La commedia del silenzio

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La commedia del silenzio


Re per una notte di Martin Scorsese

Locandina pubblicata su FilmTv 41/2018

Nella filmografia di Martin Scorsese esistono, benché rari, dei “sopravvalutati”, basti pensare che l’unico Oscar l’ha vinto per The Departed - Il bene e il male. Meno scontato pensare che esistano dei “sottovalutati”, eppure è questo il caso. Re per una notte, incastrato tra due capolavori come Toro scatenato e Fuori orario, viene troppo spesso dimenticato, quando è non solo fondamentale nel percorso - anche biografico - dell’autore, ma bellissimo. Prima dell’opera, la vita. Scorsese termina la produzione di Toro scatenato completamente a pezzi. Abuso di sostanze, stress, voglia di abbandonare il cinema, perlomeno quello a soggetto, dopo un progetto che gli ha succhiato ogni residuo di energia fisica e creativa. A insistere affinché torni al più presto sul set è Robert De Niro, che con il produttore israeliano Arnon Milchan (poi producer di C’era una volta in America di Sergio Leone) dal 1974 tenta di portare su grande schermo una sceneggiatura del critico cinematografico Paul D. Zimmerman intitolata King of Comedy, ispirata a un caso di stalking di cui fu vittima Johnny Carson, il più celebre standup comedian dei late show televisivi americani prima di David Letterman. In origine era interessato al progetto Michael Cimino, a sua volta travolto emotivamente e fisicamente da un suo film (I cancelli del cielo), quindi De Niro ritenta con Scorsese che già dopo Taxi Driver si era detto non interessato. Per convincerlo, si sposta la vicenda da Los Angeles a New York e gli si lascia l’ultima parola sul cast, dopo il rifiuto di Dean Martin e Frank Sinatra di interpretare lo showman preso di mira dal fan. La scelta di Jerry Lewis è un colpo di genio, che peraltro Scorsese ha sempre considerato essenziale per la riuscita del film, dicendosi deluso di quanto poco fosse stata percepita come fenomenale la sua interpretazione. Lewis, non De Niro, è il king of comedy, ovvero colui che incarna questa sorta di alienazione da antieroe della società dello spettacolo, figura sulla cui pelle si consuma il conflitto tra vita e fiction. Rupert Pupkin, il morto di fama che lo rapisce (insieme a Masha, stalker sexy interpretata da Sandra Bernhard, a sua volta stand-up comedian piuttosto nota all’epoca), replica nel modo di porsi al pubblico, nel gesticolare, e in fondo nella sostanza del suo delirio, il «That’s entertainment!» di Jake LaMotta all’inizio di Toro Scatenato, ma non c’è aporia nella sua esistenza, per lo meno a livello psicologico, visto che la realtà è stata totalmente sostituita dall’illusione (di essere un grande comico). Jerry, invece, fa sprofondare nei silenzi, in una fissità che contraddice a ogni primo piano la natura stessa dell’icona Jerry Lewis, la tragedia di un mondo dominato da apparenza, effimero e vanità. Paradossalmente, in Re per una notte, Lewis è un uomo d’azione. Se le parole sono tutte di Pupkin, e sono spesso senza senso, il comico mette in atto una specie di dinamica del silenzio, un crescendo ben evidenziato dalla lunga camminata per la Fifth Avenue che si trasforma in fuga quando è inseguito da Masha, sequenza sublime. La gravità dei gesti contro la vacuità delle parole, che pure sono anche del suo personaggio “pubblico” (nel film conduce un talk show) ma che appunto fuori dalla finzione, nella realtà, appaiono tali. Puro nonsense come nella scena (anche questa geniale) in cui deve leggere i cartelli di Pupkin, scritti sbagliati o storti. Un grande film, un grande Jerry.

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 41/2018

Deve esserci per forza qualcosa di diabolico nell’esercizio del collezionismo. Memorabilia, feticci, reperti, autografi: che farsene? L’inizio di Re per una notte è da questo punto di vista paradigmatico. Una schiera di fan di Jerry Langford si assiepa sul retro del teatro. Fanatici, curiosi, frequentatori habitué: tutti conoscono tutti. Scambiano o elencano autografi appena ottenuti. Una guardia giurata raccoglie copie del libro di Jerry per farle autografare. In mezzo a questa massa si muove Rupert Pupkin. La sua ossessione monomaniacale ha un nome: Jerry Langford. Questo capannello di invasati ci ricorda che il fanatismo possiede sempre un’aria di famiglia. In Blow-Up l’audience, in stato di catatonia, si risveglia solo quando Jeff Beck demolisce la sua chitarra, prima contro un amplificatore, poi pestandola fino a spezzarla. Il manico viene dato in pasto al pubblico. Scossi dal loro torpore, i giovani della Swinging London si azzuffano per accaparrarsi il feticcio. E deve esserci qualcosa, una specie di aura che si disperde in quel preciso istante tra il palco e gli spettatori, che permette a un pezzo di legno di caricarsi di un valore cultuale destinato a svanire appena usciti dalla sala. Una volta nelle mani di David Hemmings, in strada, quel reperto ridiventa quello che è: un pezzo di legno. Buono per ricordarsi di essere stati lì, una volta. Autografi, feticci: avranno un valore su eBay? E, a parte questa mossa imprenditoriale, esiste qualcosa di più stupido? Deve essere per questo che il nostro fotografo abbandona il rottame lì sul marciapiede. Ma a Rupert non interessano gli autografi. La sua follia è lucidissima. Vuole il posto di Jerry, almeno per una notte. Raramente De Niro è stato così perfetto. Gli bastano un ciuffo, due baffetti da sparviero per costruire un personaggio capace di modulare espressioni, toni. Anfetaminico. E che coppia! Se De Niro è un fuoco d’artificio, Jerry Lewis è perfetto nella sottrazione. Impassibile, gli basta spostare un occhio. L’opposto di come eravamo abituati a vederlo. Il film è un trattato sulla recitazione. Nella prima sequenza, dopo averlo salvato dalla folla, Rupert si fionda nella limousine. Si confessa: vuole diventare uno stand-up comedian. Jerry lo ascolta paziente, dona consigli. Poi si accomiatano. Tra il marciapiede e il portone di casa si srotola un red carpet. Jerry si allontana ma Rupert gli sta alle costole. Non lo molla. Quei 15 metri presagiscono ciò che accadrà.

Rinaldo Censi

Re per una notte (1983)
Titolo originale: The King of Comedy
Regia: Martin Scorsese
Genere: Grottesco - Produzione: USA - Durata: 110'
Cast: Robert De Niro, Jerry Lewis, Diahnne Abbott, Tony Randall
Sceneggiatura: Paul D. Zimmerman
Musiche: Robbie Robertson (non accreditato)
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Fotografia: Fred Schuler

Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.


Mauro Gervasini

Mauro Gervasini è direttore editoriale di Film Tv e di questo sito (filmtv.press) e consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Insegna Linguaggi audiovisivi all'Università dell'Insubria ed è autore della prima monografia italiana dedicata al "polar" ("Cinema poliziesco francese", 2003). Ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare sul cinema francese. John Ford, Anthony Mann, Jean-Pierre Melville, Michael Mann, Julien Duvivier, Michael Cimino e Akira Kurosawa i suoi cineasti preferiti, ma è convinto che il film da rivedere almeno una volta all'anno sia La dolce vita di Federico Fellini.

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