierà i metodi. Certo che Dreyfus (impeccabile Louis Garrel) sarà, alla fine dell’odissea, scagionato, liberato e promosso. Ma il neo-ministro Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), il generale che si è esposto per lui, quando si tratterà di riconoscergli, ormai riabilitato, il grado che gli spetta, di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader, il capo del partito radicale Clemenceau, sarà pronto per gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaurès. La via per Vichy è aperta.

I 400 colpi

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L'ufficiale e la spia (2019)
Titolo originale: J'accuse
Regia: Roman Polanski
Genere: Drammatico - Produzione: Francia/Italia - Durata: 132'
Cast: ean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Luca Barbareschi
Sceneggiatura: Roman Polanski, Robert Harris

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Roberto Silvestri

Al cinema sono transgender (da Lloyd Kaufman a Straub-Huillet passando per Claudia Weil e Jerry Lewis). Primo film visto Scaramouche, primo film perso I cavalieri della tavola rotonda. Tessera Filmstudio dal 1968. Cofondatore del Politecnico cinema nel 1974.  Critico del manifesto dal 1977 al 2012. Nato a Lecce. Studi con Garroni, Brandi, Abruzzese. Registi preferiti Bunuel e Rocha (sia Paulo che Glauber), Aldrich e Siegel. De Antonio e Grifi. Diop Mambety e Ghatak. Dorothy Arzner e Stephanie Rothman (nata a Paterson come Lou Costello), Fassbinder e Aki Kaurismaki, Russ Meyer e… Rivista di cinema preferita Velvet Light Trap/Camera Obscura. E oggi Trafic. Consigli ai giovani appassionati di cinema? Partire dai formalisti russi.

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