Bruce Springsteen's Letter to You di Thom Zimny - la recensione di FilmTv

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Giulio Sangiorgio dice che Gli indocili è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:15.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

Dopo dieci anni di lavorazione e le prime première europee, i film del progetto DAU vengono resi disponibili al pubblico on demand: addentriamoci in questa opera colossale, analizzando i primi cinque film noleggiabili online.

La citazione

«Il banco di prova di un'intelligenza di prim'ordine è la capacità di tenere due idee opposte in mente nello stesso tempo e, insieme, di conservare la capacità di funzionare (Francis Scott Fitzgerald)»

scelta da
Emanuela Martini

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Recensione pubblicata su FilmTv 44/2020

Bruce Springsteen's Letter to You


Regia di Thom Zimny

«Sono nel mezzo di una conversazione lunga 45 anni con gli uomini e le donne che mi circondano, e con qualcuno di voi». Sono le prime parole di Bruce Springsteen in Letter to You, il film che accompagna l’uscita del disco omonimo. La “lettera a voi” del titolo è un modo per fare gruppo, è dedicata in parte alla E Street Band e in parte a “noi”, i fan, per i quali l’album è stato pensato come una sorta di risarcimento dopo il più intimo e anomalo Western Stars (per inciso, di una bellezza incompresa, ma tempo al tempo...). Il film diretto da Thom Zimny è la cronaca di un’ora e mezza dei cinque giorni di registrazione nello studio di Colts Neck nel New Jersey, praticamente in casa, e si respira un po’ quell’aria lì, da seconda riunione (familiare) alla quale non a caso partecipa anche Frank Bruno, cugino di Bruce da parte di madre. Si lavora all’incisione di dieci brani su dodici del disco, mancano la più politica Rainmaker, su un populista “mago della pioggia”, scritta ai tempi di George W. Bush ma perfetta oggi per Trump, e la magnifica - anzi di più, un capolavoro - Janey Needs a Shooter, composta nel 1972, scartata dalla playlist di The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle e infine regalata a Warren Zevon che ne modificò leggermente il testo come Patti Smith con Because the Night, facendola sua. Non è la sola eredità del passato: If I Was the Priest ha 50 anni, e la dylaniana Song for Orphans (non certo sconosciuta agli appassionati) 48. Ma stanno bene in mezzo alle canzoni nuove perché Letter to You di questo tratta: del passato. E dei suoi fantasmi, senza nostalgia ma senza neanche far finta che tutto sia come prima. Il brano migliore tra i nuovi, per chi scrive, è Last Man Standing, pensato dopo la morte di George Theiss, il band leader del primo gruppo di Bruce, dai 16 ai 19 anni («la mia scuola di vita e di rock’n’roll»), i Castiles, ai quali il film è dedicato. Di quell’antico combo Springsteen è l’unico superstite. Intorno a un’idea di memoria si costruiscono la musica e le immagini: tutto Letter to You è in bianco e nero tranne le scene di repertorio degli estreeter giovanissimi, a colori. «Ghosts» dice Springsteen a proposito del più radiofonico dei brani «è una canzone sulla bellezza di far parte di una band, ma anche sulla paura di perderci, per malattia o perché il tempo passa». Non c’è tristezza però, tutti i musicisti fanno il loro lavoro magistrale, rispolverano la complicità umana e professionale che li ha resi leggendari e finiscono con il bicchiere in mano a sorseggiare whisky (o, chissà, grappa) come in un film di Howard Hawks, tra risate, ricordi, pacche sulle spalle e brindisi agli assenti. In verità il primo brindisi Steven Van Zandt lo fa a San Siro, perché se lo dicono chiaro che non vedono l’ora di tornare a suonare davanti alla loro gente, e con la medesima franchezza fanno capire di volerlo fare partendo da Milano. Una lettera a noi che va letta fino in fondo. Come nei film della Marvel infatti bisogna aspettare che siano passati i titoli di coda per la sorpresa finale: Bruce e il cugino a strimpellare una vecchia canzone dei Castiles, sul divano, tra gli spettri buoni della meglio gioventù.

Bruce Springsteen's Letter to You (2020)
Titolo originale: Bruce Springsteen's Letter to You
Regia: Thom Zimny
Genere: Documentario/Musicale - Produzione: Usa - Durata: 90'

Sceneggiatura: Bruce Springsteen
Musiche: Bruce Springsteen
Montaggio: Thom Zimny
Fotografia: J. DeSalvo, C. Libin, A. Rossi

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Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

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