Dopo la Rivoluzione

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Dopo la Rivoluzione


The Dreamers - I sognatori di Bernardo Bertolucci

Locandina pubblicata su FilmTv 11/2011

«Quale ‘68?». Parafrasando il tormentone dei cinefili e triangolari amanti di The Dreamers. I sognatori, «quale film?», molti hanno stigmatizzato la scelta “reazionaria” di Bernardo Bertolucci di trasformare il Maggio francese nel racconto estetizzato di tre studenti altoborghesi che scorrazzano nudi per casa lanciandosi quiz cinematografici estremi. Isabelle e Théo, gemelli siamesi attaccati per il cervello, s’incatenano per finta, s’interessano solo di cinema, si siedono più avanti della prima fila perché le immagini arrivino a loro per primi: trascinano l’americano Matthew nel loro gioco di possesso reciproco, strappandolo all’impeto rivoluzionario che scorre per le vie di Parigi. Che cosa resta allora? Solo la nostalgia, elegantemente messa in immagini, di un regista per un cinema e un’epoca che non sono più: solo i fantasmi sbiaditi su pellicola in un gioco cerebrale di citazioni per appassionati? Niente di meno vero. The Dreamers è un film fatto di carne, anche e soprattutto nel suo amore per il cinema: le pellicole che s’infiltrano nella narrazione sono corpi, seducenti, contundenti, mai morti. Isa, Théo e Matthew mangiano cinema, respirano cinema, si masturbano col cinema, se ne lasciano penetrare. Vivono di cinema perché hanno vent’anni e conoscono il cinema meglio della vita, o forse nemmeno importa loro distinguerli. «Quale film?»: tutto è già successo, in qualche sequenza di qualche pellicola, quindi possono solo mimare il già visto, ricalcare solchi già incisi, immergersi nella luce da incubatrice del proiettore per (non) crescere («sono nata nel 1959 sugli Champs Élysées» dice Isabelle, annullando la sua età facendosi coetanea dell’incontro seminale fra Belmondo e Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro). Nel Louvre non c’è niente da vedere, può solo essere percorso a perdifiato per battere il record di Bande à part. Poche opere come l’ultimo (a oggi) film di Bertolucci hanno saputo portare sullo schermo la sovrapposizione tra film e vita in modo tanto viscerale. Bertolucci non mette in scena la sua nostalgia per quel cinema, quell’epoca, quella cinefilia: ne mette in scena la forza eversiva mai sopita. Il ‘68 francese è partito da Langlois e dalla sua Cinémathèque: per chi non c’era, per ragioni anagrafiche, non lo si può riassumere in un film. Però il vento di novità e liberazione che veniva dai Godard, dai Truffaut, dai Fuller, dai Bresson è intatto e ineludibile: Bertolucci li evoca e li fa aderire ai corpi dei tre sognatori, che ballano sì da soli, ma al ritmo di una rivoluzione che li comprende, in ogni accezione del termine. Rinchiusi tra le pareti uterine di una casa che nutre il loro dorato isolamento e taglia fuori la strada (finché non rientra dalla finestra), i sognatori restano senza orologi e senza cibo, senza nomi e senza date, trovando in quello spazio informe l’unica dimensione possibile per essere vivi. Come già in Partner, Ultimo tango a Parigi, L’assedio e nel prossimo Io e te, per Bertolucci la rivoluzione è una stanza chiusa, l’unico luogo dove abbandonare realmente il conformismo. Nato al cinema al fianco di Pasolini, il maestro parmense sa che ogni posto, anche il più bello, è una prigione; ma ogni corpo è una porta. Da lì entra il ‘68, prima ancora che Isa strilli «la rue est entrée dans la chambre»: dai loro corpi, dal sangue verginale di Isabelle e dall’abbandono estatico di membra intrecciate. L’erotismo in Bertolucci non è mai fine a se stesso, la sensualità stordente ed esibita di The Dreamers vale più di ogni discorso politico. Avvolti nel loro utero fatto di lenzuola, pellicole e futili diatribe (Chaplin contro Keaton, Hendrix contro Clapton, molotov contro nonviolenza: hanno tutte lo stesso peso), i ragazzi regrediscono fino a sfiorare la non esistenza. Rischiano di sparire, annullati dal gesto disperato di Isabelle/Mouchette, finché la strada non invade la stanza, li strappa al liquido amniotico (recidendo qualche cordone ombelicale, ma non quello tra i siamesi Théo & Isa) e li butta nella vita. Il risveglio è brusco, esplosivo: il sogno è finito. Ma forse i veri sognatori, per Bertolucci, sono quelli che nascono lì, in quella strada, marciando per ideali nati dalla luce di un proiettore.

il Focus di questo numero: Pagine sognate

Si ispirava allora, The Dreamers. I sognatori di Bernardo Bertolucci, a un libro omonimo (The Dreamers, di Gilbert Adair, anche se in origine era The Holy Innocents). Ed è sempre un libro, oggi, a raccontarcelo (Sognando The Dreamers, a cura di Fabien S. Gerard). Un vero e proprio bombardamento visivo, questo; una dinamitarda esperienza metasensoriale, prima che filmica, in cui la sceneggiatura completa fa da cornice a una testimonianza sostanziosa e composita. Ci sono, infatti, l’intervento del regista e quello dello stesso Adair (poi diventato sceneggiatore della pellicola). Ma trovano spazio anche un estratto dal diario di lavorazione e un excursus sulla Francia del 1968. Non potevano mancare le fotografie scattate sul set e nel backstage da Séverine Brigeot. Naturalmente.

(Ubulibri, pp. 176, € 29)

Erica Re

The Dreamers - I sognatori (2003)
Titolo originale: -
Regia: Bernardo Bertolucci
Genere: Drammatico - Produzione: Gran Bretagna/Francia/Italia - Durata: 130'
Cast: Jean Pierre Kalfon, Michael Pitt, Louis Garrel, Eva Green, Jean-Pierre Léaud
Articolo inserito in Speciale Bernardo Bertolucci

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