Aspettando György Kurtág

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Aspettando György Kurtág


Il Festival Milano Musica è quest'anno dedicato al grande compositore ungherese, e in particolare alla sua elaborazione musicale (ma in fondo, anche drammaturgica) di alcune opere di Samuel Beckett. In anteprima mondiale il 15 novembre l'opera dedicata a Finale di partita, ma tutta la rassegna trasuda bellezza inedita. Dal 20 ottobre in vari luoghi della città, a partire dal Teatro alla Scala.

What is the Word. Cos’è la parola? È la domanda (spogliata del punto interrogativo - per preludere, forse, alla mancanza di una risposta) che dà il titolo all’ultima poesia composta da Samuel Beckett, ottantatreenne, ricoverato nella casa di cura Le Tiers Temps di Parigi. Il quesito cruciale apre e chiude il testamento poetico del drammaturgo che dell’incomunicabilità, dell’impossibilità del dire ha fatto il centro - nevralgico, pulsante, nonostante la stasi che paralizza i suoi personaggi - della propria riflessione. Che cos’è la parola, se non conduce all’azione? Se è detta per dire, per passare il tempo, per riempire il vuoto? Se viene abbandonata, contraddetta, negata subito dopo essere stata pronunciata? Se è soltanto una delle cose che troviamo «per darci l’impressione di esistere», come rammenta Estragone a Vladimiro in Aspettando Godot? È lo scacco, il cortocircuito della comunicazione: Theodor Adorno identifica il senso di Finale di partita proprio nella sua mancanza di senso, laddove «la comunicazione annuncia l’impossibilità della comunicazione stessa». Beckett dedica What is the Word all’amico Joseph Chaikin, che aveva diretto alcune sue pièce (per lui avevano scritto in molti, compreso Sam Shepard). Un infarto lo aveva lasciato poco tempo prima in condizione di parziale afasia. Alcuni anni più tardi, György Kurtág scrive il brano Samuel Beckett: What is the Word per l’attrice Ildikó Monyók che, come lui stesso racconta in una lettera a Claudio Abbado, per diverso tempo aveva perso la capacità di parlare.

2004_Kurtag_©Andrea Felvégi.jpg

È una delle opere del compositore ungherese in programma nel corso della 27a edizione del festival Milano Musica (dal 20 ottobre al 26 novembre), che mette al centro proprio il rapporto tra Kurtág e Beckett. Un rapporto nato nel 1957, quando Ligeti scrive a Kurtág di aver letto Aspettando Godot e di averlo trovato geniale. Portato a teatro da Robert Klein, Kurtág acquista il testo insieme a quello di Finale di partita: i due lavori diventano - dice lui - la sua Bibbia. Il 15 novembre, la prima mondiale dell’opera che il compositore dedica a Finale di partita (la pièce è in scena, fino al 4 novembre, al Piccolo Teatro Grassi, con Glauco Mari e Roberto Sturno), prodotta dal Teatro alla Scala: Samuel Beckett: Fin de partie. Il cuore di una rassegna che, attraverso concerti e spettacoli, si propone di esplorare il dialogo di György Kurtág e di altri autori con Beckett e con i compositori del passato e del Novecento. Obiettivo complesso raggiunto già dal concerto d’inaugurazione, al Teatro alla Scala, lo scorso 21 ottobre: in programma Zwiegespräch. Dialogo per sintetizzatore e orchestra, composto da Kurtág padre e da Kurtág figlio (al sintetizzatore); Watt per trombone e orchestra di Pascal Dusapin, ispirato all’omonimo romanzo beckettiano del 1953, con l’istrionico Mike Svoboda al trombone, e Petruška di Stravinskij. Che cos’è, dunque, la parola? Restiamo in ascolto, per cominciare.

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