Silence di Martin Scorsese - la recensione di FilmTv

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La citazione

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Recensione pubblicata su FilmTv 02/2017

Silence


Regia di Martin Scorsese

Tutto il cinema di Martin Scorsese è popolato di uomini in lotta con se stessi, tormentati dalla propria vocazione, ossessionati dal terrore del fallimento. Il cattolicesimo è sempre stato il controcampo della cinefilia scorsesiana. La verifica sofferta di un’altra identità possibile, avvertita sempre come un tradimento. Questo conflitto è la pietra angolare sulla quale Scorsese ha costruito il suo cinema, nel quale ha raccontato un irriducibile conflitto col mondo. Inseguito ossessivamente per quasi tre decenni, Silence è il corpo a corpo definitivo con una vocazione sacerdotale rifiutata a favore del cinema, eppure sempre custodita negli angoli più reconditi di un percorso artistico proiettato verso il Cielo, ma attratto irresistibilmente dai conflitti del peccato. La traccia narrativa del film rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad, con Ferreira, il gesuita scomparso in Giappone interpretato da Liam Neeson, che si offre come un Kurtz cattolico, ossia l’archetipo del traditore, il rinnegato, l’apostata. Sulle sue tracce, il giovane Rodrigues (Andrew Garfield), figlio spirituale che non crede al fallimento del padre. Rodrigues, il discepolo, il figlio legato al padre dalla Parola divina, si carica del fardello di salvare il Padre, ossia dimostrare che non ha tradito, per far sì che la Parola divina possa vivere ancora («Lo Spirito santo è qui?» è una delle domande ricorrenti del film). In questa parabola cristica, Scorsese mette in scena un conflitto che ci sembra mutuato direttamente dal cinema di Nicholas Ray. Rodrigues chiede a Ferreira di essere ancora Padre, e per farlo invoca il conforto di un altro Padre, Dio, il quale però si esprime solo attraverso il silenzio o i suoi servi più infimi, come il misero Kichijiro (interpretato da Yôsuke Kubozuka), giuda compulsivo incapace di resistere al tradimento e al sacramento della confessione. Come per gli eroi di Ray, la solitudine deriva dal non riuscire a trovare posto in seno a un’autorità desiderata attraverso la quale esistere. E se Gesù in L’ultima tentazione di Cristo osa (sognare di) sottrarsi all’autorità del Padre per sfuggire al martirio, Rodrigues, pur di assumere su se stesso l’autorità del Padre, invoca il martirio che, crudelmente, sarà lontanissimo dall’iconografia della sofferenza evangelica e tristemente, ferocemente moderno. Incomprensibile. Il figlio fallisce, dunque, dinnazi al rifiuto del Padre di essere tale, interrompendo la trasmissione della Parola divina. In questa teoria di figli che desiderano essere padri e di padri che si scoprono figli imperfetti, nel quale il ruolo della disubbidienza è sempre rovesciato, Scorsese dichiara, scandalosamente, la propria nostalgia di Dio. Una nostalgia assurda, struggente, irresistibile. Film potente, figurativamente maestoso nella sua essenzialità carnale, politicamente complesso, Silence osa porre il problema di Dio in termini non concilianti: il silenzio divino è controcampo della necessità della rifondazione dell’uomo. Un film arcaico, Silence, modernissimo, scomodo, durissimo. Totalmente scorsesiano.

I 400 colpi

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9
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8
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9
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8
SE
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7
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GS
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9
media
8.2
Silence (2016)
Titolo originale: Silence
Regia: Martin Scorsese
Genere: Drammatico/Storico - Produzione: Usa/Messico/Taiwan - Durata: 161'
Cast: Andrew Garfield, Liam Neeson, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Shinya Tsukamoto, Issei Ogata, Yoshi Oida, Yôsuke Kubozuka, Nana Komatsu
Sceneggiatura: Jay Cocks, Martin Scorsese

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Giona A. Nazzaro

Delegato generale Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Programmatore Visions du Réel di Nyon (Svizzera). Collaboratore Festival del Film di Locarno. Autore di libri e saggi. Dischi, libri, gatti, i piaceri. Il resto, in divenire.

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