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La citazione

«E questo è quanto (Casinò - Martin Scorsese)»

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Italia on the road


Il ladro di bambini di Gianni Amelio

Locandina pubblicata su FilmTv 13/2016

Camminano in fila indiana, un giovanotto un po’ sperduto, una ragazzina immusonita, un bambino dalla faccia triste. Vestiti di jeans chiaro, si tirano dietro un paio di borsoni e gli zainetti e attraversano strade di città sconosciute e marciapiedi di binari affollati. Senza quasi mai parlare: solo qualche gesto di stizza involontaria, un calcio alla valigia, una ribellione improvvisa, un’insormontabile stanchezza, un lungo sonno. Guardano nel vuoto, il paesaggio che scorre attraverso i finestrini del treno o dell’auto, e ogni tanto si osservano, cercano di capire qualcosa. Un lungo viaggio da Milano alla Sicilia, un ritorno all’indietro di poveri che una volta erano saliti al nord, attraverso squarci di inedita familiarità (la stazione Termini e i suoi dintorni, le strade provinciali che costeggiano il mare, le trattorie senza pretese, le case senza tetto dell’abusivismo edilizio, tutte immagini alle quali il cinema non ci ha abituato, ma la vita sì): questo è Il ladro di bambini, diretto da Gianni Amelio nel 1992, vincitore di sette David di Donatello, tre Nastri d’argento e del Gran premio speciale della giuria a Cannes. Un film tristissimo e ciononostante solare, un film fatto di pause, silenzi e asperità quotidiane, tutto costruito su una calibrata economia di parole e gesti, senza una frase sbagliata o un ammicco gratuito, dove il pudore è tutto. Fin dalla sequenza iniziale, dolorosa e terribile: in un casermone di una brutta periferia milanese, una madre disgraziata prostituisce la figlia undicenne. Il secondogenito di nove anni ciondola lì fuori nel momento in cui vengono tutti arrestati: le auto della polizia partono e il bambino resta a guardarli dall’alto. Non abbiamo visto niente, ma abbiamo capito tutto; e in pochi minuti siamo in viaggio, sul treno che parte dalla stazione centrale di Milano, insieme a Rosetta e Luciano, che vengono scortati dal giovane carabiniere Antonio all’istituto che dovrà accoglierli a Civitavecchia. Attraversano Bologna, Civitavecchia (dove l’istituto rifuta di ospitarli), Roma e, in auto, la Calabria, diretti a un’altra struttura in Sicilia. E, come in ogni viaggio cinematografico che si rispetti, gli incontri e gli incidenti che si susseguono modificano il percorso e la vita dei protagonisti: da sospettosi e recalcitranti i ragazzini si fanno più distesi e complici, mentre Antonio segue il suo istinto, smette di considerarli un “pacco” da recapitare e si affeziona, ci parla, ci gioca, più come un fratello maggiore che un padre e, spesso, più ingenuo e sprovveduto di loro. Insieme, sono una piccola forza, una famiglia inventata che tira avanti grazie alla reciproca solidarietà. Finché un giorno, ormai verso la fine del viaggio, si fermano davanti al mare e, in una sequenza magnifica (che ha la calma fluida di un pianosequenza, ma non lo è), si avvicinano all’acqua e vi s’immergono, mentre Gianna Nannini canta I maschi e c’è il sole e si può finalmente essere in pace, almeno per un pugno di ore. Spaccato di un’Italia marginale e silenziosa, Il ladro di bambini sfiora personaggi folgoranti (la piccola “femmina” sorridente, con il cranio rasato e gli orecchini, che Luciano incontra a Civitavecchia, la nonna un po’ svanita di Antonio, con le sue foto ricordo e il suo orto) e brava gente che a volte diventa cattiva, e racconta un mondo in bilico: siamo nel 1992 (l’anno di Tangentopoli), la pulizia è nell’aria, ma può essere soffocata dal rumore che la sovrasta. A volte, può bastare un tabloid per rovinare tutto.

Il ladro di bambini (1992)
Titolo originale: -
Regia: Gianni Amelio
Genere: Drammatico - Produzione: Italia/Francia/Svizzera - Durata: 112'
Cast: Enrico Lo Verso, Valentina Scalici, Giuseppe Ieracitano
Articolo inserito in Speciale Gianni Amelio

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