Enola Holmes di Harry Bradbeer - la recensione di FilmTv

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La citazione

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Recensione pubblicata su FilmTv 39/2020

Enola Holmes


Regia di Harry Bradbeer

È palindroma, la frizzantina e occasionalmente pedante Enola Holmes, sorella di Sherlock & Mycroft, figlia di Eudoria, supermamma che, mentre la progenie maschile scorrazza nei dintorni di Baker Street, cresce l’ultimogenita in un’oasi femminista tagliata fuori dal mondo di fine Ottocento, plasmandola a immagine e a somiglianza di una futura donna moderna. È palindroma, Enola, nel senso che, letto al contrario, il suo nome la identifica come “alone”, “sola”, ma più che altro “unica”, nel suo genere all’interno del suo tempo. Infatti a 16 anni, età da marito per le coetanee (come evidenzia una sequenza quasi alla The Handmaid’s Tale), è sufficientemente autoconsapevole e indipendente per rifiutare le sbarre dell’educandato, mettersi sulle tracce della madre scomparsa e abbindolare i paternalistici fratelli maggiori (benché lo Sherlock Holmes di Henry Cavill mostri un’umana simpatia per lei: tanto è bastato perché gli eredi di Arthur Conan Doyle facessero causa, perché le emozioni del personaggio sono coperte da copyright). L’avventura dominata dalla golden girl Millie Bobby Brown e basata sulla serie di libri di Nancy Springer è un Netflix Original brioso, affidato a mani sapienti esperte in protagoniste totalizzanti (l’Harry Bradbeer di Fleabag alla regia, il Jack Thorne di His Dark Materials e Skins allo script). Peccato che le sue migliori cartucce siano poco original: il multitasking di Enola (arti marziali comprese) è quello tipico dell’Holmes di Guy Ritchie, la cospirazione delle donne (per il suffragio femminile) richiama L’abominevole sposa, speciale della serie Sherlock firmata Moffat & Gatiss. Elementare, no?

I 400 colpi

AC
5
FDM
6
SE
6
IF
6
FM
3
RMO
7
FT
5
media
5.6
Enola Holmes (2020)
Titolo originale: Enola Holmes
Regia: Harry Bradbeer
Genere: Avventura - Produzione: Gb - Durata: 123'
Cast: Millie Bobby Brown, Henry Cavill, Sam Claflin, Helena Bonham Carter, Fiona Shaw
Sceneggiatura: Jack Thorne

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Fiaba Di Martino

Fiaba riceve in fasce un nome lezioso che le profetizza l'amore per le storie, nel cinema, sul cinema e del cinema: a dieci anni vota i film disegnando a matita i pollici di Film Tv accanto ai biglietti della multisala più bella di sempre, l'Arcadia; di lì a poco si innamora delle finestre di Hitchcock, degli occhi di Jean Gabin e dell'aplomb di Lauren Bacall, e lo urla al mondo prima dal giornalino scolastico del classico poi dai siti web (MyMovies, Players, PositifCinema, BestMovie.it), mentre frequenta corsi di scrittura alla Scuola Civica di Cinema milanese e scrive un libro su Xavier Dolan con la collega positivista Laura Delle Vedove. Lost in translation nello stereo totale, ritrova se stessa nella pioggia di Madison County, nelle lettere di Gramsci, nelle ferite di David Grossman, nelle urla liberatorie di Sion Sono, nelle risate di Shosanna Dreyfus, nei silenzi di Antonioni, nelle parole di Frances Ha («non sono ancora una vera persona») e nello spazio tra i titoli di testa e quelli di coda.

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