L'isola che non c'è

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«Povero pensiero... finisce sempre per sfracellarsi contro il muro dei fatti. (Lev Troskij)»

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Adriano Aiello

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L'isola che non c'è


Duello nel Pacifico di John Boorman

Locandina pubblicata su FilmTv 23/2014

Scampare alla morte nella giungla è durissimo (spiega un manuale bellico, vagamente alla Robinson Crusoe), perciò, se catturate un nemico non sperate di poterlo nutrire; eliminatelo subito. Questa è la storia di Duello nel Pacifico: l’umanità e la solidarietà contro la lotta per la sopravvivenza, la natura contro la cultura. Durante la Seconda guerra mondiale, un soldato giapponese e un pilota americano si ritrovano naufraghi sulla stessa isoletta deserta in mezzo all’oceano. L’asiatico, che è lì già da un po’, si è organizzato: ha raccolto acqua piovana e ha costruito trappole per i pesci, è bravissimo nell’erigere cancellate di bambù e nell’allestire allarmi fatti di liane e conchiglie. Lo statunitense cerca di rubargli l’acqua e il cibo. La prima volta che si vedono, sulla spiaggia, immaginano di uccidersi, ma non lo fanno e, esausti, si allontanano l’uno dall’altro. Poi cominciano a darsi la caccia, si fanno i dispetti, s’imprigionano vicendevolmente; finché non capiscono che è meglio collaborare; chi cucina, chi pesca, ma soprattutto guardano sconsolati e solitari il mare. E decidono di costruite una zattera. Diretto in America dall’inglese John Boorman subito dopo Senza un attimo di tregua (1967) e poco prima di Un tranquillo weekend di paura (1972), Duello nel Pacifico (1968) compone con questi un trittico ideale sull’utopia della pace e l’ineluttabilità della violenza, sugli istinti che sgorgano naturali negli uomini posti in una situazione di estremo pericolo e conflitto. Poco importa che questo stato di “panico“ insorga nel cuore della civiltà (come la California battuta dallo spietato Lee Marvin nel film del 1967) o nell’apparente quiete della wilderness (come i monti Appalachi di quello del 1972): messo alle strette, l’uomo si trasforma in una belva). Tutto sommato, i due nemici che finiscono per convivere nell’isola deserta sono più “civili“ dei protagonisti degli altri due titoli: hanno vissuto la guerra e forse cominciano ad averne abbastanza; per cui, il moto apparente di Duello nel Pacifico è opposto a quello di Un tranquillo weekend di paura, dall’aggressività ferina si va verso una relativa, mugugnante pacificazione, dove l’americano scruta l’orizzonte e il giapponese costruisce un grande giardino zen. Ma è un moto, appunto, “apparente“. Il finale, in realtà, è “posticcio“, appiccicato in fretta dalla produzione; ma non cambia la sostanza di quello previsto dalla sceneggiatura o di quello girato da Boorman. Eppure, nella sua subitaneità, oggi funziona perfettamente: al lampo di un’amicizia subentra il nulla, allo scontro individuale si sovrappone la catastrofe totale. Non c’è scampo; non si esce dallo stato di guerra. Astratto, metaforico e, a parte la musica dissonante di Lalo Schifrin, quasi muto (Lee Marvin e Toshiro Mifune parlano ciascuno nella propria lingua, più che altro borbottano tra sé e sé o si minacciano urlando, e quando cominciano davvero a “parlarsi“ si comprendono d’istinto), Duello nel Pacifico ha ancora una forza sorprendente: film fatto di sguardi (l’occhio azzurro di Marvin che scruta cattivo e ironico tra il fogliame), di corpi che conservano la dignità nella barbarie (quello di Mifune, icona inappuntabile del Sol Levante anche quando è abbrutito in mutande), di una natura rigogliosa che se ne sta indifferente a guardare, di gesti esasperati e sconsolate pause, non concede un attimo di respiro, nonostante il plot impalpabile su cui è costruito. Forse perché, con i suoi silenzi, ci costringe a pensare; e molto.

Duello nel Pacifico (1968)
Titolo originale: Hell in the Pacific
Regia: John Boorman
Genere: Guerra - Produzione: USA - Durata: 105'
Cast: Lee Marvin, Toshiro Mifune
Sceneggiatura: Eric Bercovici, Alexander Jacobs
Musiche: Lalo Schifrin
Montaggio: Thomas Stanford
Fotografia: Conrad Hall

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Emanuela Martini

Capelli rossi, lettrice forte, brutto carattere (dicono). La prima volta mi hanno portata al cinema che avevo tre anni. Ci stavo dalle 2 alle 8, orario continuato. Praticamente, non ne sono più uscita: adesso ci sto anche dalle 8 alle 20, e a volte pesa. Ma la passione resta e non mi annoio (quasi mai). Onnivora: mi piace tutto (quando mi piace). Autori di culto: Michael Powell e Robert Altman. Serie: Twin Peaks e I Soprano forever. Rimpiango il cinema americano anni ’70 e il metabolismo dei trent’anni. Vivo in un disordine "escheriano", tra libri, oggetti, dvd, foto, abiti e scarpe, con Lucrezia, gatta petulante di 19 anni. Credo allo Stregatto (quello di Alice): qui in giro aleggia il sorriso di Blimp, Sibella e Oreste.

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