Colpiti, affondati

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La citazione

«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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Colpiti, affondati


Colpire al cuore di Gianni Amelio

Locandina pubblicata su FilmTv 36/2012

Colpire al cuore fu nel 1982 il primo film per il grande schermo di Gianni Amelio, ragazzo 37enne nato nel 1945 in un paesino della Calabria. E subito ci fu polemica, perché il regista, cui la Rai illuminata di Paolo Valmarana aveva dato fiducia, difendendo i livelli culturali del mezzo, si permetteva, non ancora derubricati dalla coscienza gli Anni di Piombo, quando strade e fabbriche risuonavano dell’eco degli spari, di ribaltare la prospettiva morale et generazionale e di fare un film intimista sul terrorismo, anticipando Luchetti, fra i pochi a trattare un argomento tabù. Racconta una storia di genitori e figli – in fondo il tema costante di Amelio, anche sotto travestimenti di ladro di bambini, immigrati, disabili, fratelli di Rocco, piccoli Archimedi e ragazzi di via Panisperna – che era all’opposto di quella che nel 1979 aveva girato il più anziano Dino Risi in Caro papà, dove era il rampollo a fare la rivoluzione. In Colpire al cuore invece è il prof Jean-Louis Trintignant, della Università Statale di Milano di cui si vede il bellissimo chiostro del Filarete, che se la intende politicamente con un ex allievo diventato terrorista e soprattutto con la sua compagna, che cerca di proteggere e forse di amare. Edipo con le Br. E il figlio, che ha dentro l’ansia dell’ordine, un dna da borghese, li spia, li fotografa e forse alla fine li denuncia. Tutto qui. Tutto qui? Alla Rai quando videro il film, pronto per la Mostra di Venezia – dove per l’opera prima vinse poi Sciopèn di Luciano Odorisio pari con un olandese –, si misero le mani nei capelli. Era un film bello ma assai pericoloso, qualche funzionario ripose lo smoking e annullò la prenotazione per il Lido: il risultato è che, nonostante buone critiche, il film uscì nelle sale sei mesi dopo e in Tv passò solo nel 1987, in seconda serata. La genesi del film era stata complicata. All’inizio il progetto offerto ad Amelio, con lo sceneggiatore e scrittore Vincenzo Cerami, che poi diventerà l’alter ego di Benigni al cinema e l’autore di Un borghese piccolo piccolo, subì variazioni: al regista non piaceva molto ma quando si decise saltò il Consiglio di Amministrazione Rai e si dovette cominciare daccapo. Così il soggetto cambia pelle, non si gira più a Torino e Alba, ma a Milano e Bergamo. Al centro il tema della adolescenza tanto caro ad Amelio, che porta in dote la sua giovinezza faticosa, difficile, col papà lontano, quindi allietata dai sogni nel suo Cinema Paradiso. L’adolescenza ha qui il volto severo di Emilio, 15 anni, che vorrebbe dal padre una comprensione più adulta: come sempre, Amelio non fa solo l’identikit di un momento storico preciso, ma lo inserisce all’interno della privacy dei personaggi che rispondono a una logica narrativa e sentimentale più che ideologica, in modo che la presa emotiva sia doppia. Partenza folgorante: un lungo piano sequenza di padre e figlio (in bici) che camminando verso il pubblico parlano, raccontano perfino una barzelletta, cosa che l’autore personalmente odia: «è il più bell’incipit di tutto Amelio» scrive Emanuela Martini sul Castoro dedicato all’autore di Il primo uomo. Poi si entra nella Milano del 1982 coi tram ancora arancioni, “la Repubblica” che stava già nelle mani giuste, la pubblicità del Niagara, Galtrucco in Piazza del Duomo, la polizia che blocca il traffico e misura le distanze dei cadaveri, il cortile di Brera che risuona delle grida per il Salvador. La Morante, bella, giovane e brava, già icona del cinema radical di Sinistra, qui si permette anche di cambiare i pannolini. Ma è fra Trintignant, raffinatissimo, 20 anni dopo la spider di Il sorpasso, e Fausto Rossi, davvero figlio come pare nel film di Sonia Gessner, che si sviluppa un duello straziante e straziato di occhi, sentimenti e affetti controversi. Così il senso del film corre lungo gli interstizi di silenzi e sguardi in una società che faceva lietamente a meno di computer e telefonini. La morale sta forse in una battuta oggi non invecchiata: «Dal buco della serratura sembriamo tutti ladri e assassini e invece non è così». Punto esclamativo, credo.

Cinema vivo - Intervista a Daniele Vicari

«L’arrivo della Vlora sconvolse i parametri della normalità di una nazione abituata all’accoglienza». Quella nave, carica di 20 mila cittadini albanesi in cerca di futuro, giunse a Bari l’8 agosto del 1991. Per Daniele Vicari, che racconta con interviste e materiali d’archivio questa storia cruciale in La nave dolce, «è un momento di cambiamento: da allora in poi l’immigrazione diventa, semplicemente, un problema di ordine pubblico. Non è il Ministro degli Interni che si interessa di quello sbarco di massa, ma il Capo dello Stato, Cossiga, che si presenta come un Capo Militare, concentra quegli esseri umani in uno stadio, sotto il sole, li respinge. L’Istituzione agisce su un’attitudine del popolo italiano, la muta». La nave dolce, presentato a Venezia come Evento Speciale in Orizzonti, è un documentario alla ricerca di storie all’interno della massa dei migranti (tra cui il regista Robert Budina e il ballerino Kledi Kadiu), forma di narrazione rispettosamente umanista e insieme spettacolo popolare (come testimonia l’uso emotivo della musica di Teho Teardo). «Per me il cinema o è popolare o non è. È un fatto etico e insieme estetico quello di costruire un rapporto con il pubblico. C’è un filo che lega un’epopea sperimentale come Sciopero di Ejzenštejn a forme contemporanee come lo spot pubblicitario. Non si deve temere l’incisività di certi linguaggi forti. A meno che non si tratti di prodotti puramente estetizzanti». Quando gli chiedo di due opere parenti della sua, come Mare chiuso di Andrea Segre e Stefano Liberti, sui respingimenti in epoca berlusconiana, e Lamerica di Gianni Amelio, dedicato anch’esso alla storia della Vlora, mi risponde: «Mare chiuso è un film costruito per fare una denuncia, La nave dolce, all’opposto, spreme una narrazione dalla Storia. Lamerica è un film che avrebbe potuto creare una svolta: aveva il coraggio di affrontare un evento contemporaneo storicizzandolo e legandolo al passato, era un cinema che riportava a Visconti». E conclude: «Venezia, grazie a Barbera, torna ad affrontare il punto della situazione: il cinema vivo è quello documentario, che si confronta con i nuovi media, fatto da gente non succube dello sconfittismo ideologico».

Giulio Sangiorgio
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Premio Bianchi

Tra gli Eventi Collaterali di Venezia 2012, come ogni anno imperdibile è l’appuntamento con il Premio Pietro Bianchi, assegnato dal Sindacato Giornalisti Cinematografici Italiani presieduto da Laura Delli Colli. Quest’anno il prestigioso riconoscimento, domenica 2 settembre 2012, è finito nelle mani di Gianni Amelio, tra l’altro l’ultimo autore italiano a vincere il Leone d’oro (è accaduto nell’ormai lontano 1998 grazie a Così ridevano), nonché regista di Colpire al cuore che, giusto trent’anni fa, spaccò letteralmente in due critica e pubblico proprio al Lido e che è stato riproposto per l’occasione: un’opportunità importante per risarcire un’opera che, come scrisse Emanuela Martini, al di là delle letture ideologiche di allora «è un film estremamente privato e schivo che invita a osservare la Storia a partire dalla propria storia».

Aldo Fittante
Colpire al cuore (1982)
Titolo originale: -
Regia: Gianni Amelio
Genere: Drammatico - Produzione: Italia - Durata: 108'
Cast: Jean-Louis Trintignant, Fausto Rossi, Laura Morante, Sonia Gessner, Vanni Corbellini
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Vincenzo Cerami
Musiche: Franco Piersanti
Montaggio: Anna Rosa Napoli
Fotografia: Tonino Nardi

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