La filosofia leggera della palla da bowling

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Mauro Gervasini dice che eXistenZ è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Cinema Suspense alle ore 22:45.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Guardatevi da tutte le imprese che richiedono vestiti nuovi (H.D. Thoreau)»

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Carolina Crespi

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La filosofia leggera della palla da bowling


Il grande Lebowski di Joel Coen

Locandina pubblicata su FilmTv 05/2008

Mi chiedo se qualcuno si sia accorto della curiosa analogia tra Jeffrey “Drugo“ Lebowski e un altro grande personaggio cinematografico degli anni novanta, Forrest Gump. In Forrest Gump una piuma rappresenta metaforicamente la soavità e il candore di Forrest, che non domina il corso degli eventi, ma si limita a lasciarsene trasportare. Il grande Lebowski comincia con un tumbleweed, un cespuglio di salsola che rotola in preda al vento capriccioso. E Drugo è altrettanto sballottato, travolto metaforicamente dagli eventi e letteralmente dalle persone (perfino il suo primo incontro con Maude Lebowski è quasi uno scontro). Come Forrest, Drugo è l’esatta antitesi dell’eroe artefice del proprio destino. Solo che il primo alla fine del percorso avrà la sua ricompensa, mentre per il secondo non c’è niente da vincere. Al massimo, un torneo di bowling. Per Forrest «la vita è una scatola di cioccolatini, e non sai mai quello che ti capita». Per Drugo la morale - enunciata dall’enigmatico e un po’ svanito cowboy/narratore - è che «a volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te». Il grande Lebowski, nella filmografia dei Coen, arriva dopo quel capolavoro algido (in tutti i sensi) che è Fargo. Comprensibile, quindi, che i due fratelli abbiano cercato un tono più “leggero“. Il grande Lebowski è come una sorta di balletto, supportato da un’incantevole colonna sonora. E la dichiarazione d’intenti è già nella sequenza dei titoli: una partita a bowling sapientemente coreografata sulle note di The Man in Me di Bob Dylan. L’immagine del balletto ricorre poi non solo nei sogni allucinati del protagonista, ma anche nella digressione narrativa (superflua ai fini del plot) relativa al padrone di casa di Drugo. Forse per la sua programmatica leggerezza, negli Usa Il grande Lebowski non è piaciuto. I critici hanno stigmatizzato la presunta “incompiutezza“ del film, che rigira in chiave grottesca un plot chandleriano. Hanno criticato anche lo “spreco“ del personaggio di John Turturro (Jesus, un bowler latino pedofilo e strafottente) e perfino l’assegnazione di un ruolo di secondo piano, quello del candido Donny, al bravo Steve Buscemi. Ma in realtà l’intrigo non è sconclusionato come appare, e la logica narrativa è rispettata, sia pure in uno schema farsesco. E se qualche ragione può averla chi vorrebbe assistere alla partita di Drugo con Jesus, il ruolo di Buscemi è solo in apparenza “minore“. Anzi: Donny è il silenzioso baricentro del terzetto costituito con Drugo e Walt (l’immancabile, strepitoso John Goodman), e sotto il profilo dell’umanità dei personaggi Lebowski si dimostra forse il film più “caldo“ dei Coen. Girato in maniera classica, con scene lunghe e pochi stacchi (e un notevole impegno per gli attori), il film è dominato dalla maschera sorniona di Jeff Bridges-Drugo. Con lui, per la prima volta, i Coen ci offrono un protagonista che suscita la nostra simpatia. Ma è notevole anche il lavoro di caratterizzazione su Goodman/Walt, che nasconde sotto la scorza sanguigna una umanissima fragilità. Non fate caso all’epilogo del film, che serve solo per chiudere il cerchio à la Coen, con una nota beffarda di metacinema. Il vero finale della storia è la lunga scena sulla scogliera, che si chiude con un abbraccio. Merita una seconda visione, Il grande Lebowski . Se non altro per scoprire nell’universo dei “cinici“ Coen - nascosta tra gag e funamboliche digressioni - una insospettabile vena di tenerezza.

Il grande Lebowski (1998)
Titolo originale: The Big Lebowski
Regia: Joel Coen
Genere: Commedia - Produzione: Usa/Gran Bretagna - Durata: 117'
Cast: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, Philip Seymour Hoffman, David Huddleston, Tara Reid, Philip Moon, Mark Pellegrino, Peter Stormare, Michael Balzary (Flea), John Turturro, Jimmie Dale Gilmor
Soggetto: Ethan e Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan e Joel Coen
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Tricia Cooke, Roderick Jaynes (pseudonimo dei fratelli Coen)
Fotografia: Roger Deakins

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