A Treat of Coutinho di Josafá Veloso - la recensione di FilmTv

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Francesco Foschini dice che L'amore infedele - Unfaithful è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai4 alle ore 01:15.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Certainly it constitutes bad news when the people who agree with you are buggier than batshit.»

scelta da
Lorenza Negri

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Recensione pubblicata su FilmTv 52/2020

A Treat of Coutinho


Regia di Josafá Veloso

A Treat of Coutinho, opera prima del paulista Josafà Veloso, 34 anni, musicista ed ex montatore per Rete Globo, entra nel dibattito teorico sul cinema contemporaneo attraverso le opere di un “grande vecchio” del cinema novo. Eduardo Coutinho era un documentarista, paulista anche lui, che la Berlinale consacrò per Cabra marcado para morir, iniziato nel 1964, interrotto dalla dittatura - mentre troupe e intervistati scappavano o cambiavano nome o lavoro - e finito, a democrazia restaurata, 20 anni dopo. Coutinho, dopo la parentesi da giornalista tv, farà una ventina di film memorabili prima di essere assassinato, a 80 anni, dal figlio quarantenne Daniel in crisi schizofrenica. Cabra marcado è un affondo potente sulla tragedia brasiliana, l’impossibilità della riforma agraria, attraverso un fatto di cronaca, l’esecuzione per mano poliziesca, nel 1962, di un dirigente del movimento Sem Terra nordestino, João Pedro Teixeira, raccontato dai contadini insorti e dalla vedova Elizabeth, dall’indomita grinta proletaria, nonostante 11 figli da mantenere, uno suicida, altri assassinati e uno, Isaac, oggi medico. Rapsodico, “obliquo”, dal montaggio incalzante e frammentario, Cabra marcado diffida del realismo devozionale ed è affascinato piuttosto dalla mutazione antropologica del “nuovo brasiliano”, il terrore del latifondista, la sintesi Sem Terra (di inedita espressività) tra proletariato bianco, ex schiavi neri e indio. E capta cinque minuti indimenticabili nei quali Elizabeth, rassicurata dall’amnistia imprevista del generale Figueiredo, si trasfigura nella passionaria pronta di nuovo alla lotta. In A Treat of Coutinho, che si basa su una intervista realizzata nel 2012, il cineasta risponde con grande acutezza, e citando Lacan, Spinoza, Bourdieu, Benjamin e Lévi-Strauss, alle stesse domande che si pongono oggi Wiseman e Morris. Quali sono le immagini autentiche? Chi riesce a traghettarci davvero dal “reale” simulato alla cosa vera? Siamo sicuri che è importante la naturalezza in un “personaggio”? Perché si insegue la bellezza brutta? Il metodo Coutinho si basa sul “contatto in campo” tra intervistato e intervistatore. Non è importante in un doc l’opinione da esprimere, né l’argomento da imporre, ma l’incontro: «La vita, la routine è noiosa, usurpa la persona. Quando l’intervistato diventa “personaggio”, e finge, ecco che finalmente usurpa lui la routine. È fuori dall’alienazione. È vivo». Mettersi nei panni di un altro è l’esercizio spirituale preferito da Coutinho che crea un conflitto fertile, un processo chimico di comunicazione quasi magico. «Esistiamo attraverso gli occhi degli altri» dice Coutinho a Veloso. «L’altro è costituito da me ma anche io sono costituito dall’altro. Però c’è sempre un rapporto di potere asimmetrico tra me e gli altri. Cerco di renderlo meno asimmetrico possibile, perché la cinepresa ha un potere enorme». Se la modernità è l’imposizione di un punto di vista fortemente soggettivo sul materiale trattato, la postmodernità mette in discussione proprio quell’io: «Non ho mai avuto la percezione di una identità personale, piuttosto ricerco l’accordo gioioso, direbbe Spinoza, con ciò che accade nel mondo naturale».

A Treat of Coutinho (2019)
Titolo originale: Banquete Coutinho
Regia: Josafá Veloso
Genere: Documentario - Produzione: Brasile - Durata: 74'
Cast: Eduardo Coutinho
Musiche: Josafá Veloso
Montaggio: Eugenio Puppo, Gustavo Vasconcel
Fotografia: Ticão Okada

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Roberto Silvestri

Al cinema sono transgender (da Lloyd Kaufman a Straub-Huillet passando per Claudia Weil e Jerry Lewis). Primo film visto Scaramouche, primo film perso I cavalieri della tavola rotonda. Tessera Filmstudio dal 1968. Cofondatore del Politecnico cinema nel 1974.  Critico del manifesto dal 1977 al 2012. Nato a Lecce. Studi con Garroni, Brandi, Abruzzese. Registi preferiti Bunuel e Rocha (sia Paulo che Glauber), Aldrich e Siegel. De Antonio e Grifi. Diop Mambety e Ghatak. Dorothy Arzner e Stephanie Rothman (nata a Paterson come Lou Costello), Fassbinder e Aki Kaurismaki, Russ Meyer e… Rivista di cinema preferita Velvet Light Trap/Camera Obscura. E oggi Trafic. Consigli ai giovani appassionati di cinema? Partire dai formalisti russi.

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