Delitti efferati e castighi inadeguati

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La citazione

«Se una rana avesse le ali non sbatterebbe tante volte il culo per terra (John McCabe)»

scelta da
Emanuela Martini

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Delitti efferati e castighi inadeguati


Memorie di un assassino di Bong Joon-ho

Locandina pubblicata su FilmTv 06/2020

Una tragedia locale, che rimanda a una collettiva, nazionale. Nulla avviene per caso, sembra dire Bong Joon-ho, mentre lavora sulla sensazione invisibile, ma intensamente presente, che qualcosa di brutto stia accadendo, dentro e fuori campo. Davanti a noi abbiamo il giallo, il whodunit, una coppia di poliziotti inetti quanto in malafede, del tutto inadeguati a fronteggiare la minaccia in corso. Finché un agente di città, Seo Tae-yoon, arriva da Seul, con una allure e una spocchia degne del primissimo Dale Cooper a Twin Peaks. E il giallo presto vira verso l’incertezza del noir e di delitti insoluti, di rara brutalità. Un sasso gettato nella delizia bucolica della provincia coreana di Gyeonggi, nel lontano 1986. Ma lo insegnava già David Lynch – proprio nel 1986 – che sotto i prati più innocenti si può nascondere un orecchio umano, cosparso di formiche. Bong ha recepito, preso appunti e messo in pratica, a modo suo. Ma la parentela tra Memorie di un assassino (che perde la “i” di assassinio per l’antico vizio, tutto italiano, di insinuarsi persino nelle traduzioni più piane e letterali) e Velluto blu termina qui. In Bong è sempre presente, e in primo piano, l’accezione politica. Più che mai in Memorie di un assassino, ritratto di una nazione ridotta allo stadio terminale, che necessita di una cura radicale. Torniamo al fuoricampo, quindi. Mentre i delitti di un serial killer insanguinano la campagna, quelli commessi dalla polizia insanguinano le strade delle città, dove studenti in marcia chiedono libere elezioni e la fine di un regime che da troppi anni insozza la società civile sudcoreana, come una trasfigurazione in nero di quanto avviene, in rosso, dall’altro lato del 38° parallelo. Il popolo vincerà, ma più che altro grazie alla necessità degli Stati Uniti di salvare le apparenze, in vista dei giochi olimpici di Seul del 1988 (quelli del doping di Ben Johnson e del non-doping di Florence Griffith Joyner, per intenderci). Ma in quel 1986 la democrazia sembrava ancora lontana. A Bong non serve mostrare strade, né manifestazioni, né pestaggi. A quello ci penserà, molti anni dopo, la tronfia retorica di 1987: When the Day Comes (2017). Nel 2003 ci voleva coraggio per affrontare un passato ancora troppo prossimo: solo da poco Lee Changdong aveva spianato la via alla seduta psicanalitica di una nazione, con lo straordinario Peppermint Candy (1999). Lo stile di Bong, benché solo al secondo lungometraggio – dopo la black comedy Barking Dogs Never Bite – è già maturo. La rivolta resta nelle ellissi, e necessita solo di qualche riferimento, fuggevole, alle pratiche della polizia, o alle gite “in trasferta” che toccano ai due sbirri, costretti a un lavoro straordinario, a colpi di taekwondo, contro i moti studenteschi che infiammano la nazione. «Ah, come sarebbe semplice se il serial killer fosse comunista!», sembra quasi voler dire, a un certo punto, il detective Park Doo-man, maschera a cui dà vita Song Kangho, straordinario attore specializzato in ruoli di mediocri e meschini membri del popolo degli ignavi. Mussolini aveva il suo Girolimoni da accusare ed esporre al ludibrio pubblico, ma ai suoi corrispettivi coreani non andò altrettanto bene. L’assassino rimane legione: uno, nessuno e centomila, inafferrabile perché invisibile come un virus, come un’incarnazione della violenza e degli abusi di un paese malato, in ogni suo anfratto.

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 06/2020

I film orientali sono per chi scrive sempre un problema. Oltre a non aver alcuna padronanza della materia, confondendo film del Vietnam con quelli della Corea del Sud, chi scrive è affetto da un disturbo che gli impedisce di fissare nella mente i volti degli attori, che a lui paiono tutti intercambiabili, come se nello stesso film i ruoli venissero redistribuiti in ogni sequenza. Fatte queste dovute confessioni (le debolezze di uno spettatore), che dire di Memorie di un assassino? È una meraviglia. Capita raramente di assistere a un saggio di messa in scena. Questo film lo è. La cosa che va immediatamente sottolineata è la versatilità di Bong Joonho nel costruire le sequenze. Il suo grande senso dello spazio gli permette di modulare la messa in scena del film declinando ogni volta in maniera diversa il tono delle sequenze, giocando su diversi registri: comico, drammatico. Guardate l’inizio del film. Dopo la scoperta del primo cadavere, in ufficio si scattano foto segnaletiche ai sospetti. L’inquadratura è in campo lungo. Il detective è seduto, batte impacciatamente i tasti sulla macchina da scrivere mentre un addetto gli consegna pietanze. Al suo fianco, un sospettato. Dietro di lui, sul fondo dell’inquadratura, un capannello di persone discute animatamente, quasi venendo alle mani. Di cosa discutono? Saperlo. A fianco del detective qualcuno si spazientisce e intima agli altri di smetterla. L’inquadratura è fissa e in profondità di campo. Ne esce una specie di coreografia bislacca. Il nostro occhio si muove tra figura e secondo piano. Ma il film non è un rosario di inquadrature fisse. La sequenza successiva smentisce la precedente. Seguiamo il detective, cinepresa a spalla. Ne esce un movimento in diagonale sul ciglio di una strada sterrata. Il detective isola l’impronta di scarpa. Riscendiamo insieme a lui mentre un collega, sul fondo, scivola e rotola nel prato. I due si parlano. Ai lati dell’inquadratura entrano e escono ragazzini che si rincorrono. La macchina da presa compie una specie di curva a destra. I due sono ora davanti al secondo cadavere di una donna. L’inquadratura scivola via, torna sui due. Si discute. In lontananza il rumore di un trattore. Il detective grida al conducente di fermarsi. Corre percorrendo l’identico tragitto di prima, mentre le ruote del mezzo calpestano l’impronta isolata. Si gira, ritorna sui suoi passi. Un secondo uomo sul fondo capitombola sul prato. Il tutto senza stacchi. Bong Joon-ho è davvero un maestro dello spazio.

Rinaldo Censi

Memorie di un assassino (2003)
Titolo originale: Salinui chueok
Regia: Bong Joon-ho
Genere: Noir - Produzione: Corea del Sud - Durata: 131'
Cast: Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha
Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Sung-bo Shim
Musiche: Taro Iwashiro
Montaggio: Kim Sun-min
Fotografia: Kim Hyung-ku

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Emanuele Sacchi

Nato nella città delle due discoteche e 106 farmacie, presto smarrito nei meandri del rock e del cinematografo. È ingegnere informatico, benché si finga pensatore umanista. Giornalista pubblicista, critico cinematografico e musicale, collabora con FilmTv, MYmovies.itRumore, Filmidee, Asiaexpress ed è direttore della testata web Hong Kong Express (www.hkx.it). È autore di 50x35mm - Soundtrack Rumorose (Homework, 2016), con Stefano Locati di Il nuovo cinema di Hong Kong - Voci e sguardi oltre l'handover (Bietti, 2014) e con Francesca Monti di Richard Linklater - La deriva del sogno americano (Bietti, 2017). Film: Apocalypse Now (ma non Redux). Album: Forever Changes dei Love (anche per il titolo).

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