Meridiano di sangue

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Giulio Sangiorgio dice che Io e te è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 03:00.

Cinema e potere, un rapporto intricato e complesso. Ve ne parliamo su FilmTv n° 50 in uno speciale. Qui trovate la recensione della prima stagione di The Crown​, una delle serie citate nello speciale.

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Sarà proiettata al #TFF35 la serie d'autore Tokyo Vampire Hotel , ma Sion Sono è un habitué della rubrica Scanners. Vi proponiamo Himizu e vi consigliamo di scoprire tutti gli altri inediti.

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Visconti e il lato positivo della censura, ovvero quando Gianni Amelio vide per la prima volta Rocco e i suoi fratelli .

La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

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Fabrizio Tassi

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Meridiano di sangue


Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow

Locandina pubblicata su FilmTv 03/2017

Il buio si avvicina (azzeccato per una volta il titolo italiano), datato 1987, è il primo film di una trilogia scritta a quattro mani da Kathryn Bigelow e Eric Red. Seguono Blue Steel - Bersaglio mortale (1990) e Preso in trappola (1996), quest’ultimo diretto da Red. Il quale diventa celebre a Hollywood dopo avere firmato la sceneggiatura di uno dei successi del decennio, The Hitcher - La lunga strada della paura (1986). Rispetto al “suo” cinema tutto al maschile (da citare anche l’apprezzabilissimo Le strade della paura, 1988, altro road movie) la trilogia bigelowiana ha al centro figure femminili. La vampira Mae di Il buio si avvicina, in originale Near Dark (il periodo forse migliore della cineasta coincide con i titoli di due parole “ritmicamente complementari”). La poliziotta Megan di Blue Steel. La “prigioniera” Willie di Preso in trappola. La prima è predatrice, la seconda e la terza prede: il denominatore comune è la lotta per determinare il proprio destino, in un ambiente mitico che rappresenta lo scenario ideale del conflitto. Restando a Il buio si avvicina: Bigelow voleva in verità realizzare un western puro, senza elementi soprannaturali, ma l’incontro con Eric Red modifica l’idea di partenza. I due autori fondano una società di produzione (la Near Dark Joint Venture) e allettati dall’inatteso successo del teen horror Ammazzavampiri di Tom Holland (1985) mischiano i generi seguendo le scorribande tra Oklahoma e Kansas di una famiglia di vampiri. Da un punto di vista produttivo il film è altresì influenzato dalla frequentazione tra la regista e James Cameron, all’epoca fidanzati (si sposeranno due anni dopo). Tre protagonisti - Lance Henriksen, Jenette Goldstein, Bill Paxton - arrivano dal cast di Aliens - Scontro finale (1986), peraltro proiettato nel cinema della cittadina dove approda Caleb (Adrian Pasdar), da poco vampirizzato dall’amante Mae. La successione narrativa gioca (è il caso di dirlo) ironicamente con gli elementi antipodali dei generi di riferimento, anche se in effetti la mitologia western, in quanto tale, è senza tempo come i non-morti. Una dicotomia sublime sintetizzata dalla battuta più bella. Quando Caleb chiede a Jesse (Henriksen) quanti anni abbia, lui risponde: «Mettiamola così. Ho combattuto per il sud. E abbiamo perso». Questa caratteristica del racconto, letteralmente esplosiva nella scena del saloon, la più horror ma anche la più western di tutte (massacro degli avventori a colpi di speroni, lame e ovviamente fauci), trova perfetta sintesi visiva nella messa in scena, molto basata sui contrasti. Prima di tutto quelli fotografici (il direttore della fotografia è il grande Adam Greenberg di Terminator, autentico “pittore” dei lividi colori della notte) che valorizzano l’antinomia sole/buio, dal valore ribaltato (il sole uccide, il buio salva). Poi i contrasti iconici. Pali della luce trasformati in ombre che si stagliano (non può essere un caso) come lugubri crocifissi sul terreno. Pompe di petrolio nel deserto a suggellare scene di passione vorace tra Mae e Caleb, lei trasfigurata in un quasi-amplesso mentre lui le succhia linfa vitale per sopravvivere in mancanza di prede. A Kathryn Bigelow non sfugge quanto la metafora del vampirismo possa essere applicata alla modernità (il tema della malattia e dell’AIDS, per dire: qui i succhiasangue tornano umani con una trasfusione!) ma ad affascinare maggiormente regista e spettatore è il piacere carpenteriano della contaminazione tra i generi, la capacità di rendere comunque originali, e memorabili, personaggi plasmati nei cliché.

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 03/2017

Sono almeno due le invenzioni che hanno reso famoso Harold Eugene Edgerton: lo stroboscopio e il flash elettronico. Il primo permette di osservare un oggetto in moto, cogliendolo immobile, testandone pure la velocità. Il secondo lo conoscete: esplode una luce sincrona all’apertura dell’otturatore nelle macchine fotografiche. Entrambi permettono di fissare immagini al buio. Edgerton aveva brevettato il flash negli anni 30. La Kodak si rifiutò di produrlo. Non poteva immaginare che durante la Seconda guerra mondiale l’esercito americano avrebbe utilizzato la tecnologia stroboscopica di Edgerton per la fotografia aerea, illuminando obiettivi a grande distanza. Immaginiamo allora una pioggia di lampi che si scarica nella notte, un fenomeno temporalesco artificiale, come quello che vediamo nella sequenza notturna che anticipa il finale di Il buio si avvicina. Guerra e cinema hanno sempre avuto uno stretto rapporto. È notte. La gang dei vampiri moderni ha raggiunto la casa dove vivono Caleb, il padre e la sorellina Sarah. In giardino Mae tenta di convincerlo a seguirli di nuovo. Lui rifiuta, mentre i tuoni cominciano a farsi sentire. Rientra in casa. Si accorge che Sarah è stata rapita. Corre fuori, nota che le gomme dei due pick-up sono state bucate. L’inquadratura è frontale, in campo lungo, con un movimento verso destra a seguire Caleb. I tuoni crescono di intensità. Contiamo quattro inquadrature (sopra), dettagli velocissimi, come i lampi che si scaricano sullo schermo: Caleb sella il cavallo. Nuovo stacco. Lo vediamo avvicinarsi al galoppo, in campo lungo. L’atmosfera è carica di elettricità: i riflessi di un albero creano strane forme sul terreno. Caleb esce di campo. Stacco. La macchina da presa lo segue mentre si allontana. L’inquadratura è esasperata da una fonte luminosa intermittente. L’effetto è ipnotico. Solo pochi secondi. Quest’attività elettrica in surplus, questo temporale artificiale che altera la nostra percezione visiva, è ottenuta creando un potente effetto luminoso stroboscopico. Un effetto “flicker”. Cioè quel disturbo che si manifestava agli albori del cinema, quando nel proiettore la striscia della pellicola non scorreva alla medesima velocità dell’otturatore, producendo uno scintillio luminoso. Ma ai nostri vampiri moderni (un po’ romantici: la notte gli appare come una presenza assordante) che effetto volete che faccia qualche lampo intermittente? E poi lo sanno. Loro c’erano: quel disturbo luminoso è solo il cinema intento a mostrare se stesso.

Rinaldo Censi

Il buio si avvicina (1987)
Titolo originale: Near Dark
Regia: Kathryn Bigelow
Genere: Horror - Produzione: USA - Durata: 95'
Cast: Bill Paxton, Adrian Pasdar, Jenny Wright, Lance Henriksen, Jenette Goldstein
Articolo inserito in Speciale Detroit

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