La bellezza nell'occhio di chi guarda

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«You Cannot Be Serious! (John McEnroe)»

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Rinaldo Censi

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La bellezza nell'occhio di chi guarda


The Neon Demon di Nicolas Winding Refn

Locandina pubblicata su FilmTv 20/2019

Nel percorso artistico di Nicolas Winding Refn, The Neon Demon (2016) arriva subito dopo il più controverso dei suoi film, Solo Dio perdona (2013), e dopo un lungo soggiorno in Asia, a Bangkok, e il ritorno a Los Angeles, dove il film è interamente ambientato con l’eccezione delle scene nel motel di Keanu Reeves, una vera struttura alberghiera di Pasadena. In verità la prima ambientazione doveva essere Tokyo ma per motivi famigliari il cineasta ripensa il soggetto in California, dove si trovavano moglie e figli, a due passi da Hollywood. Nonostante il radicale cambio di scenario, e di storia, Solo Dio perdona e The Neon Demon non sono svincolati bensì uno conseguenza dell’altro. Lo stesso NWR (a proposito: visto che tutti dappertutto si riferiscono a lui chiamandolo solo Refn, ricordo che è Winding Refn il cognome completo) sostiene che il poliziotto giustiziere Vithaya Pansringarm di Solo Dio perdona e Elle Fanning di The Neon Demon sono simili, «la differenza è che i rispettivi personaggi si sviluppano in contesti fortemente distinti» (da un’intervista del regista alla rivista francese “La septième obsession” n. 21, marzo-aprile 2019, da cui gli altri virgolettati del testo). Entrambi i film partecipano della medesima ricerca estetica, che sintetizzerei in questo modo. Un mondo di specchi (a Bangkok i meandri del club di muay thai gestito da Ryan Gosling) e superfici rese urlanti dall’iperrealismo elettrico della fotografia di Larry Smith nel primo caso (sua anche l’“immagine” di Eyes Wide Shut) e della bravissima direttrice della fotografia argentina Natasha Braier nel secondo. Fanno i conti con il richiamo, anzi direi il risucchio, di un estetismo arcaico, pre-digitale, dato in Solo Dio perdona dagli ambienti luridi della realtà periferica thailandese e in The Neon Demon dall’immagine stessa, fintamente moderna o postmoderna e invece tutta tesa verso un passato alla Max Headroom che, lo ricordo, era totalmente analogico e illusoriamente “qualcos’altro” (lo show iniziale corpi-luminosi-nelbuio di The Neon Damon, fateci caso, è quanto di più rudimentale si possa immaginare in un cinema contemporaneo digitalizzato). Il risucchio è quello di un horror che ritrova il buco nero arcaico nelle sue radici fiabesche («mi sento vicino a Hans Christian Andersen» dice NWR: tra danesi ci si intende), dove la sirenetta Elle Fanning è anche il neon demon, in un cortocircuito narrativamente molto interessante, riferito alla contrapposizione luce pura-luce finta, bellezza autentica-bellezza rifatta. Streghe. Lo sono le ragazze, il sabba cannibale è già suggerito dalle battute del loro primo incontro, nella sequenza davanti agli specchi della levigata e livida toilette. Gigi (Bella Heathcote), Ruby (Jena Malone, splendida) e Sarah (Abbey Lee) scherzano sulla natura della nuova arrivata Jesse (Elle Fanning), giovanissima: «Sei più cibo o più sesso?» chiede una, e l’altra chiosa: «È il dessert». L’ultima portata. Prima, Jesse procede a una scoperta di sé che forse ha ispirato Luca Guadagnino per il percorso verso la piena consapevolezza della sua Susie/Dakota Johnson in Suspiria, con esiti però diversi. Di integro, di Jesse, resterà un occhio. O forse, chissà, quello che vomita Gigi alla fine del film è l’occhio mancante di Mads Mikkelsen “One Eye” in Valhalla Rising - Regno di sangue. The Neon Demon non sarebbe così senza la colonna sonora di Cliff Martinez. NWR considera il musicista e il suo montatore abituale Matthew Newman come a lui complementari da un punto di vista creativo, una specie di dream team: «Sono dislessico, quindi faccio fatica con le parole, la musica è un mezzo semplice per comunicare o deformare delle emozioni, Cliff in questo è la mia “voce”».

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 20/2019

La più bella definizione di The Neon Demon la trovate sull’aggregatore di recensioni RottenTomatoes.com, famoso sito statunitense, ed è questa: «hypnotic baroque fuckness in mind post-apocalypse». «Ipnotica agonia barocca in post-apocalisse della mente». Sono certo che NWR abbia gongolato nel leggerla. Il film è certamente ipnotico. Ci muoviamo in scenografie differenti. Sembra quasi di vivere in un sogno, e forse lo è. Spazi minimalisti nelle sfilate e nelle feste, comprese le toilette, dove la luce è tutta distesa grazie ai neon, o a flash intermittenti, stroboscopici. La villa dell’ultima sessione fotografica è ultramoderna, ma l’interno spiazza per la carta da parati stile anni 10. La potremmo trovare in Thaïs di Anton Giulio Bragaglia, o in un film di Marcel L’Herbier. C’è poi l’arredo un po’ anni 50 del motel scalcinato dove una sera Jesse riceve la visita di un puma. Entriamo e usciamo da questi spazi senza vera soluzione di continuità, per questo tutto il film sembra lavorare su un regime di sogno; a volte è il suono a legare le parti, a congiungerle. Prendete la scena in cui Jesse si trova nella stanza del motel. È notte, qualcuno tenta di forzare la porta. Desiste. Jesse posa l’orecchio contro la parete. Giungono lamenti, grida. Sarà la tredicenne «real Lolita shit» di cui parlava quel degenerato di Keanu Reeves? In ogni caso, Refn sposta la macchina da presa frontale, e lentamente si allontana da Jesse, quasi isolata in un iris. Mentre la macchina da presa arretra possiamo sentire un dialogo tra Jesse e Ruby. La truccatrice (anche imbalsamatrice di animali e cadaveri) le dice di raggiungerla. Così finiamo per ritrovarci nella casa di Norma Desmond, con tanto di piscina vuota e specchi con cornici dorate. Ruby tenta di portarsi a letto Jesse. Rifiutata, disegna col rossetto una strana faccia su uno specchio. La mattina, Jesse si sposta tra corridoi, vede se stessa riflessa nello specchio, incorniciata dentro quella faccia. Ruby sta ricomponendo un cadavere. Jesse è distesa su un divano di velluto rosso. Ruby chiude la porta dello studio. Inizia a baciare il cadavere. Jesse ripete i gesti di Ruby su se stessa. Una specie di magia, una specie di cerimonia si fa strada per tutto il film. Lo spiegava già Kenneth Anger a Tony Rayns in un’intervista: «La ragione per cui faccio film non ha nulla a che vedere col cinema; è una chiara scusa per catturare la gente, un po’ come dire “vieni a vedere le mie stampe”». Ecco, davanti a The Neon Demon si prova la stessa sensazione luciferina.

Rinaldo Censi

The Neon Demon (2016)
Titolo originale: The Neon Demon
Regia: Nicolas Winding Refn
Genere: Horror - Produzione: Francia/Usa/Danimarca/Gb - Durata: 110'
Cast: Christina Hendricks, Keanu Reeves, Jena Malone, Elle Fanning, Abbey Lee, Desmond Harrington, Bella Heathcote, Jamie Clayton, Alessandro Nivola, Charles Baker
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Mary Laws, Polly Stenham
Musiche: Cliff Martinez
Montaggio: Matthew Newman
Fotografia: Natasha Braier

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Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

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