Un altro giro di Thomas Vinterberg - la recensione di FilmTv

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Pier Maria Bocchi dice che Film d'amore e d'anarchia, ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza... è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine34 alle ore 10:50.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«La televisione è meglio del cinema. Sai sempre dov'è la toilette. (Dino Risi)»

scelta da
Pedro Armocida

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Recensione pubblicata su FilmTv 20/2021

Un altro giro


Regia di Thomas Vinterberg

Uno dei momenti più divertenti di Un altro giro è quando il professore di storia chiede agli allievi di scegliere il loro capo politico fra tre candidati: un poliomielitico, iperteso, fumatore incallito e bevitore di martini cocktail; un obeso, cardiopatico, amante del whiskey e dei sigari; un uomo sano, astemio, animalista, non fumatore. Ovviamente, tutti scelgono il terzo, che si rivela essere Adolf Hitler, mentre i primi due sono Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill. Non che Un altro giro (in originale Druk, a cui, hanno scritto gli anglosassoni, basta aggiungere una n per capirne il siginificato) sia schierato dalla parte degli alcolisti, ma di certo non sta nemmeno dalla parte dei proibizionisti. E questo, nell’infuriare di crociate politically correct, è un gran bel punto a favore di Thomas Vinterberg, che non ha mai avuto la mano leggera nelle provocazioni, e che qui riesce a calibrare molto bene commedia e drammi personali, euforia e senso di trionfo e depressione e percezione del fallimento. In realtà, Vinterberg ha fatto un film sulla crisi maschile della mezza età, il rimpianto della giovinezza e il senso di inadeguatezza che accomuna tutte le età (bambini occhialuti, adolescenti, gente matura, cani molto vecchi). Ambientato in un paese, la Danimarca, molto alcolico e molto liberista, con i giovani che gareggiano e festeggiano in pubblico bevendo ettolitri di birra, il film parte dal filosofo nazionale, Søren Kierkegaard (semplificando: quello dell’angoscia esistenziale), citandolo fin dall’apertura: «Cos’è la giovinezza? Un sogno. Cos’è l’amore? Il contenuto del sogno». E, per strada, insieme al parterre della Thirsty Muse (la “musa assetata”, dal titolo del bel libro di Tom Dardis su alcol e scrittori, Hemingway in testa), incontra lo psichiatra norvegese Finn Skårderud, secondo il quale (ma le sue affermazioni sono state in parte fraintese) nasciamo con un deficit dello 0,05% di alcol nel sangue e nel pareggiarlo miglioriamo la nostra vita. I protagonisti, quattro amici cinquantenni, professori, più o meno frustrati e insoddisfatti, durante una cena di compleanno decidono di sperimentare scientificamente la teoria su loro stessi e, siccome l’esperimento porta ottimi risultati (sicurezza di sé, capacità didattiche, vitalità), di alzare via via la percentuale per scoprire dov’è il punto di rottura di ciascuno. La macchina da presa di Vinterberg (sempre a mano) sta attaccata ai quattro, via via che l’adrenalina alcolica se ne impadronisce: volteggia, sobbalza, balla, ride; per poi intorpidirsi, fino ad abbattersi spossata in devastanti hangover. Le famiglie crollano, le solitudini peggiorano. Fine dell’euforia? Pentimento? No, questo non è un manifesto per alcolisti anonimi né per moralisti a oltranza. Non è asettico, non ci sprona a una vita morigerata ma, piuttosto, a una vita: vera, assurda, giusta o sbagliata, arrischiata, consapevole della leggera ebrezza alcolica indispensabile per sopportarla e viverla. Danzante, come finalmente danza nella trascinante scena finale Mads Mikkelsen, ebbro perché felice, o viceversa.

I 400 colpi

PA
7
PMB
4
SE
7
IF
6
MG
6
RM
6
EM
7
RMO
6
GAN
6
LP
6
GS
6
media
6.4
Un altro giro (2020)
Titolo originale: Druk
Regia: Thomas Vinterberg
Genere: Commedia drammatica - Produzione: Danimarca/Svezia/Olanda - Durata: 117'
Cast: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe, Maria Bonnevie, Helene Reingaard Neumann, Susse Wold, Magnus Sjørup, Silas Cornelius Van, Albert Rudbeck Lindhardt
Sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm

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Emanuela Martini

Capelli rossi, lettrice forte, brutto carattere (dicono). La prima volta mi hanno portata al cinema che avevo tre anni. Ci stavo dalle 2 alle 8, orario continuato. Praticamente, non ne sono più uscita: adesso ci sto anche dalle 8 alle 20, e a volte pesa. Ma la passione resta e non mi annoio (quasi mai). Onnivora: mi piace tutto (quando mi piace). Autori di culto: Michael Powell e Robert Altman. Serie: Twin Peaks e I Soprano forever. Rimpiango il cinema americano anni ’70 e il metabolismo dei trent’anni. Vivo in un disordine "escheriano", tra libri, oggetti, dvd, foto, abiti e scarpe, con Lucrezia, gatta petulante di 19 anni. Credo allo Stregatto (quello di Alice): qui in giro aleggia il sorriso di Blimp, Sibella e Oreste.

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