La natura dell'uomo

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«Solo chi lascia il labirinto può essere felice, ma solo chi è felice può uscirne (Michael Ende - Lo specchio nello specchio)»

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La natura dell'uomo


Il quarto uomo di Paul Verhoeven

Locandina pubblicata su FilmTv 12/2017

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Giovanni Grazzini di Paul Verhoeven, da lui indicato all’epoca della recensione di Il quarto uomo (una recensione tutto sommato positiva da parte di un critico quantomeno incuriosito) quale autore privo di «grande personalità». Si può dire di tutto del regista olandese, e nel corso del tempo lo si accusa davvero di tutto, ma che difetti di grande personalità, ecco, insomma, anche no; anzi, proprio la personalità determinata, il piglio così prepotente ed evidente, l’immaginario così manifesto e ostinato, gli riservano da sempre i maggiori grattacapi, tanto con il mercato (e dunque con i produttori, la censura, il pubblico), quanto con la critica (naturalmente mai tenera, mai indulgente o amichevole, visti il carattere e - appunto - la personalità). Eppure, ai tempi di Il quarto uomo (1983), la propria personalità Verhoeven l’ha già dichiarata perfettamente, tipo con Fiore di carne (1973) e Soldato d’Orange (1977), e specialmente con Spetters (Spruzzi), che nel 1980 riscuote grande successo ma scandalizza i benpensanti e gli spettatori europei, e gli garantisce le ire dei critici più moralisti, che lo biasimano per l’apparente sensazionalismo. Un rimprovero che Verhoeven non riuscirà più a togliersi di torno, e che al contrario acquisterà spessore internazionale con Basic Instinct (1992), il suo capolavoro hollywoodiano. Solo Elle (2016) metterà gli animi in pace e d’accordo chiunque, anche chi di Verhoeven non ha mai precisamente sopportato il suo cinema così violentemente personale: un po’ tardi, e con qualche sospetto di malafede. D’altronde, e l’ha confessato lui stesso, Verhoeven gira Il quarto uomo come risposta all’indignazione provocata dal film di tre anni prima (un altro regista, di là dall’oceano, fa la stessa cosa nello stesso periodo, reagendo allo sdegno con un’accentuazione acuta della specificità che lo contraddistingue: Brian De Palma). Il risultato è paradossale: Il quarto uomo, che del presunto “sensazionalismo verhoeveniano” rappresenta lo specchietto per le allodole, è un flop al botteghino, mentre la critica gli si avvicina con più rispetto. Sarà l’indole marcatamente hitchcockiana (rilevata da noi per esempio da Tullio Kezich), che anticipa con forza lo sguardo sul gender e i ruoli nella società contemporanea del thriller con Michael Douglas e Sharon Stone; sarà la visionarietà (che Grazzini definisce «realismo magico di scuola fiamminga»); saranno il sesso e il sangue, il grottesco, il simbolismo e il torbidume mescolati assieme: di Il quarto uomo si fa comunque notare lo spirito anticonformista e iconoclasta. E scene come quella in chiesa con il crocefisso vivente sembrano starci apposta. Tuttavia c’è una cosa di cui Paul Verhoeven si interessa fin dagli esordi, con modi decisi e uno sguardo lucidissimo, senza scendere a compromessi (mai, neppure nella sua mirabile parentesi statunitense), e della quale Il quarto uomo è un esempio straordinario, inquieto e abile, morboso e sinuoso come un Hitchcock DOC (diciamo fra L’ombra del dubbio e La donna che visse due volte), e inevitabile come un mélo oshimiano: la natura dell’uomo. Con modulazioni da giallo e un piacere consapevole per l’effetto shock (coerente, e pertinente sia nelle intenzioni sia nel contesto), Il quarto uomo mette in scena un individuo evirato delle sue stesse idee, in una realtà dove le ideologie subiscono la lusinga della libertà senza però saperla elaborare o capire veramente. Il vecchio mondo.

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 12/2017

Qualche lettore aracnofilo potrà forse riconoscere le famiglie di ragni che appaiono sui titoli di testa di Il quarto uomo. Il film di Paul Verhoeven si apre su una portentosa ragnatela tramata. Avvolge un crocifisso. Uno degli aracnidi sgranchisce le zampe sulla testa lignea di Nostro signore. Da quanto ci è dato capire, è una femmina. Di lì a poco divorerà il maschio. Questa azione prevede un rituale, una messa in scena: un gioco di seduzione. Il ragno femmina mostra un dorso maculato, potrebbe mimetizzarsi tra le pietre. Come la mantide religiosa di Roger Caillois (vorace e distruttiva), il nostro animale conosce l’arte della simulazione. Abbiamo sotto gli occhi dei ragni, ma è del soggetto del film, del suo cuore di tenebra che Verhoeven ci sta parlando. Somiglianze di famiglia: per un attimo sono transitate davanti a noi le immagini del documentario sugli scorpioni che apre L’âge d’or. Vale la pena sottolineare che i protagonisti di Il quarto uomo non sono ragni. Sono esseri umani in carne e ossa. Li vediamo sanguinare, rilasciare fluidi vari. Li vediamo in preda alle loro pulsioni. Non sono aracnidi, ma è con uno sguardo da entomologo che Verhoeven li studia. Ce n’è a sufficienza per consolidare un’ascendenza “surrealista”? È possibile. La sensazione, ancora oggi, è quella di trovarsi di fronte a un film selvaggio, irriducibile, poco addomesticabile - un meccanismo (o un’intelaiatura) che non fa nulla per apparire politicamente corretto. La struttura è onirica. Si muove per associazioni, ripetizioni. Messe in abisso. Prendete una delle prime scene: lo scrittore sale in treno, vede entrare nello scompartimento una donna bionda. Tiene tra le braccia un pargoletto biondo, riccioluto. Bastano alcuni stacchi sullo sguardo dell’uomo per accorgersi di avere di fronte una figura mariana (una scorza di mela sul capo del bimbo funge da aureola... la donna la incontreremo di nuovo - nel film ogni personaggio ritorna, in una sorta di ronde). C’è qualcosa di elettrico nell’aria, tanto che i fili ad alta tensione della ferrovia emettono scintille. Bella scoperta: proprio qui il film accelera, decolla. Lo sguardo dell’uomo si posa sulla fotografia appesa alla parete del vagone. La macchina da presa si avvicina, tanto da penetrarvi dentro. Finisce che ci ritroviamo proiettati lì, insieme al nostro scrittore: dentro all’hotel Bellevue. Ciò che vedremo di lì in avanti è solo frutto della sua immaginazione? In ogni caso, il viaggio è solo all’inizio.

Rinaldo Censi

Il quarto uomo (1983)
Titolo originale: De Vierde man
Regia: Paul Verhoeven
Genere: Drammatico - Produzione: Olanda - Durata: 99'
Cast: Jeroen Krabbe, Renée Soutendijk, Thom Hoffman, Dolf de Vries, Geert de Jong, Hans Veerman, Hero Muller, Caroline de Beus, Reinout Bussemaker, Erik J. Meijer, Ursul de Geer, Filip Bolluyt, Hedda Lornie, Paul Nygaard
Sceneggiatura: Gerard Soeteman, dall’omonimo romanzo di Gerard Reve
Musiche: Loek Dikker
Montaggio: Ine Schenkkan
Fotografia: Jan de Bont
Articolo inserito in Speciale Paul Verhoeven

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