Italiani piccoli piccoli

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Simone Emiliani dice che Qualcosa è cambiato è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Guardatevi da tutte le imprese che richiedono vestiti nuovi (H.D. Thoreau)»

scelta da
Carolina Crespi

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Lo sceicco bianco di Federico Fellini

Locandina pubblicata su FilmTv 36/2015

Prima, in lontananza, sentiamo il suo vocione baritonale. Poi eccolo, in bianco, con mantello, stivali e turbante, vistosi pendenti alle orecchie e scimitarra ingemmata, che si dondola languido su un’altalena, improbabile riproduzione nostrana e borgatara del fascinoso personaggio di Rodolfo Valentino: lo “sceicco bianco”, irresistibile seduttore di dame occidentali, nell’interpretazione nazionalpopolare di Fernando Rivoli, star dei fotoromanzi, al secolo Alberto Sordi, in uno dei suoi primi ruoli da protagonista, che contiene già i tratti meschini che faranno dell’attore la maggiore “maschera” della cialtroneria italiana. Fernando Rivoli, parodia delle illusioni scatenate dal cinema (del quale il fotoromanzo è il parente povero e ingenuo), entra in scena a metà film e non ci resta più di mezz’ora; eppure, nonostante la sottile intelligenza degli altri ritratti, lo “ruba” al protagonista Leopoldo Trieste e alla tenera, sperduta Brunella Bovo. Non a caso, è l’eroe eponimo. Lo sceicco bianco fu la prima regia in solitaria di Federico Fellini (Luci del varietà era firmato con Alberto Lattuada), non fu capito e fu accolto dalla maggior parte della critica con fastidiosa supponenza. Era il 1952 e la cultura italiana, di centro, destra e sinistra, continuava a preoccuparsi dell’educazione da impartire al pubblico e a demonizzare qualsiasi rappresentazione semiseria dell’italiano medio che, a fatica, si risollevava dal Dopoguerra, lasciandosi sedurre da miti grossolani e scollacciati. Lo sceicco bianco era, appunto, il ritratto ironico e affettuoso di un mondo stretto tra illusioni diverse (i sogni avventurosi - ed erotici - del fotoromanzo e quelli realistici - e penitenziali - della chiesa cattolica), tra il perbenismo esitante della piccola borghesia provinciale e la sbrigativa impudenza del proletariato metropolitano, tra la noia dei doveri quotidiani e le possibilità di fuga offerte dalla vita sognata. Wanda arriva a Roma da Altavilla Marittima, in viaggio di nozze con il pedante sposino Ivan, che desidera disperatamente fare bella figura con la famiglia dello zio, che ha agganci in Vaticano e può aiutare la sua carriera. Ma Wanda ha un segreto: le sue lettere (firmate Bambola appassionata) all’eroe dei suoi sogni, appunto lo “sceicco” Fernando Rivoli, e approfitta di una pausa nel fitto programma organizzato da Ivan per correre alla casa editrice, farsi imbarcare su un camion dalla troupe diretta sul set a Ostia e incontrare Fernando. Sgomento, preoccupazione, imbarazzo di Ivan, che nasconde la sua scomparsa ai parenti bigotti; esaltazione e inevitabile, cocente delusione di Wanda quando viene “scaricata” da Fernando davanti a una moglie pettoruta che anticipa molte “gigantesse” felliniane. L’ingegno, la fantasia, l’ironia di Fellini sono già evidenti, non solo per il ruolo di primo piano dato a Sordi (che nel 1953 sarà tra i protagonisti di I vitelloni), per l’apparizione di Giulietta Masina nel ruolo della prostituta Cabiria (eroina, nel 1957, di Le notti di Cabiria), per la freddezza arguta con la quale osserva la piccola borghesia che ruota intorno al Vaticano, per quel sentore di circo sognante e straccione che si rincorre sulla spiaggia. È soprattutto nella delicatezza disillusa con cui tratteggia il viaggio romano dei due provinciali, nell’intreccio della loro nottata solitaria e spaventata (nel corso della quale i rispettivi “peccati” si pareggiano), nel loro spaesamento e nel loro sollievo, che Fellini rivela tutta la sua umanità e il suo disincanto.

Lo sceicco bianco (1952)
Titolo originale: -
Regia: Federico Fellini
Genere: Commedia - Produzione: Italia - Durata: 110'
Cast: Alberto Sordi, Brunella Bovo, Leopoldo Trieste, Giulietta Masina
Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano
Musiche: Nino Rota
Montaggio: Rolando Benedetti
Fotografia: Arturo Gallea

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Emanuela Martini

Capelli rossi, lettrice forte, brutto carattere (dicono). La prima volta mi hanno portata al cinema che avevo tre anni. Ci stavo dalle 2 alle 8, orario continuato. Praticamente, non ne sono più uscita: adesso ci sto anche dalle 8 alle 20, e a volte pesa. Ma la passione resta e non mi annoio (quasi mai). Onnivora: mi piace tutto (quando mi piace). Autori di culto: Michael Powell e Robert Altman. Serie: Twin Peaks e I Soprano forever. Rimpiango il cinema americano anni ’70 e il metabolismo dei trent’anni. Vivo in un disordine "escheriano", tra libri, oggetti, dvd, foto, abiti e scarpe, con Lucrezia, gatta petulante di 19 anni. Credo allo Stregatto (quello di Alice): qui in giro aleggia il sorriso di Blimp, Sibella e Oreste.

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