L'alfa privativo della musica

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Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

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L'alfa privativo della musica


Fino a domenica 1 luglio a Milano, Contaminafro - Identità in evoluzione è la rassegna che esplora le identità africane anche in contesto alieno. Spicca, tra le proposte, quella di Moses Sumney, che coniugando jazz e folk getta il cuore oltre l'ostacolo, in costante evoluzione...

Aromanticism: in quell’alfa privativo a cui ricorre Moses Sumney per inventare la parola che dà il titolo al suo album d’esordio, c’è tutto il segreto della sua musica. Coniare un vocabolo negandone un altro. Mettere un prefisso che toglie un significato e genera in questo modo un significato nuovo, nella consapevolezza che quello di dare un nome alle cose è un atto complesso e gravido di conseguenze. Perché, si sa, è dando un nome alle cose che le facciamo nostre, le maneggiamo, le esponiamo al potere terapeutico della parola. Così Sumney racconta l’amore mentre ne canta l’assenza, mettendo in discussione l’idea dell’amore romantico come completamento necessario e obbligato dell’individuo, altrimenti carente (o costretto a trasformarsi in aragosta, se fossimo in un film di Lanthimos). Mettere/togliere, costruire/decostruire: nello spazio indeterminato in cui si incontrano gli opposti ribolle la musica del cantautore cresciuto tra California e Ghana. Sul palco allestito nel Giardino della Triennale di Milano per il Tri-P Music Festival (First Aid Kit, Alva Noto, Mark Lanegan Band sono alcuni degli artisti che suoneranno da qui al prossimo 25 luglio), è suo lo show che inaugura la rassegna Contaminafro. Identità in evoluzione che, dal 26 giugno al 1° luglio, tra Triennale, mare culturale urbano e Fabbrica del Vapore esplora le culture africane contemporanee (rigorosamente al plurale, perché non si cada nella trappola dell’appiattimento folkloristico) proponendo concerti, spettacoli di teatro e di danza, mostre, conferenze e DJ set. Due polistrumentisti lo accompagnano con chitarre, fiati, archi e tastiere, ma è sulla sua particolarissima voce – ora calda e soul, ora squillante in abbacinanti falsetti – che si modella tutta l’esibizione. Non stupisce che Moses Sumney abbia iniziato a comporre musica a cappella, ben prima di imparare a suonare la chitarra: al centro dei brani pulsa il cantato, emozionante, a tratti giocoso, sempre avvolgente, pronto a trascinare con sé tutto il resto in un flusso di raffinatissima compostezza che, come un fumo denso, sale dal basso, cresce lentamente e poi si dissolve. Mettere e togliere, costruire e decostruire. Tra jazz, soul, R&B, elettronica e neofolk. Identità in evoluzione, appunto.

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