Il concerto è come un libro

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Il concerto è come un libro


I Mercury Rev a Milano per raccontare vent'anni di Deserter's Songs

C’è da perdersi, certe volte, in quell’intricato sottobosco di generi e sottogeneri dai nomi più o meno astrusi in cui, nel corso delle decadi, si è declinato quel complesso panorama musicale genericamente indicato come “indie rock”. Eppure, quando si viene ai Mercury Rev, l’etichetta “dream pop” calza a pennello. Il quarto album della band di Buffalo evoca «interminati spazi» e paesaggi onirici nei quali smarrirsi: se Leopardi, coricato innanzi alla proverbiale siepe a comporre L’infinito, avesse avuto delle cuffiette e Spotify, siamo certi che avrebbe ascoltato Deserter’s Songs. Un disco capace di coniugare chitarre elettriche, pianoforte, sax e violino in orchestrazioni barocche e dolcissime, che trovano il proprio respiro nel tempo dorato e sospeso del sogno.

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A vent’anni esatti dalla sua uscita, la band lo riporta sul palco in un tour ad hoc, con quattro date in Italia, a partire da Milano. Al Serraglio, lo scorso 12 settembre, il concerto è come un libro: un diario, uno zibaldone che Jonathan Donahue compila rievocando, emozionato, la genesi di un lavoro che ha segnato una svolta per la band e per il rock degli anni Novanta, arrivato quasi fuori tempo massimo durante l’esplosione del britpop («con le sue canzoni da tre minuti, mentre noi scrivevamo pezzi che ne potevano durare sette» commenta Donahue) e dopo la pubblicazione di un altro disco, See You on the Other Side, che non aveva ricevuto l’accoglienza sperata. Un lavoro «fragile», Deserter’s Songs, nato «nel silenzio di un appartamento, di notte, suonando piano piano per non svegliare il vicino», e riportato in questo tour celebrativo alla sua dimensione primitiva, intima e sussurrata. È un set, infatti, di impronta acustica, privo di batteria, che caparbiamente addomestica l’elemento elettrico: vengono meno i potenti squarci sonori (eccezione fatta per l’unico brano tratto dal precedente album) e, nell’atmosfera lirica e rarefatta, anche il più piccolo suono trova un’eco profonda. Due le cover: See of Teeth degli Sparklehorse e Here dei Pavement. Siamo in pieno mood anni Novanta, ma Deserter’s Songs è un disco talmente fuori dal tempo da non invecchiare mai.

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