Marx può aspettare di Marco Bellocchio - la recensione di FilmTv

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La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

scelta da
Emanuele Sacchi

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Recensione pubblicata su FilmTv 29/2021

Marx può aspettare


Regia di Marco Bellocchio

Piergiorgio Bellocchio è il famoso fondatore dei “Quaderni piacentini”, rivista che fu cuore pulsante della Nuova sinistra e spauracchio delle destre bigotte. Ma non tutti sanno che Marco Bellocchio aveva anche un fratello gemello, CamiIlo, il cui suicidio a 29 anni ha segnato profondamente il suo cinema, modernamente autobiografico, come dimostra questa confessione, striata di affetto, cinismo, umorismo e leggerezza. Il film, concentrato su quel gesto, nel Natale 1968, è un documentario “avulso”. Alla fine leggiamo: «Ogni riferimento a persone reali è puramente casuale». È anche un film de remploi, che rovista nell’inconscio del regista e fa il make-up al proprio found footage. E certo un film-saggio, autocritico. Ma anche un film di finzione con scenografo e costumista, montato da Francesca Calvelli, voce fuori campo di Bellocchio, musica di Ezio Bosso. Gli attori sono i suoi familiari, alle prese con un copione studiato per 50 anni. Tutto inizia nel 2016, con una tavolata di gruppo: fratelli sorelle zii e cugini brindano a quell’«angelo biondo, allegro e bello!» miracolosamente sopravvissuto al parto mentre la Germania invadeva la Polonia. Parte la storia del mondo, con materiali di repertorio, intrecciata a quella della famiglia: home movie, foto e sequenze da film, interviste. Da una istantanea di Camillo felice, a Bruxelles nel 1958, in flashback ecco le elementari, il 1948 e il pericolo rosso, l’anno santo 1950, la mamma cattolicissima, terrorizzata dalle fiamme dell’inferno, le medie dai preti, Camillo bocciato, anche perché dorme in stanza con Paolo, il fratello matto che urla e bestemmia tutto il giorno (I pugni in tasca). L’adolescenza da vitellone, ragazzaccio di provincia, la morte nel 1956 del padre che lo vuole geometra, Angela, la fidanzata protettiva, un fratello sindacalista, che ricorda l’omofobia “di classe” contro Pasolini, Visconti e Braibanti. E poi Camillo militare, la malinconia di un ragazzo schiacciato da fratelli troppo famosi, a cui chiede, inascoltato, aiuto: «Marco, portami con te a Roma a fare cinema!». Il diploma all’ISEF, il posto fisso da maestro di ginnastica. Ma Tenco si suicida, e Lello Bersani in tv spiega: «Non è per la canzone bocciata, è il nostro mondo che è marcio». Cancrini fa la lettura psicoanalitica. Intanto Bellocchio vince premi a Locarno e Venezia, ma il Sessantotto lo converte: «Non voglio più essere un artista borghese!». Cerca di trascinare Camillo, nel partito, tra le masse: «Bisogna servire il Popolo!». «Ho altre urgenze» gli risponde «Marx può aspettare». Lou Castel ripeterà la battuta in Gli occhi, la bocca. Poi, in un rigurgito di classicismo, arriva la scena madre, la ricostruzione del suicidio e il ritrovamento del cadavere, con la sorella di Marco, sordomuta ma visionaria, impermeabile tuttora alla versione ufficiale. Nel gran finale buñueliano, Fantuzzi, compianto critico di “La Civiltà Cattolica”, descrive il cinema laico del pentito e affranto Bellocchio come una via crucis dominata dai sensi di colpa per quella tragedia che non impedì, per quel dramma esistenziale di cui un raffinato autore, forse maneggiando molto male Marx, neppure si accorse.

I 400 colpi

AA
8
PA
9
PMB
9
MC
7
SE
9
IF
8
MG
8
RM
9
MM
6
EM
10
FM
10
RMO
8
GAN
10
LP
8
GS
9
RS
8
media
8.5
Marx può aspettare (2021)
Titolo originale: -
Regia: Marco Bellocchio
Genere: Documentario - Produzione: Italia - Durata: 100'

Musiche: Ezio Bosso
Montaggio: Francesca Calvelli
Fotografia: Michele Cherchi Palmieri, Paolo Ferrari

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Roberto Silvestri

Al cinema sono transgender (da Lloyd Kaufman a Straub-Huillet passando per Claudia Weil e Jerry Lewis). Primo film visto Scaramouche, primo film perso I cavalieri della tavola rotonda. Tessera Filmstudio dal 1968. Cofondatore del Politecnico cinema nel 1974.  Critico del manifesto dal 1977 al 2012. Nato a Lecce. Studi con Garroni, Brandi, Abruzzese. Registi preferiti Bunuel e Rocha (sia Paulo che Glauber), Aldrich e Siegel. De Antonio e Grifi. Diop Mambety e Ghatak. Dorothy Arzner e Stephanie Rothman (nata a Paterson come Lou Costello), Fassbinder e Aki Kaurismaki, Russ Meyer e… Rivista di cinema preferita Velvet Light Trap/Camera Obscura. E oggi Trafic. Consigli ai giovani appassionati di cinema? Partire dai formalisti russi.

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