Due di Filippo Meneghetti - la recensione di FilmTv

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Ilaria Feole dice che Non è mai troppo tardi è il film da salvare oggi in TV.
Su Premium Cinema 2 alle ore 21:15.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

scelta da
Matteo Bailo

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Recensione pubblicata su FilmTv 18/2021

Due


Regia di Filippo Meneghetti

Gli appartamenti di Madeleine e Nina si trovano all’ultimo piano di un palazzo in una cittadina della Francia del sud. Quello che agli occhi di tutti è un rapporto di cordiale vicinato cela una realtà più profonda: le due settantenni si amano, da tempo sono una coppia. Incontratesi a Roma, è lì che vogliono tornare per trascorrervi gli ultimi anni di vita, riscattando quel ménage da un’apparenza che, rassicurando gli altri, rende loro insoddisfatte: per farlo Madeleine deve trovare il coraggio di parlare ai suoi figli. Vincitore del César 2021 come miglior opera prima, scelto inaspettatamente come concorrente francese all’Oscar per il film straniero, Due è un debutto già maturo, in cui Filippo Meneghetti narra la sua storia lasciando parlare moltissimo atmosfere e ambientazione: quella di Madeleine è una casa dipinta come nido sicuro, la culla di un amore fortissimo, un caldo interno borghese bagnato da luce brunita e morbide penombre. Ma dopo l’ictus che colpisce la donna - privata dell’uso della parola, forse indebolita mentalmente, inevitabilmente sorvegliata -, Nina vive quelle stanze - prima ospitali - come un ostacolo, gabbie in cui il suo amore è rinchiuso, uno spazio da violare. D’altro canto il vuoto del suo appartamento ci racconta di un riparo d’emergenza, di un luogo fondamentalmente inabitato: la convivenza clandestina emerge da questi dettagli, mai insistiti, quasi casuali (il figlio di Madeleine raccoglie il necessario per la degenza ospedaliera della madre e trova due spazzolini). Ed è proprio il rimbalzare tra questi due spazi contigui a innervare nel racconto una tensione continua, alimentata dalla consapevolezza, che lo spettatore acquisisce, della profondità del legame tra le protagoniste e dall’esatta percezione del senso di esclusione che Nina sta vivendo. Della sua inevitabile impazienza, delle difficoltà che deve affrontare per prendersi cura di Madeleine, divenuta testimone muta e sofferente del nuovo corso degli eventi. Un senso di angoscia che si ravviva a ogni rischio a cui Nina si espone per ritrovare quella condivisione che la malattia della compagna sta rendendo impraticabile (una badante come villain). Due diventa un thriller intimista che vive di porte aperte e richiuse, corse brevi quanto un pianerottolo, occhi poggiati allo spioncino, luci accese e spente, illecite invasioni dello spazio domestico, fughe e nascondimenti, serpeggiante sospetto. E amplificato dall’enfatica resa di alcuni particolari ordinari che traducono in minaccia il quotidiano (la centrifuga di una lavatrice, un’indistinta forma che si profila sott’acqua nel laghetto del parco, una pietanza che brucia in padella). Meneghetti evita facili psicologismi, non decritta rapporti familiari e solitudini, pone in primo piano la missione di Nina (Barbara Sukowa, superba), che oscilla tra impulsi incontrollati e fredda determinazione, e se l’intreccio nell’ultima parte si fa meno lucido, trova nella solidarietà femminile la nota giusta a cui intonare il finale.

I 400 colpi

SE
4
IF
7
MG
6
FM
6
RMO
8
LP
7
GS
7
media
6.6
Due (2020)
Titolo originale: Deux
Regia: Filippo Meneghetti
Genere: Drammatico - Produzione: Francia/Lussemburgo/Belgio - Durata: 113'
Cast: Barbara Sukowa, Martine Chevallier, Léa Drucker, Jérôme Varanfrain, Muriel Bénazéraf, Augustin Reynes, Hervé Sogne, Stéphane Robles, Eugénie Anselin, Véronique Fauconnet
Sceneggiatura: Malysone Bovorasmy, Filippo Meneghetti

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Luca Pacilio

Posseduto dalla diabolica Torino, vicedirettore della rivista cinematografica online Gli Spietati, per Film TV cura la sua malattia (la videomusica) e (dunque) la rubrica Videostar, dedicata agli autori e ai protagonisti del video musicale contemporaneo. Amando perdere, e non seguendo il calcio, coltiva le enciclopedie fallimentari di Peter Greenaway.

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