Notturno di Gianfranco Rosi - la recensione di FilmTv

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La citazione

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Fabrizio Tassi

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Recensione pubblicata su FilmTv 37/2020

Notturno


Regia di Gianfranco Rosi

Per Gianfranco Rosi lo spazio dell’inquadratura, la sua costruzione geometrica e spesso agghindata, è il luogo in cui il cinema vince sulla Storia. L’immagine si apre al reale, lo osserva, lo asseconda, lo modula, e infine lo supera trasformandolo in una sorta di zona franca. «Di quanto dolore, di quanta vita sono fatte le esistenze delle persone in Medio Oriente?» si chiede il regista nelle note a Notturno. E quanto dolore, quanta vita, ci si chiede da spettatori, il suo cinema può accogliere prima di diventare sfrontato e addirittura impudico? Girato nel corso di tre anni fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano, Notturno non riconosce confini al proprio percorso, non indica luoghi, nomi di città, fiumi o strade; segue persone, uomini, donne, bambini, anziani, un cacciatore di frodo, un cantore di strada e la moglie, un gruppo di soldati pashmerga, un adolescente costretto a lavorare, una madre che piange il figlio torturato, alcuni bambini che disegnano gli orrori di Daesh, i pazienti di un istituto psichiatrico, un medico che fa recitare loro un testo sui conflitti dell’area in cui hanno avuto la sfortuna di nascere, vivere, morire, impazzire. Il Medio Oriente di Notturno non è uno spazio geografico; è una terra che gli imperi e la politica hanno spartito a tavolino, che il conflitto interno al mondo musulmano fra sciiti e sunniti ha ridotto in macerie, e che il film riconduce alla sua dimensione di madrepatria violata. Le persone filmate da Rosi entrano in scena, la occupano e la vivono, per riprendere possesso delle loro esistenze, per sfuggire al destino di un mondo intero, in una fase storica in cui l’attenzione internazionale sembra spostarsi su altri fronti e altre battaglie. Quello raccontato da Notturno nelle sue storie alternate, nella penombra dei suoi quadri immersi in atmosfere rarefatte, a volte così strazianti da essere leziosi, è il momento del ricordo, del lento inizio di una notte che per molto ancora precederà il giorno e i bilanci di una stagione sanguinosa. Dall’alto di una terrazza che offre il panorama di una città, una coppia fuma il narghilè sovrapponendo il rumore delle bolle d’aria al frastuono ritmato dei mitragliatori sullo sfondo: è questa l’immagine forse più nitida del progetto di Rosi, lo stupore, l’amore, anche lo sfrontato desiderio, di giocare con la materia a disposizione, con la tragedia di un popolo e insieme l’intimità di un amore, con l’eco della morte e il suono del piacere. Qual è il limite di tutto ciò, il limite dei controluce, dei bilanciamenti di colore, delle dichiarazioni politiche recitate dai malati, della camera fissa sul bambino che rievoca l’indicibile, del suono montato come in una sinfonia di frammenti quasi scherzosi? È il limite di uno sguardo che per comprendere la Storia non conosce altro modo che riallestirla ridistribuendone le macerie. La sua coerenza - a volta, scandalosamente, la sua bellezza - è invece la voglia testarda di trovare «nella bufera che ci spinge inarrestabilmente nel futuro» il modo per fermare il tempo e lasciare che il cinema s’intrufoli.

I 400 colpi

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6.1
Notturno (2020)
Titolo originale: -
Regia: Gianfranco Rosi
Genere: Documentario - Produzione: Italia/Francia/Germania - Durata: 100'

Montaggio: Jacopo Quadri, Fabrizio Federico
Fotografia: Gianfranco Rosi

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Roberto Manassero

Roberto Manassero lavora come selezionatore al Torino Film Festival, è capo-redattore del sito www.cineforum.it e collaboratore delle riviste Film Tv e Doppiozero. Ha scritto un libro su P.T. Anderson, uno su Hitchcock e uno sul melodramma hollywoodiano. Tra i curatori del programma del Circolo dei lettori di Novara, tiene lezioni di cinema in scuole, musei e associazioni cultura.

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