Questa è la sua Anna

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La citazione

«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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Questa è la sua Anna


Questa è la mia vita di Jean-Luc Godard

Locandina pubblicata su FilmTv 52/2019

Dopo essere sfuggita alla portinaia che pretende la pigione arretrata, Nana si reca al cinema a vedere La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer. Sullo schermo Antonin Artaud, nel ruolo di Jean Massieu, annuncia a Renée Falconetti: «Siamo venuti per prepararti alla morte». Lei: «È già l’ora?». Massieu la incalza: «Dimmi, come puoi ancora credere di essere inviata da Dio?». Lei ribadisce: «Sono sua figlia». Massieu è turbato ma non cessa di interrogare Giovanna: «E la tua grande vittoria?». «Sarà il mio martirio». «E la tua liberazione?». «La morte». Dal primo piano - Santo - del volto rigato dalle lacrime di Renée Falconetti, Dreyer stacca su Artaud proteso come un rapace trafitto dall’epifania della verità di Giovanna. E Godard da Artaud taglia sul primo piano del volto di Nana che chiude gli occhi commossa e piange, due rivoli di lacrime e una appena accennata. Questo primo piano di Anna Karina è quello più “bello” di tutta la storia del cinema. Altri non ce ne sono. Una dichiarazione d’amore assoluta. Come se il cinema fosse stato inventato solo per permettere a Godard di filmare il volto di Anna Karina trasfigurato dalla commozione. «Come è stata la vostra vita?». «Non abbiamo fatto altro che fare film» risponderà JLG. Hanna Karin Blarke Bayer, classe 1940, arriva nel cinema di Jean-Luc Godard nel 1960 con Le petit soldat, ma il film sarà distribuito solo nel 1963 a causa dei riferimenti alla guerra di Algeria. Come Anna Karina, diventa il simbolo sia della nouvelle vague sia del cinema di JLG. Forse l’omaggio più geniale - e divertente - alla coppia Godard–Karina si trova in Cléo dalle 5 alle 7 di Agnès Varda. Raoul (Raymond Cauchetier) mostra a Cléo e a Dorothée una comica muta intitolata Les fiancés du pont Mac Donald (Méfiez-vous des lunettes noires) nella quale compaiono anche Eddie Constantine e Jean-Claude Brialy, mentre Michel Legrand strimpella al pianoforte. Godard e Anna Karina si prestano a un divertito gioco d’equivoci a base di occhiali che trasformano il bianco in nero e viceversa. Godard, irriconoscibile, truccato come Harold Lloyd, ama Anna in tutti i suoi colori. Nella biografia di Godard firmata nel 2010 da Antoine de Baecque - alla quale il regista che ormai da decenni vive in Svizzera, a Rolle, sul lago Lemano, non ha concesso una sola virgola - il rapporto fra JLG e Anna Karina è rievocato con dovizia di dettagli. La furia di Godard contro André Malraux, ministro della cultura in Francia fino al 1969, quando questi permette inerte che la censura si abbatta su Susanna Simonin, la religiosa di Diderot del confratello Jacques Rivette, è proverbiale. Moltissimi anni dopo Godard, ospite di Thierry Ardisson nella popolare trasmissione Bains de minuit insieme all’attrice, rievocando il lavoro con lei dichiara: «Avrebbe dovuto lavorare a Hollywood se già all’epoca Hollywood non avesse smesso di essere ciò che era stata [...]. Lei era un’attrice del muto, musicale». E aggiunge: «Avevo voluto copiare. Pensavo a Welles e Rita Hayworth, a Sternberg e alla Dietrich, ma quello che funzionava al cinema nella vita non ha mai funzionato». Anna Karina si alza piangendo. Godard sorride. Come non pensare a Il ritratto ovale di Poe citato alla fine di Questa è la mia vita? «Era una giovinetta veramente d’una rara bellezza [...]. E maledetta sia l’ora in cui essa vide il pittore! Si innamorò di lui e infine divenne sua sposa». Il quadro - l’immagine - diventa la vita. E quando il pittore - il regista - riposa il suo sguardo sull’amata lei è già morta. Crudeltà suprema. Sette film e mezzo. Il cinema non è mai più stato lo stesso. Ancora una volta, ci si chiede come sia il silenzio che ora abita le stanze della casa di Rolle. Tak for skønheden, Anna. Grazie per la bellezza.

il Focus di questo numero: Controlocandina n° 52/2019

Nel 1961 Jean-Luc Godard ha già girato tre film: Fino all’ultimo respiro, Le petit soldat e La donna è donna. Nel secondo e nel terzo di questi l’attrice principale è Anna Karina, sua moglie. La relazione è burrascosa, per nulla facile: crisi, amanti, tentativi di suicidio, liti domestiche furibonde. Proprio nel 1961 Godard chiede un favore a un amico, Marin Karmitz, futuro produttore, cineasta, proprietario di sale. Può venire a casa sua a calmare le acque dopo l’ultima lite matrimoniale? E potrebbe portare quel manuale tecnico sulle riprese su cui studiava all’Institut des hautes études cinématographiques? Karmitz trova l’appartamento sottosopra. Ma, in mezzo a questo campo di battaglia domestico, Godard, quasi noncurante, sfoglia curioso il volume. È insoddisfatto dei movimenti di macchina che ha usato nei suoi primi film (trova infatti che la cinepresa si muova troppo). Ha deciso di approfondire la tecnica delle riprese, e il motivo è ben chiaro: il prossimo film, Questa è la mia vita, dovrà essere un regalo per sua moglie. È in effetti il film che le darà quella fama che la pone nel firmamento delle star, immortale. Ma restiamo alla tecnica. Godard gira il film con una pesante Mitchell. Il suo pregio è la stabilità quasi monumentale delle inquadrature, perfetta per filmare un ritratto di Anna Karina. Numerose sono nel film le inquadrature fisse. Rivedere oggi Questa è la mia vita è uno shock. Rasenta la perfezione. Godard fa quel che vuole. Padroneggia immagine e suono. Gira in luoghi reali. Prendete il secondo dei dodici quadri che compongono il film, quello nel negozio di dischi sugli Champs-Élysées. È lì che lavora Nana (anagramma di Anna e rimando a Zola, via Jean Renoir). Tutto il quadro è costruito senza stacchi. La pesante Mitchell segue frontalmente i movimenti di Karina dietro al bancone mentre serve un cliente, o chiede 2000 franchi in prestito alle colleghe. Godard crea una specie di coreografia. Tutto è preparato accuratamente. Lo comprendiamo da un minuscolo dettaglio: quando Nana sta preparando il conto al cliente, un secondo prima che lei si sposti alla sua destra, verso la cassa, la macchina da presa ha già iniziato il suo movimento, anticipandola. Poi la segue di nuovo. Una collega sta leggendo una storia su una rivista. La storia è scema, ma è scritta bene, dice. Legge un estratto sull’inutilità della logica, e qui la macchina da presa inizia a panoramicare da sinistra a destra, finendo per inquadrare la gente che passa sul boulevard e poi per dissolvere in nero. Roba da restare a bocca aperta.

Rinaldo Censi

Questa è la mia vita (1962)
Titolo originale: Vivre sa vie
Regia: Jean-Luc Godard
Genere: Drammatico - Produzione: Francia - Durata: 85'
Cast: Anna Karina, Sady Rebbot, André S. Labarthe, Guylaine Schlumberger
Sceneggiatura: Jean-Luc Godard
Musiche: Michel Legrand
Montaggio: Jean-Luc Godard, Agnès Guillemot
Fotografia: Raoul Coutard

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Giona A. Nazzaro

Delegato generale Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Programmatore Visions du Réel di Nyon (Svizzera). Collaboratore Festival del Film di Locarno. Autore di libri e saggi. Dischi, libri, gatti, i piaceri. Il resto, in divenire.

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