Theatre - A Love Story di Isao Yukisada - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 39/2020

Theatre - A Love Story


Regia di Isao Yukisada

Serendipità: non è un paio di guanti a unire Nagata e Saki, ma un identico paio di scarpe indossate quando incrociano i rispettivi cammini. Che volgono alla medesima meta: il palcoscenico. Nagata è un drammaturgo frustrato da una troupe insoddisfatta, una carriera insoddisfacente e un Super io soffocante; Saki è un’aspirante attrice, che la propria vocazione - da outsider, e un po’ da crocerossina - la indossa con leggerezza e una spruzzata di quella seducente stravaganza ancora indispensabile nei romance imbottiti di aspettative e realtà (e finzione). Fabbricata la coppia di sognatori scoppiati, parte un Storia di un matrimonio (senza matrimonio) che si articola in anni tanto stagnanti (per loro) quanto estenuanti (per gli spettatori, diegetici ed extradiegetici): lui s’incarta in un amaro e autocompiaciuto dissertare (in voce off) su invidie, pene e aneliti stroncanti, lei si arrabatta per sorreggerne l’ego. Insieme girano, mano nella mano, a vuoto, così come il film di Yukisada sul proprio assunto, intorno a una storia d’amore involuta e irritata da se stessa che dura un’ora di troppo (su due e un quarto). E che solo negli ultimi 15 minuti prova a recuperarsi, a illustrare un senso, a mettersi in abisso - comunque risaputo - e a sciogliere le proprie messinscene, su un proscenio che ospita un happy end possibile esclusivamente nell’aureo spazio della narrazione e dell’arte (con ricalco finale di La La Land). L’angoscia profonda della paralisi (anche generazionale, tra lavoro e sentimenti), invece, rimane un velo inerte, anch’esso solamente un potenziale inespresso.

Theatre - A Love Story (2020)
Titolo originale: Gekijo
Regia: Isao Yukisada
Genere: Drammatico - Produzione: Giappone - Durata: 136'
Cast: Kento Yamazaki, Mayu Matsuoka, Kan'ichirô Satô, Sairi Itô, Satoru Iguchi, Kôdai Asaka, Shûsaku Kamikawa, Masaki Miura, Ritsu Ohtomo
Sceneggiatura: Ryûta Hôrai, Naoki Matayoshi

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Fiaba Di Martino

Fiaba riceve in fasce un nome lezioso che le profetizza l'amore per le storie, nel cinema, sul cinema e del cinema: a dieci anni vota i film disegnando a matita i pollici di Film Tv accanto ai biglietti della multisala più bella di sempre, l'Arcadia; di lì a poco si innamora delle finestre di Hitchcock, degli occhi di Jean Gabin e dell'aplomb di Lauren Bacall, e lo urla al mondo prima dal giornalino scolastico del classico poi dai siti web (MyMovies, Players, PositifCinema, BestMovie.it), mentre frequenta corsi di scrittura alla Scuola Civica di Cinema milanese e scrive un libro su Xavier Dolan con la collega positivista Laura Delle Vedove. Lost in translation nello stereo totale, ritrova se stessa nella pioggia di Madison County, nelle lettere di Gramsci, nelle ferite di David Grossman, nelle urla liberatorie di Sion Sono, nelle risate di Shosanna Dreyfus, nei silenzi di Antonioni, nelle parole di Frances Ha («non sono ancora una vera persona») e nello spazio tra i titoli di testa e quelli di coda.

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