Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 48/2019

Un giorno di pioggia a New York


Regia di Woody Allen

Suppongo non sia facile reggere un nome come Gatsby. E per di più quando vuoi emanciparti dalle tue radici, fatte di upper class newyorkese e cene di gala. Una specie di ossimoro identitario, insomma. Senza dubbio non è facile chiamarsi Woody Allen, oggi. Però prestate attenzione: Allen, che spessissimo ha sfruttato gli interpreti quali semplici alter ego (anche mimicamente), mi pare che in questo caso usi il Gatsby di Timothée Chalamet non come specchio del sé, ma in funzione metonimica. Si tratta di un’espressione, non di un abito prestato. Questo Gatsby, insomma, non è simile al David di Pallottole su Broadway, al Lee di Celebrity o al Jerry di Anything Else. E la direzione di Chalamet (ah, che bestia rara e ancora sottovalutata, la direzione degli attori) è a questo proposito evidente. Sembra addirittura che Allen intimi a Chalamet di non fare Allen (anzi, Woody), di starne il più lontano possibile, di non usare tic, di non strafare, di scegliere sempre le mezze misure. E lui, Chalamet, nei panni di un adolescente già troppo adulto che si ritrova a New York con la fidanzata aspirante giornalista nella speranza di un weekend romantico, e infine rimane da solo o quasi, perché la realtà - e non il caso o il destino - è più forte di qualunque previsione o progetto (e questa è purissima morale alleniana), ecco, lui si sottrae, in ogni scena, in ogni momento, un po’ pudico, un po’ discreto. Credo che Allen intenda lasciare a Gatsby la responsabilità di un senso. L’impegno di trovare ed essere un significato contemporaneo. Di trovare una direzione, una nuova ragione, nuovi spunti. Nuove prospettive e nuove proporzioni. Gatsby dunque non è di Woody Allen il sosia, la riproduzione: è - se me lo concedete - un primogenito da cui congedarsi, perché è giusto così. Soltanto in questo modo Gatsby può riscoprire il mondo e se stesso. E individuare in entrambi nuovi motivi e nuovi sguardi. La confessione shakespeariana della madre, una delle scene più belle, più sconcertanti e più decisive dell’intera carriera alleniana, è a tal riguardo fondamentale. Un giorno di pioggia a New York è così un film sui colori che ognuno merita. Colori quali generalità. Colori naturalmente simbolici. Tuttavia si tratta di tonalità anche - e meravigliosamente, perché Vittorio Storaro fa miracoli, alla faccia di qualunque sospetto di sciatteria registica - estetiche: lo si vede dalla calda luminosità che irradia Elle Fanning (una luce morbida, che le conferisce un’espressione virginale ma anche di innocente e irrimediabile sprovvedutezza), dal grigiore uggioso riservato a Chalamet, dalla prorompenza primaria della favolosa Selena Gomez (che, fateci caso, compare e riappare come l’immagine prodotta da una lanterna magica, d’improvviso, per magia: più Allen di così si muore). Un film nel quale il soggetto è chiamato a recuperare la propria agenda, cioè la personalità, il carattere, le intenzioni, un programma: la città già ce l’ha, è detto a chiare lettere, «The city has its own agenda», e la persona alleniana, quando la rintraccia, è completa. E, finalmente, è felice.

I 400 colpi

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media
7.6
Un giorno di pioggia a New York (2019)
Titolo originale: A Rainy Day in New York
Regia: Woody Allen
Genere: Commedia - Produzione: Usa - Durata: 92'
Cast: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Liev Schreiber, Jude Law, Cherry Jones, Diego Luna, Suzanne Smith, Olivia Boreham-Wing, Ben Warheit, Griffin Newman, Gus Birney, Elijah Boothe
Sceneggiatura: Woody Allen

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