I giganti di Bonifacio Angius - la recensione di FilmTv

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

scelta da
Simone Arcagni

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Recensione pubblicata su FilmTv 42/2021

I giganti


Regia di Bonifacio Angius

I due fratelli Ben e Clint accettano l’offerta del ricco Nathan di aiutarlo a condurre la sua mandria dal Texas al Montana. Tra loro c’è Nella, corteggiata da Ben e Nathan e attratta da entrambi. È il 1866. Ben è un cowboy taciturno, tradizionalista e moralmente irreprensibile; Nathan è avido e ambizioso, e teso al futuro. Nella non è semplicemente una pedina contesa: è una donna già moderna, indipendente e decisa a pensare e fare da sé. Questa non è la storia di I giganti. Questa è la storia di Gli implacabili, western capolavoro di Raoul Walsh, il cui titolo originale è The Tall Men, cioè - letteralmente - gli uomini alti, e per metonimia, i maschi virili, i maschi alfa. Ben e Nathan si scontrano per dominare la scena, ovvero il presente, ovvero le cose, ma restano vittime della loro stessa statura simbolica, piegata e sbriciolata da pulsioni impreviste. Nel film di Bonifacio Angius, il suo terzo dopo Perfidia e Ovunque proteggimi, e altrettanto western, i tall men sono cinque, mentre le donne sono assenti, appartengono al ricordo, rappresentano una sfida già persa. E se in Gli implacabili la battaglia tra i sessi avveniva con le forme della scaramuccia un po’ screwball e molto erotica (per esempio nel duetto tra Nella e Ben rifugiatisi in una baita isolata durante una tempesta di neve), in I giganti non c’è più nessuna guerra da vincere, perché del sesso dominante, fino a ieri modello sociale dato per acquisito, campione di razza, non è rimasto niente. Stefano, Massimo, Andrea, Riccardo e Piero, che si ritrovano nella casa del primo per drogarsi e per bere, sono già cenere di un oggi imploso, che non ha (più) né spazio - e l’unità di luogo rinuncia infatti al fuori, al contesto, alla cornice - né desiderio. Questa virilità è già processata, condannata, svanita, tanto che il tempo, i minuti, il giorno e la notte non possiedono alcun significato verosimile, così come il suono e il rumore; un girotondo assurdo, chiamato per natura all’autodistruzione. Nel cinema italiano non esisteva una tale mostra delle atrocità da La grande abbuffata. I giganti è fuori mercato (da questo mercato) eppure così urgente; è istintivo, non lusinga niente e non cerca neppure la quadratura generazionale (Riccardo, il più giovane, non ne esce certo migliore). Per Angius la necessità dell’apologo è un’esigenza anche cinematografica, ed è ciò che dimenticano - o sottovalutano - tanti altri: un’esigenza che fa rima con confidenza nell’interprete e nella sua direzione (che bravi, tutti, che bravi, che bravi); nell’invenzione di un dialogo in scacco, mai prevedibilmente di profondità o chiuso, anzi sempre aperto, senza conclusione, senza fine (come già nell’esordio nel lungometraggio del regista, ma qui ancora più decisivo); nella forza di un simbolismo visivo e sonoro (il funerale, i colpi alla porta, i rotori dell’elicottero) che ha l’audacia di non implicare alcunché e di implicare contemporaneamente ogni cosa possibile, reale e immaginata, concreta e di fantasia. I giganti è arcaico soltanto perché va alla radice. E, da lì, sceglie il collasso, talvolta perfino grottesco (e comico), senza però nessuna ipotesi.

I 400 colpi

PA
8
PMB
10
SE
8
IF
7
MG
6
MM
7
FM
6
RMO
8
LP
7
ES
8
GS
8
media
7.5
I giganti (2021)
Titolo originale: -
Regia: Bonifacio Angius
Genere: Drammatico - Produzione: Italia - Durata: 80'
Cast: Bonifacio Angius, Stefano Deffenu, Michele Manca, Riccardo Bombagi, Stefano Manco, Noemi Medas
Sceneggiatura: Bonifacio Angius, Stefano Deffenu

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